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Referendum: analisi del flop più scontato della storia

Il fiasco totale del referendum, e lo avevamo detto e scritto in tempi non sospetti.

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Non si tratta tanto e solo di boicottaggio da parte delle tv nazionali, che non hanno dato ai cittadini un’adeguata informazione e comunicazione al riguardo, ma possiamo riassumere i motivi principali del fallimento del referendum in questi sette punti.

Il fallimento del Referendum in sette punti

referendum

Il flop del referendum spiegato in sette punti.

  1. In primis, non è possibile abbinare un referendum con le elezioni amministrative, che hanno natura, finalità e carattere diverso, a cominciare dal fatto che le amministrative hanno un’impronta politica e muovono interessi “personali”, mentre il referendum è meno sentito e spinto dai partiti, avendo un carattere più ampio è più sociale.
  2. Seconda cosa, non è possibile escludere la giornata del lunedì per le votazioni dopo che per decine di anni gli elettori sono stati abituati a votare nella giornata lavorativa.
  3. Terzo, ormai è sotto gli occhi di tutti, occorre abolire il quorum per la validità del referendum. Non è possibile che sia necessario il 50% più uno degli elettori, è ormai anacronistico. Dovrebbe valere anche qui, la regola che vince chi riporta la maggioranza dei voti.
  4. Quarta cosa, bisogna limitare l’uso e l’abuso che sino ad oggi si è fatto dei referendum, aumentando il numero dei sottoscrittori per la presentazione degli stessi: oggi il minimo richiesto (500.000 firme) si raccoglie troppo facilmente.
  5. Quinto, cosa fondamentale da non dimenticare mai, è che il referendum rappresenta la certificazione di un fallimento delle istituzioni, dei partiti e dei politici, in quanto non in grado di fare le leggi, per le quali sono stati eletti e ben pagati da cittadini; e quindi questi ultimi sono costretti a ricorrere al referendum, per colmare i vuoti.
  6. Sesto punto, a differenza degli altri Stati europei, dove un referendum quando è approvato sostituisce in toto la legge oggetto della materia referendaria, in Italia dove il referendum è solo abrogativo, pur in caso di esito favorevole del voto, tutto va comunque  in mano al Parlamento che “dovrebbe legiferare”. E allora, mi chiedo, ma perché non lo ha fatto prima, con risparmio di tempo e di denaro per i cittadini? Non è più rinviabile una modifica radicale dell’istituto del referendum.
  7. Settimo punto, la vergognosa è umiliante notizia che a Palermo e a Taranto tanti seggi non sono stati operativi, per mancanza di presidenti di seggio, e quindi è stata impedita ai cittadini la possibilità di esercitare il proprio voto; al di là di responsabilità personali che vanno accertate, ci sono responsabilità della prefettura e del Ministero dell’Interno, che si sono fatti trovare impreparati di fronte a tali eventi. Il problema va risolto a monte e preventivamente, nel senso di approntare un elenco dei presidenti di seggio, tempestivamente, scelti dai funzionari dello Stato e che possano garantire la funzionalità dei seggi E l’esercizio del voto. In ultima ratio sia a Palermo che a Taranto, perché non si è provveduto alla mancanza dei presidenti di seggio, attraverso la precettazione, uno strumento utile in caso di necessità ed urgenza per garantire l’ordine pubblico?

E in ogni caso, ribadisco, che così come è il referendum in Italia (abrogativo) non serve a nulla, se non a dare visibilità a movimenti politici ormai quasi estinti e di piccola rilevanza, come il movimento radicale, che si è sempre nutrito di questo mezzo: non mi spiego, poi, il senso di partecipazione della Lega, che avrebbe potuto è dovuto evitare il referendum, spingendo per far approvare semmai le Leggi in Parlamento, dove è giusto che si facciano.

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