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Aziende che non trovano 199.000 persone: il vero problema non è la mancanza di candidati, ma il mismatch tra lavoro e competenze

Le aziende italiane dichiarano di non riuscire a trovare 199 mila persone da assumere. Non è solo un problema di carenza di candidati: pesano competenze mancanti, aspettative diverse, selezioni lente, stipendi poco competitivi e scarso orientamento. Ecco cosa sta succedendo davvero nel mercato del lavoro italiano e perché HR, formazione e cultura aziendale oggi fanno la differenza.
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Le aziende italiane non trovano 199 mila persone da assumere. Il dato ha fatto rumore, ed è giusto che lo faccia. Perché da una parte sentiamo parlare di persone che cercano lavoro, di giovani disorientati, di professionisti che inviano CV senza ricevere risposta. Dall’altra, invece, ci sono imprese che dicono di non riuscire a coprire le posizioni aperte.

Detta così sembra una contraddizione. In realtà non lo è affatto. È la fotografia, piuttosto chiara, di un problema che in Italia esiste da anni e che oggi sta diventando ancora più visibile: il mercato del lavoro non funziona male solo quando manca il lavoro. Funziona male anche quando lavoro e competenze non si incontrano, quando domanda e offerta parlano due lingue diverse, quando candidati e aziende si cercano ma non si capiscono.

Il punto, quindi, non è dire semplicemente che “mancano le persone”. Le persone ci sono. Il problema è capire se hanno le competenze richieste, se conoscono davvero i ruoli per cui si candidano, se le aziende sono disposte a investire, se i processi di selezione sono seri, veloci e credibili, e se le condizioni offerte sono davvero attrattive.

Il nodo vero è questo: non siamo davanti solo a una carenza di candidati. Siamo davanti a un enorme problema di mismatch tra competenze, aspettative, retribuzioni, selezione e cultura del lavoro.

Perché le aziende non trovano personale?

Quando si leggono numeri del genere, il rischio è sempre quello di semplificare troppo. C’è chi dice che i giovani non hanno voglia di lavorare. C’è chi sostiene che le imprese pretendano troppo. C’è chi se la prende con la scuola, con le università, con il reddito di cittadinanza di ieri o con l’intelligenza artificiale di oggi. La verità è che le cause sono molte e si sommano.

Una delle più evidenti riguarda il tema delle competenze. In tanti settori, le aziende cercano persone che abbiano una preparazione abbastanza precisa, operativa, aggiornata. Non basta più presentarsi con un titolo generico o con la buona volontà. Servono strumenti, metodo, conoscenza dei processi, capacità di adattamento, dimestichezza con il digitale e, in molti casi, anche soft skills solide.

Aziende che non trovano 199.000 persone da assumere: mismatch tra lavoro e competenze

Questo vale nel manifatturiero, nel turismo, nella logistica, nell’amministrazione, nel commerciale, ma vale anche e forse ancora di più nelle professioni delle Risorse Umane, dove spesso si pensa ancora che basti “saper ascoltare” o “avere empatia”. In realtà oggi chi lavora bene in HR deve saper leggere i ruoli, analizzare CV, fare screening, condurre colloqui, capire i dati, usare strumenti digitali e ragionare anche in ottica di business.

Un altro tema è quello dell’orientamento. Molte persone cercano lavoro senza avere una visione chiara del mercato, dei ruoli, delle competenze richieste, dei percorsi più realistici per entrarci. E quando manca orientamento, si spreca tempo, si inviano candidature sbagliate, si inseguono obiettivi poco concreti o si resta fermi troppo a lungo. Non a caso, lavorare bene sul bilancio delle competenze può diventare uno strumento molto utile per capire dove si è forti, dove si è deboli e quale direzione abbia davvero senso prendere.

Il problema non è solo dei candidati: anche molte aziende sbagliano

Qui bisogna dirlo in modo molto diretto: non tutte le colpe sono dei candidati. Anzi. Ci sono imprese che lamentano difficoltà di reperimento, ma poi pubblicano annunci vaghi, fanno selezioni interminabili, offrono stipendi poco convincenti, non rispondono alle candidature o pretendono profili “junior con esperienza da senior”.

Se un’azienda cerca da mesi e non trova nessuno, le possibilità sono due: o il mercato è davvero scarso su quel profilo, oppure c’è qualcosa che non funziona nel modo in cui quella posizione viene proposta e gestita. A volte il problema è il salario. A volte è la sede. A volte sono gli orari. A volte è la reputazione aziendale. A volte è semplicemente un processo di selezione fatto male.

Su questo punto l’employer branding conta eccome, ma non nel senso superficiale del termine. Non si tratta di sembrare belli sui social o di fare il video patinato con il tavolo da ping pong in ufficio. Si tratta di essere credibili, di dare risposte, di comunicare bene il ruolo, di costruire un’esperienza candidato seria e rispettosa.

Le persone oggi valutano molto di più di prima. E fanno bene. Guardano non solo la retribuzione, ma anche la coerenza dell’azienda, la chiarezza del percorso, il clima, la possibilità di crescita, la qualità della leadership e il livello di organizzazione. Se tutto questo manca, il candidato valido spesso non accetta. Oppure accetta e poi se ne va.

Selezione lenta, screening debole, processi poco professionali

Un altro punto spesso sottovalutato è la qualità tecnica del recruiting. Molte aziende continuano a impostare la selezione come se fossimo dieci anni fa. Invece oggi chi assume deve saper lavorare in modo molto più rapido, strutturato e preciso.

Lo screening dei profili, ad esempio, non può essere improvvisato. Chi si occupa di selezione deve sapere cosa leggere in un curriculum, cosa conta davvero, come riconoscere segnali utili e come non farsi ingannare da CV bellissimi ma vuoti. Su questo tema può essere utile approfondire anche le tecniche di screening dei CV, perché il problema non è leggere tanto, ma leggere bene.

Lo stesso vale per il colloquio. Fare domande generiche, improvvisare, andare “a sensazione” o valutare tutto in base alla simpatia del candidato è un errore. Un processo di selezione serio ha bisogno di metodo, griglie di valutazione, domande coerenti, analisi del ruolo e capacità di distinguere tra chi sa vendersi bene e chi sa davvero lavorare bene. In questo senso resta molto attuale anche il tema di come condurre un colloquio di selezione efficace.

Competenze tecniche, soft skills e formazione continua

C’è poi un altro equivoco tipicamente italiano: pensare che la formazione serva solo prima di entrare nel mondo del lavoro. Non è così. In un mercato che cambia rapidamente, la formazione non è un extra, ma una condizione di sopravvivenza professionale.

Le aziende che riescono ad attrarre e trattenere meglio non sono necessariamente quelle che trovano sul mercato persone già perfette. Spesso sono quelle che sanno valutare il potenziale, inserire bene, formare in modo pratico e far crescere le persone nel tempo. È per questo che la formazione continua in azienda non dovrebbe essere vista come un costo ma come un investimento molto concreto.

Allo stesso tempo, anche i candidati devono smetterla di ragionare come se un titolo ottenuto anni fa bastasse per sempre. Il lavoro cambia, gli strumenti cambiano, i software cambiano, le aspettative cambiano. Chi non aggiorna le proprie competenze rischia di restare tagliato fuori non perché “manca lavoro”, ma perché manca allineamento con ciò che oggi il lavoro richiede davvero.

Questo vale molto anche per l’HR. Chi vuole entrare o crescere nel settore dovrebbe guardare con attenzione a percorsi strutturati e pratici, come un Master in Risorse Umane online, oppure a una buona attività di orientamento nel settore HR, per capire davvero quali competenze servano oggi e quali ruoli abbiano più prospettiva.

Il mito del “nessuno vuole più lavorare” è troppo comodo

Dire che nessuno vuole più lavorare è una frase facile. Troppo facile. In certi casi è anche comoda, perché evita di farsi le domande scomode. Per esempio: l’offerta è adeguata? Il ruolo è chiaro? Il manager sa guidare le persone? Il clima interno è sano? Il processo di inserimento è fatto bene? Il salario è davvero competitivo? L’azienda rispetta il tempo dei candidati?

Molte persone vogliono lavorare eccome. Però non vogliono più entrare a occhi chiusi in contesti confusi, mal pagati, poco formativi o con leadership tossiche. E francamente è difficile dar loro torto.

Il mercato del lavoro oggi è più trasparente di prima. I candidati si informano, confrontano recensioni, parlano tra loro, leggono segnali. E quindi sì, il talento si fa scegliere di più. Ma questo non è un male. È uno stimolo per le aziende a diventare più serie, più organizzate e più competitive.

Cosa dovrebbero fare adesso aziende, professionisti HR e candidati

Se vogliamo leggere bene il dato delle 199 mila posizioni difficili da coprire, la conclusione non dovrebbe essere isterica, né ideologica. Dovrebbe essere pratica.

  • Le aziende dovrebbero rivedere ruoli, annunci, stipendi, tempi di selezione e qualità della candidate experience.
  • I professionisti HR dovrebbero rafforzare metodo, strumenti, capacità di assessment e lettura dei profili.
  • I candidati dovrebbero investire di più su orientamento, consapevolezza, competenze spendibili e aggiornamento reale.
  • La formazione dovrebbe essere più concreta, meno teorica e molto più collegata al lavoro vero.

Il punto, in sostanza, è smetterla di raccontare il mercato del lavoro come una guerra tra aziende cattive e candidati svogliati. Questa narrazione è troppo semplice e spesso anche falsa. Il problema è più serio: manca ancora un incontro efficace tra ciò che le imprese cercano e ciò che molte persone sono davvero pronte a offrire.

Conclusione

Le 199 mila risorse difficili da trovare non raccontano solo una carenza numerica. Raccontano un sistema che deve crescere in maturità. Raccontano la distanza tra scuola e impresa, tra competenze teoriche e operative, tra CV inviati e candidature davvero coerenti, tra selezione improvvisata e recruiting professionale.

Per questo il tema non riguarda solo chi cerca lavoro o chi assume. Riguarda tutti: aziende, recruiter, formatori, manager, scuole, candidati e orientatori.

Chi continuerà a leggere il mercato del lavoro con categorie vecchie rischia di non capirci più nulla. Chi invece inizierà a ragionare in termini di competenze, attrattività, metodo, velocità, orientamento e formazione concreta avrà molte più possibilità di ottenere risultati veri.

Perché il lavoro, oggi, non manca solo quando non ci sono posti. A volte manca anche quando i posti ci sono, ma nessuno è stato preparato davvero a occuparli nel modo giusto.

Founder Bianco Lavoro – Direttore del Master in Risorse Umane e del Master in Coaching Bianco Lavoro 📚 | Scrittore ✍️ | Speaker per università ed eventi 🎤 | Imprenditore internazionale attivo in 🇮🇹🇸🇰🇦🇪🇪🇸 | 30 anni di esperienza professionale 💼 –

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