Telelavoro: cosa è, come funziona, le normative e come evitare le truffe

Telelavoro, cosa è, come funziona: le normative vigenti nel settore pubblico e privato e tutto quello che c'è da sapere per evitare di essere truffati.

Il telelavoro è ormai una realtà diffusissima in tutto il mondo. Aziende, start-up, liberi professionisti e freelance si appoggiano a modelli di organizzazione aziendale che sfruttano sempre di più il lavoro da remoto. Per capire meglio come funziona, allora, partiamo dall’analisi della normative e dagli errori da non fare per evitare le truffe.


telelavoro

Telelavoro da remoto: cos’è e come funziona

Con il termine telelavoro si fa riferimento, in linea generale, a tutti quei lavori svolti da remoto (spesso da casa) e che, pertanto, non obbligano il professionista a presentarsi tutte le mattine in un posto prestabilito. Il lavoratore, dunque, non deve prestare il proprio servizio all’azienda in un determinato posto (coincidente con la sede aziendale). In questa categoria rientrano tutte le attività svolte da remoto, che possono impegnare uno o più professionisti in un determinato periodo di tempo (un tot di ore a settimana o in determinati giorni del mese), ma che li lasciano liberi di organizzare tutto il resto come meglio credono.

A partire dalla propria postazione di lavoro, di conseguenza, il telelavoro mette nella condizione di portare a termine uno o più progetti scegliendo ed organizzando autonomamente la propria postazione che, di fatto, potrebbe trovarsi in qualsiasi parte del mondo. Quello che serve in questi casi, solitamente, è un computer e una connessione internet. La collaborazione tra azienda e lavoratori avverrà da remoto, e per lo scambio di informazioni, idee e confronti vari basterà ricorrere alle e-mail, le videoconferenze, le chat di gruppo o le call su Skype.

Sembra un mondo parallelo, lontano dal concetto di lavoro “classico” che noi tutti abbiamo, ma è una realtà, che sta prendendo sempre più piede e che sta aiutando molte imprese a crescere minimizzando costi e rendendo molto più rapidi i tempi. Con il telelavoro, difatti, non esistono distanze che tengano e, una volta collegati ad internet, una o più persone (che possono trovarsi anche ai due poli opposti del pianeta) possono lavorare insieme proprio come se si trovassero nella stessa stanza.

Tipologie di telelavoro

Dire che il telelavoro è solo il lavoro remotizzato è però un errore. A tal proposito, per una visione più ampia, corretta ed approfondita di questo tipo di attività, è opportuno fare delle precisazioni. Oggi, difatti, esistono diversi tipi di telelavoro, che possiamo suddividere in quattro gruppi:

  • Telelavoro a domicilio, quando il lavoratore si attrezza per lavorare direttamente da casa. Questo, in pratica, implica la sistemazione di tutti i dispositivi tecnologici necessari per svolgere autonomamente la propria attività presso la propria abitazione. Ad affrontare le spese per sistemazione e collaudo della postazione di lavoro, in questi casi, è generalmente il datore di lavoro;
  • Telelavoro mobile, quando basta solo avvalersi dell’uso di dispositivi mobile come cellulare, telefono, fax, computer etc. In questi casi non è necessaria l’installazione di una postazione stabile, perché il lavoratore ha bisogno solo di uno dei dispositivi sopra indicati per lavorare. L’attività, pertanto, potrà essere svolta in luoghi diversi, e potrà variare a seconda dei casi e delle esigenze (aziende clienti, abitazioni personali, alberghi etc.);
  • Telelavoro remotizzato, termine usato in generale per tutti i lavoro svolti “a distanza” e che, nel gergo tecnico, indica esplicitamente tutte quelle attività portate a termine tramite le cosiddette strutture satelliti, ovvero lontane dalle sedi centrali ma dotate di tecnologie ICT che permettono e facilitano la connessione tra i lavoratori coinvolti.
  • Telelavoro office to office, quando il lavoratore presta la propria attività all’interno di un ufficio tradizionale ma che fa parte di un gruppo di lavoro molto più grande, sparso in diverse parti/sedi del mondo. Tutti i lavoratori, dai responsabili ai sottoposti, interagiscono tra di loro tramite internet o attraverso software e hardware condivisi.

Come è facile capire, fin da una prima lettura delle definizioni appena date, spesso un’attività di telelavoro presenta contemporaneamente caratteristiche di due o più categorie. Vi è per esempio chi lavora da casa ma non da solo, perché magari fa parte di un gruppo di lavoro più grande, e con questo comunica tramite file condivisi e software specifici. Poi vi sono quelli che lavorano da casa ma che, con una semplice connessione internet, possono spostarsi ovunque e portare a termine i propri progetti senza alcun problema (senza cioè essere legati ad un luogo). Per questo motivo, oggi, il termine telelavoro abbraccia attività con un ampio raggio di azione.

Telelavoro nella Pubblica Amministrazione: cosa stabilisce la normativa

La normativa vigente in tema di telelavoro è diversa a seconda se si tratta di lavoro nel settore pubblico o lavoro nel settore privato. La Pubblica Amministrazione, secondo quanto stabilito dalla legge n. 191 del 1998, può ricorrere alle forme di lavoro a distanza e, quindi, anche al telelavoro. Termini, modalità e condizioni del telelavoro con la P.A. sono stati poi precisati dal D.P.R. n. 70 del 1999, ovvero il decreto attuativo contenente regolamento e disciplina del telelavoro nelle pubbliche amministrazioni.

Il decreto 70/99, per la precisione, da per la prima volta una definizione precisa di telelavoro, inquadrandolo come “forma di lavoro svolto a distanza, ovvero al di fuori dell’azienda e degli altri luoghi in cui tradizionalmente viene prestata l’attività lavorativa” che, allo stesso tempo, deve essere collegata funzionalmente alla struttura aziendale principale tramite l’ausilio di “strumenti di comunicazione informatici e telematici” (come computer, tablet ed altri dispositivi elettronici che lo permettono).

Il D.P.R 70/99 è intervenuto anche specificando quali sono i progetti che la P.A. può assegnare/gestire tramite telelavoro, che sono tutti quelli “fissati annualmente dall’organo di governo di ciascuna amministrazione, sulla base delle proposte dei responsabili degli uffici dirigenziali generali o equiparati”. Degli stessi, inoltre, è fondamentale che siano fissati preventivamente gli obiettivi da raggiungere e le risorse da destinare ad ogni singolo progetto e che quindi, si rifacciano ad un’apposita programmazione (trasparente, chiara e precisa). “Il ricorso a forme di telelavoro avviene sulla base di un progetto generale” stabilisce il decreto. Nel progetto, come è imposto dalla legge, devono essere pertanto  indicati:

  • obiettivi;
  • attività interessate;
  • tecnologie utilizzate e sistemi di supporto;
  • numero di dipendenti di cui si prevede il coinvolgimento;
  • tempi e modalità di realizzazione;
  • e costi e benefici di ogni attività.

Ogni attività di telelavoro che coinvolge l’Amministrazione Pubblica, inoltre, è soggetta a verifica. Criteri di valutazione, infatti, vanno espressamente indicati fin dall’inizio nel progetto proposto e approvato dai responsabili.

Telelavoro nel settore privato: a regolamentare l’attività solo accordi e contratti collettivi

Per quanto riguarda il telelavoro nel settore privato, a differenza di quello pubblico, non è mai intervenuta una normativa precisa e certa a disciplinare questo tipo di attività. Il legislatore, pur accettando e invogliando imprese e azienda a ricorrere a questo tipo di organizzazione lavorativa, non ha ancora dato una definizione esatta di telelavoro (nel privato). A cercare di fare chiarezza sulla questione, negli anni, ci hanno pensato allora le associazioni di categoria e i sindacati. Questi, rifacendosi principalmente alle direttive europee, hanno provato ordine fare ordine siglando specifici accordi.

L’unica regolamentazione del telelavoro nel settore privato, dunque, è contenuta nei singoli contratti collettivi di categoria, dove questo tipo di attività rientra spesso tra i “lavori esterni”. Rifacendoci, per esempio, alla definizione di telelavoro contenuta nell’accordo quadro europeo stipulato a Bruxelles il 16 luglio 2002 tra CES, UNICE/UEAPME e CEEP (e recepita da Confindustria con l’accordo interconfederale del 9 giugno 2004), è però subito evidente come la stessa si presti facilmente a diverse prestazioni.

Nell’accordo, per la precisione all’art. 1 del comma 1, il telelavoro viene definito come: “forma di organizzazione e/o di svolgimento del lavoro che si avvale delle tecnologie dell’informazione nell’ambito di un rapporto di lavoro, in cui l’attività lavorativa, che potrebbe anche essere svolta nei locali dell’impresa, viene regolarmente svolta al di fuori dei locali della stessa“. Come si evince da una prima lettura dell’articolo, quindi, mancano tutte quelle specifiche e le condizioni stesse che permetterebbero di inquadrare con più precisione gli ambiti di azione (di imprenditori e lavoratori) in questo settore.

Questa situazione, inevitabilmente, è finita col confondere gli addetti ai lavori che, per capire meglio come muoversi in questo ambito, devono di volta in volta consultare i relativi CCNL di riferimento e provare a trarre le giuste conclusioni. La verità, però, è che oggi come oggi sarebbe molto più comodo avere una disciplina comune a tutti, alla quale sia i datori di lavoro che i singoli lavoratori (che siano dipendenti, liberi professionisti o freelance) possano fare riferimento con certezza.

Telelavoro: come riconoscere le truffe

L’attività di telelavoro, svolgendosi prevalentemente a distanza, espone i lavoratori coinvolti a rischi come truffe o raggiri online. Non confrontandosi faccia a faccia con il proprio cliente e/o datore di lavoro, di fatto, bisogna prestare molta più attenzione per evitare di essere raggirati. Come fare per riconoscere un truffatore? In generale, come qualsiasi altro tipo di lavoro, bisogna cercare di carpire le reali intenzioni di chi offre il lavoro. Pur trattandosi di lavoro a distanza, infatti, è importante sentire il proprio datore di lavoro/cliente prima, durante e anche dopo presi gli accordi (telefono o skype poco importa).

Avere dei recapiti precisi e conoscere l’azienda per la quale si lavora vuol dire sapere a chi rivolgersi quando e se dovessero sorgere dei problemi. Professionalità, trasparenza e chiarezza devono contraddistinguere ogni tipo di accordo, da quello relativo al compenso a quello riguardante orari, impegni e responsabilità del lavoratore. Quello che conta, inoltre, è non fidarsi troppo di chi promettere mari e monti senza voler nulla in cambio. Non esistono guadagni facili, nemmeno quando non ti devi smuovere da casa per guadagnare il tuo compenso.

Diffidare sempre, inoltre, da chi prima di iniziare chiede dei soldi in cambio o dei dati personali non necessari o strettamente correlati con lo svolgimento del lavoro (dati bancari, documenti specifici come carta di identità o patente etc.).

Su internet, in fine, si incorre spesso in annunci truffa che promettono ingenti somme di denaro in cambio di pubblicità o promozione di prodotti. Attenzione, perché si tratta spesso di aziende che sfruttano il classico meccanismo delle catene di Sant’Antonio, dove a guadagnare sono pochi. Simili a questi, inoltre, quelli che parlano di guadagni commisurati a visualizzazioni, click, vendite tramite affiliati. A parte qualche raro caso, difatti, sono siti cui retribuzione, alla fine dei conti, è minima rispetto ai sodi promessi (si tratta di pochi centesimi di euro per click, per compensi pari a pochi euro in cambio di un impegno costante e troppo elevato rispetto alla remunerazione).

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