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Gli incentivi alle imprese: rinnovamento, formazione e assunzioni

Esistono molti tipi di incentivi alle imprese, quelli più diffusi sono quelli per le assunzioni, ma contano anche formazione e rinnovamento.

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Gli incentivi alle imprese sono tra le forme di sostegno più diffuse ed in questo caso sono dedicate alle cosiddette attività a scopo di lucro, ovvero quel tipo di attività che prevedono un guadagno economico. Ovviamente stiamo parlando di situazioni del tutto legali nelle quali un imprenditore, un artigiano, un commerciante e via dicendo decidono di impegnarsi nel produrre o commerciare qualcosa, che può essere un bene o un servizio, per poi venderlo. Queste persone per iniziare investono il loro denaro di proprietà, oppure chiedono dei prestiti alle banche per avere la somma necessaria ad avviare la propria impresa. Non è però solo così.

Gli incentivi alle imprese

Spesso le istituzioni mettono a loro disposizione dei fondi pubblici in grado di sostenere le loro più svariate iniziative, o ancor di più eventuali bisogni. Tra gli incentivi più diffusi in questo senso ci sono quelli che prevedono un rinnovamento dell’azienda o dell’attività stessa, quelli che riguardano la formazione e quelli che riguardano le assunzioni. Gli ultimi due sono abbastanza legati, ma va detto che gli incentivi alla formazione non sempre sono connessi direttamente ad un’attività imprenditoriale, nel senso in molti casi vengono erogati a persone disoccupate, o inoccupate, proprio allo scopo di facilitare queste ultime a reinserirsi nel mondo del lavoro. Diciamo quindi che gli incentivi alla formazione possono avere un legame diretto o indiretto con l’attività imprenditoriale. Rientrano quindi solo in alcuni casi nelle categorie “incentivi alle imprese”.

Incentivi alle imprese per rinnovarsi

Non è raro che lo Stato metta a disposizione delle imprese somme anche abbastanza discrete allo scopo che queste si rinnovino, ovvero mettano in atto una serie di cambiamenti al loro interno per passare da uno stato delle cose ad un altro. Solitamente questi incentivi sono legati ad argomenti precisi, negli ultimi anni stiamo sicuramente parlando della digitalizzazione e della cosiddetta transizione energetica o green. Nel primo caso si tratta per le aziende di che vogliono o addirittura devono rinnovarsi dal punto di vista tecnologico per riuscire a restare efficacemente sul mercato colmando ad esempio un divario che talvolta esiste con lo stesso tipo di aziende estere. Nel secondo caso ci si riferisce invece a quelle pratiche che permettono di ridurre l’impatto ambientale dovuto alle attività delle imprese, ad esempio adottando sistemi che diminuiscano le emissioni inquinanti dovute alla produzione.

Questi tipi di incentivi alle imprese sono abbastanza diversificati perché possono andare da dei veri e propri contributi a fondo perduto, ovvero “soldi” che lo Stato mette a disposizione delle aziende che ne fanno richiesta per un determinato scopo e che non rivorrà mai indietro, a finanziamenti a tasso zero o comunque agevolato. Si tratta in questo caso di una sorta di prestito che l’imprenditore dovrà restituire ma sul quale pagherà interessi molto bassi o non ne pagherà affatto. Ciò vuol dire che se l’imprese chiede un prestito di 50.000 euro, dovrà poi restituire entro un certo periodo solo quei 50.000 se il finanziamento attivato è a tasso zero, o qualcosa in più se quest’ultimo è a tasso agevolato, ma non dovrà comunque restituire tutti gli interessi in vigore in quel momento ai tassi di mercato. Ciò è sicuramente un vantaggio per l’impresa perché si tratta di un corposo risparmio, che può sicuramente finire nelle tasche dell’imprenditore, ma anche essere reinvestito per migliorare le condizioni aziendali o assumere personale.

Ma cosa fa un’impresa quando deve o vuole rinnovarsi e decide così di accedere ai contributi statali per farlo? Per quanto riguarda la digitalizzazione, stiamo parlando ad esempio di comprare macchinari nuovi, gestiti informaticamente, i quali tra l’altro spesso richiedono l’assunzione di personale specifico. E ancora una migliore e più sicura gestione dei dati aziendali attraverso l’acquisizione di server più potenti e performanti, l’adozione di software più efficienti per facilitare il lavoro degli impiegati e via dicendo. Dal punto di vista della transizione energetica gli investimenti possono essere quelli che riguardano il fatto di installare pannelli solari per diminuire la dipendenza dalla rete elettrica, l’acquisto di veicoli aziendali meno inquinanti, l’installazione di filtri o depuratori di livello più alto rispetto a quelli precedenti negli eventuali “camini” di scarico dei fumi di produzione. In alcuni casi parliamo addirittura di stabilimenti nuovi, a minor impatto ambientale che l’impresa decide di costruire seguendo appunto i criteri della transizione energetica.

Si tratta insomma di una serie di iniziative che, migliorando la qualità dell’impresa sotto diversi punti di vista, non è raro vengano sostenute dalle istituzioni. Se è vero che negli ultimi anni su questi due argomenti si è probabilmente sfociati in visioni un po’ troppo ideologiche è altrettanto vero che, aumentare il benessere dei dipendenti non toccando il livello di occupazione e ridurre l’inquinamento usando il buon senso, siano comunque due ottime pratiche e proprio per questo vengono spesso letteralmente incentivate dallo Stato.

Gli incentivi per le assunzioni

Tra gli incentivi alle imprese erogati in massima parte ci sono quelli alle assunzioni. Si tratta molto spesso, più che di messa a disposizione di fondi pubblici, di sgravi fiscali, ovvero l’impresa che assume gode di una minore (in tali casi addirittura nulla) tassazione nel caso decida di assumere personale. Quasi sempre questo tipo di iniziativa, come è ovvio che sia, è strettamente connessa ad obiettivi precisi. Non sempre infatti basta che l’azienda semplicemente assuma, ma è invece tenuta a farlo seguendo dettami precisi. Ciò accade non per una volontà dirigista del legislatore, ma perché quest’ultimo dopo aver fatto un’analisi delle necessità del mercato, orienta gli incentivi alle imprese verso la risoluzione dei problemi di cui il mercato stesso sembra essere afflitto.

Gli esempi possibili in questo senso sono sicuramente noti ai più. Gli incentivi alle assunzioni di personale femminile, di giovani (under 35, under 28, etc…), oppure il contrario come over 40, over 50, over 60. Persone svantaggiate, provenienti da contesti difficili o con disabilità complesse. Chi stabilisce di erogare un incentivo quindi, comprende prima quale possa essere la necessità maggiore e dedica il sostegno esattamente a quella necessità. Così, se la percentuale di occupazione femminile è troppo bassa in un determinato periodo, verrà probabilmente deciso di attuare degli sgravi fiscali alle imprese che dovessero decidere di assumere una certa quota di donne. Questo tipo di incentivi alle imprese possono certamente generare un circolo virtuoso, perché ad esempio nel caso del personale femminile, l’azienda che assume può essere in grado attraverso quell’operazione di ottenere la certificazione riguardante la parità di genere, che può aprire a diversi tipi di affari vantaggiosi con altre imprese che dedicano molta attenzione a questo argomento. Un discorso simile, con le dovute differenze, vale un po’ per tutte le categorie di lavoratori. Chi assume giovani sarà probabilmente maggiormente portato ad innovare, chi assume lavoratori maturi potrà godere di una maggiore quantità di esperienza e via dicendo. Questa diversificazione degli obiettivi, che poi deriva da mere necessità aziendali è sicuramente arrivata dopo un lungo periodo chiamato “giovanilista”. Per molti anni infatti è parso che solo i più giovani potessero dare significativi contribuiti agli ambienti di lavoro. E’ questo un “sistema” che un po’ ancora resiste (a causa del fatto che solitamente i giovani vengono pagati di meno), ma che è frutto di una visione ristretta del mercato del lavoro, il quale ha effettivamente reagito autonomamente appunto diversificando le sue necessità e quindi le sue richieste.

Gli incentivi alle imprese per le assunzioni non riguardano comunque solo le persone in se stesse (cioè chi viene assunto), ma anche il come queste vengono inserite nel contesto lavorativo. Volendo precisare stiamo parlando dei contratti. Seguendo lo stesso schema esposto precedentemente, se il mercato del lavoro viene ritenuto troppo precario, il legislatore dovendo stabilire l’erogazione di un qualche incentivo facilmente si orienterà alla stabilizzazione dello stesso, facendo in modo che le imprese che assumono ottengano vantaggi solamente se lo fanno attraverso contratti più o meno stabili. Ovvero, assunzioni a tempo determinato di lungo periodo (1-2 anni) con possibilità di trasformazione a tempo indeterminato, o direttamente in quest’ultimo modo.

Va infatti compreso che un mercato del lavoro troppo precario non favorisce l’economia, perché chi ha un contratto a scadenza non può certo permettersi di fare investimenti rilevanti, come ad esempio l’acquisto di un’auto nuova, un piano di pensione integrativa, o il mutuo per una casa. Di tutto questo ovviamente ne risentono le imprese che operano nei più vari settori, le quali, vendendo meno i loro beni e servizi, riescono a svilupparsi limitatamente quando non subiscono una contrazione o addirittura sono costrette a chiudere lasciando a casa lavoratori che a loro volta rischiano di entrare in ristrettezze economiche dovute alla disoccupazione o anche al ritrovamento di un posto di lavoro che però è appunto precario, contribuendo così loro malgrado ad alimentare un circolo vizioso che porta costantemente verso il basso.

Gli incentivi alla formazione

Gli incentivi alla formazione possono essere distinti in due modi, quelli alle imprese per fare formazione dei lavoratori e quelli dedicati a chi lavoratore in quel dato momento non lo è, per una qualsiasi ragione e che però può usufruire di corsi gratuiti o a prezzo molto agevolato messi a disposizione in qualche modo da enti statali e locali. Nel primo caso si tratta di veri e propri incentivi alle imprese, le quali attraverso finanziamenti o iniziative vengono letteralmente spinte ed aiutate a formare i propri lavoratori in modo che essi acquisiscano maggiori competenze da spendere poi sul lavoro, migliorando quest’ultimo e quindi anche, nei fatti, il business aziendale.

E’ pur vero che anche nel secondo caso, indirettamente di quel tipo di incentivo ne godono anche le aziende che decidono di assumere lavoratori che sono stati formati attraverso corsi gratuiti erogati o finanziati da istituzioni pubbliche quando i suddetti lavoratori erano fuori dal mercato del lavoro. Per la stessa ragione per la quale è preferibile formare i dipendenti infatti, è palese che assumerne uno che è stato comunque formato in precedenza possa portare grandi vantaggi a chi dovesse decidere di servirsene. Si tratta quindi non esattamente di un incentivo diretto alle imprese, ma di un incentivo che comunque incide positivamente anche su di esse. Si tratta di un incentivo perché le persone disoccupate vengono comunque “spinte” a formarsi, con la prospettiva appunto di trovare un impiego nel settore di riferimento di quel corso, stage, tirocinio e via dicendo.

Ovviamente anche queste misure di sostegno non vengono erogate a caso. Le iniziative formative, sia per i dipendenti che per chi è fuori in quel momento dal mercato del lavoro, vengono pensate con scopi precisi. Così se un settore deve rinnovarsi digitalizzandosi maggiormente, verranno probabilmente pensati corsi gratuiti o a prezzo agevolato, un costo questo che viene pagato dall’impresa, per la formazione digitale dei dipendenti. Allo stesso modo per disoccupati, inoccupati, neet etc… vengono solitamente predisposti corsi e stage in settori che hanno un forte bisogno di lavoratori, in modo che la domanda e l’offerta riescano ad incontrarsi. Facendo cioè in modo che chi cerca lavoro lo trovi esattamente dover maggiormente esiste la possibilità di essere assunti.

Incentivi alle imprese: Sud, impresa femminile e sicurezza

Come abbiamo accennato prima esistono molti tipi di incentivi alle imprese. Altri modi di sostenere la libera iniziativa economica, un po’ meno diffusi, sono quelli che riguardano ad esempio la localizzazione delle imprese. Esistono infatti incentivi per aprire stabilimenti e fare impresa in zone difficili o svantaggiate. Questo tipo di attività vengono aiutate perché chiaramente generano occupazione in posti dove altrimenti non esisterebbe nessuna possibilità per le persone di provvedere al loro autosostentamento. Gli incentivi più tipici in questo senso in Italia sono quelli dedicati a zone specifiche del meridione.

Un altro modo di sostenere le imprese attraverso gli incentivi è da molto tempo quello di aiutare l’imprenditoria femminile. Stare quindi vicino, economicamente ma non solo, a donne che vogliono a mettersi a capo di un’azienda, piccola o grande che sia. Sono certamente ancora una minoranza ma è altrettanto vero che il loro numero continua a crescere. Le donne possono avere esigenze specifiche (come ad esempio la cura dei figli) che vengono soddisfatte almeno in modo parziale da contributi economici (e spesso non solo) atti ad alleggerire il peso sicuramente significativo che un’imprenditrice deve sostenere all’inizio della sua attività.

Un diverso settore in cui vengono spesso erogati incentivi statali è quello della sicurezza. Le imprese vengono infatti aiutate ed allo stesso tempo indotte ad aumentare gli investimenti sulla sicurezza degli ambienti di lavoro, in modo da evitare infortuni dei dipendenti che peserebbero sia ovviamente sul lavoratore stesso che sull’impresa e sullo Stato. La sicurezza è da sempre un argomento molto delicato sul quale i vari governi hanno dedicato ed ancora dedicano molta attenzione. E’ quindi normale che le imprese vengano spinte ad investire maggiormente sulla sicurezza anche andando oltre le mere prescrizioni di legge, attraverso aiuti pubblici.

Un’ultima precisazione da fare è quella che riguarda i motivi per i quali vengono erogati gli incentivi. Di norma non c’è o quasi una valutazione di merito. O comunque se c’è è strettamente legata al periodo di erogazione. Nei casi esposti, la digitalizzazione si rivela essere un modo per sostenere meglio la competizione di altri paesi, anche se l’imprenditoria italiana è da sempre molto creativa. Per quanto riguarda la transizione energetica invece, esiste effettivamente in questo caso una valutazione di merito (più sei green, più sei bravo), ma è fortemente legata alla potenza dell’argomento in un preciso periodo storico.

Anni fa ad esempio, si davano incentivi alle imprese per ingrandirsi, perché si riteneva che quelle italiane fossero troppo piccole rispetto alla maggior parte di quelle straniere e quindi non erano in grado di competere. Ciò non era certo qualcosa di negativo, ma il tessuto imprenditoriale italiano è da sempre fatto da PMI ed è quindi letteralmente impossibile cambiarlo. Quindi c’era comunque qualcosa di ideologico legato al periodo storico in quel tipo di incentivi alle imprese, periodo storico durante il quale si pensava che un’impresa più grande fosse necessariamente migliore di una più piccola.

Leggi anche l’articolo sugli incentivi e quelli su:

Incentivi sulla casa

Incentivi per le auto

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