Lavoro in carcere: esperienze romagnole e riflessi sulla comunità civile

Le iniziative, l'attivazione di progetti sociali e di avviamento al lavoro per i detenuti. La loro funzione e gli aspetti strategici dei vari progetti

La Casa Circondariale di Forlì, ospitata nella Rocca di Ravaldino, cittadella di origine medioevale legata indissolubilmente alla figura di Caterina Sforza che fu contessa della città a cavallo del 1500 spicca, nel panorama nazionale, per l’attivazione di progetti sociali e di avviamento al lavoro per i detenuti. Si tratta di attività che sono favorite sia dalla vivacità del Terzo Settore locale, che dalla sensibilità dello staff della struttura, guidato dalla direttrice Palma Mercurio, da tempo fortemente orientata a sviluppare, a fianco della funzione punitiva, anche la valenza educativa della detenzione, finalizzata ad un reinserimento nella società a fine pena.


Le iniziative per i detenuti

lavoro in carcere

Una delle iniziative più significative è certamente il laboratorio di metalmeccanica Altremani, in quanto racchiude in sé più aspetti valoriali, tanto da poter essere considerato un progetto pilota a livello nazionale per i caratteri di innovazione che racchiude. Innanzitutto sono tanti gli attori pubblici e privati che hanno concorso all’avvio del progetto e che continuano a sostenerlo dal 2006 (anno di avvio) fino ad oggi: in primis Techne, ente di formazione professionale pubblico dei Comuni di Forlì e Cesena, che funge da regista del progetto, poi l’Amministrazione Provinciale di Forlì-Cesena, l’Unione dei Comuni di Forlì, Cesena e Rubicone, garanti dei rapporti pubblico/privato, tre imprese profit del territorio (Mareco Luce, Bertinoro, Vossloh Schwabe Italia, Sarsina e Cepi, Forlì), una cooperativa sociale forlivese (Lavoro Con), diverse associazioni di categoria e, ovviamente, la Casa Circondariale della città.

Come funziona e gli aspetti strategici del progetto

Il funzionamento del progetto – spiega Lia Benvenuti, direttore generale di Techne – è presto detto: le tre aziende profit forniscono al laboratorio componentistica elettrica e di illuminazione e, nei due laboratori interni al Carcere di Forlì, viene svolto il lavoro di assemblaggio da parte dei detenuti, che vengono inquadrati come dipendenti della cooperativa sociale Lavoro Con, che ha il compito di organizzare e gestire amministrativamente tutto l’operatività del progetto. Tramite il laboratorio Altremani le persone in carcere sviluppano competenze poi spendibili, una volta terminata la pena, nel mondo del lavoro e, nello stesso tempo, hanno la possibilità di trascorrere il tempo in maniera produttiva, garantirsi un reddito (nel maggior numero dei casi inesistente per i detenuti) e ricostruire la propria personalità, grazie alla gratificazione del lavoro, che diventa così una sorta di terapia benefica, al fine di ridare speranza a uomini e donne sfiduciati, in vista di un loro reinserimento nella società”.

E’ quest’ultimo sicuramente l’aspetto più strategico di questo progetto e di altre iniziative occupazionali all’interno delle strutture carcerarie, che presenta una ricaduta assai positiva sull’intera comunità civile: dati alla mano, infatti, i casi di recidiva (ossia il numero delle persone che a fine pena commettono nuovi reati) si attestano, purtroppo, attorno al 75%, mentre scendono vertiginosamente a poco più del 10% per coloro che durante la detenzione sono stati coinvolti in attività lavorative. Da ciò emerge con forza quanto progetti come quello forlivese possano avere, pur se su numeri limitati, un effetto benefico sulla società, sia in termini di minor impatto sui possibili reati, che in costi più contenuti per l’ente pubblico.

Laboratorio Altremani: progetto pilota replicabile in altri territori

Si accennava a numeri limitati: in effetti il progetto Altremani, dal suo avvio ad oggi, ha offerto lavoro a circa 80 persone, una goccia in un oceano certamente, ma non se lo si considera un’azione pilota, replicabile anche su altri territori nella medesima modalità o in qualsiasi altra forma che favorisce l’inserimento lavorativo dei detenuti durante la pena.

Store Freedhome, Manolibera e Banda Biscotti

Un esempio innovativo è senza dubbio lo store Freedhome, che si trova a Torino (via Milano 2/C), un punto vendita frutto di uno specifico progetto promosso dall’Amministrazione penitenziaria della città, il Comune e tante cooperative sociali sparse in tutta Italia. Questo particolarissimo negozio commercializza prodotti di economia carceraria (per lo più artigianali ed enogastronomici), provenienti da circa 40 istituti di pena italiani, a loro volta interessati da progetti sociali locali per l’occupazione dei detenuti, fra cui anche Manolibera, un’altra iniziativa nata e sviluppatasi a Forlì all’interno della Casa Circondariale, per la produzione di oggettistica a base di carte artistiche. Presso Fredhome, fra le altre cose, si possono trovare lo zafferano, frutto del lavoro dei detenuti di Trento, un gustoso pecorino proveniente dalla Sardegna, la birra alla canapa prodotta nell’Istituto di Pena di Ancona o il feltro lavorato in Sicilia, precisamente a Catania. Di rilievo anche la linea biologica “Banda Biscotti”, gustose bontà a base di farina biologica integrale, preparate nel carcere piemontese di Verbania.

Il lavoro fuori dal carcere, l’esperimento con Lavoro Con

Tornando al progetto Altremani, nell’ultimo anno si sono concretizzate alcune significative esperienze: grazie all’autorizzazione art.21, alcuni detenuti la cui scarcerazione era vicina, hanno potuto svolgere l’attività non internamente al carcere, ma presso la cooperativa sociale Lavoro Con, rientrando la sera presso la struttura detentiva: si è trattato, quindi, di una sperimentazione che ha favorito maggiormente il contatto con il mondo esterno e l’operatività aziendale.

In più – spiega Stefano Fabbrica, presidente di Lavoro Con –  Altremani offre la possibilità, a fine pena, di ulteriori 18 mesi di lavoro all’interno del progetto, sempre presso la sede della nostra cooperativa: una temporalità preziosa per reintegrarsi nella comunità civile e trovarsi un’occupazione stabile e definitiva. A questo proposito abbiamo sviluppato tre percorsi in questa direzione, due dei quali si sono conclusi positivamente in appena tre mesi, in quanto gli ex-detenuti hanno trovato una collocazione lavorativa esterna, mentre il terzo è ancora in corso”.

Il lavoro in carcere, quindi, rappresenta un valore aggiunto fondamentale, ma i numeri, purtroppo, non supportano questa realtà al meglio: su una popolazione carceraria, che in Italia a dicembre 2019 raggiungeva le 60.769 unità, si registrano poco più di 1.000 persone occupate. Veramente pochissime se si mette in relazione questo dato con le percentuali di recidiva (con e senza lavoro) sopra citate. C’è quindi da comunicare con forza e determinazione ai livelli politici che operano dentro e fuori alle mura dei carceri italiani, che offrire opportunità occupazionali ai detenuti, significa investire per mettere le basi per la costruzione di una comunità civile più sicura e meno appesantita dai costi di mantenimento delle stesse strutture carcerarie.

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