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Worker BuyOut: risorsa imprenditoriale al tempo della crisi

Tramite il Workers BuyOut, i lavoratori diventano imprenditori di se stessi, associandosi e mettendo in sinergia le proprie capacità e professionalità

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Negli ultimi anni si sente spesso parlare di Workers BuyOut (letteralmente: il riscatto dei lavoratori), un termine con cui si indica il progetto da parte dei dipendenti di un’impresa in crisi o sull’orlo del fallimento di rilanciare l’attività aziendale, tramite la costituzione di una cooperativa. Si tratta di una modalità innovativa in forte crescita, a fronte della crisi strutturale che ha interessato il nostro Paese per quasi 10 anni, seguita a ruota dall’emergenza pandemica, che ha ulteriormente fiaccato il tessuto economico italiano. Tramite il Workers BuyOut, dunque, i lavoratori diventano imprenditori di se stessi, associandosi e mettendo in sinergia le proprie capacità e professionalità: dal 1985 ai tempi nostri questa modalità innovativa di fare impresa ha salvato oltre 350 imprese e assicurato circa 15.000 posti di lavoro.

Un po’ di storia

Anche per quanto riguarda il Workers BuyOut siamo di fronte ad un modello imprenditoriale nato negli Stati Uniti all’inizio degli anni Ottanta del XX secolo, quando la recessione che ha interessato l’economia americana, causò la chiusura di molte aziende; inizialmente questa modalità fu sperimentata in imprese di grandi dimensioni, successivamente è stata applicata anche nelle piccole e medie. Allo sviluppo di tale forma imprenditoriale contribuirono in maniera determinante i sindacati: particolarmente significativo fu l’acquisizione da parte dei lavoratori della Great Atlantic & Pacific Tea Company, un contesto in cui gli stessi sindacati chiesero loro un contributo iniziale di 5.000 dollari e una decurtazione in busta paga di 200 euro per avviare il progetto.

progetto WBO

Un altro caso di rilievo della prima ora riguardò la National Steel Mill (produzione di acciaio) in Virginia, con 7 mila addetti, mentre nel 1994 il WBO ha interessato anche la compagnia Aerea United Airlines. Dai primi progetti questa modalità si è allargata a macchia d’olio, tanto che oggi negli USA sono oltre 7.000 le imprese gestite dai lavoratori, che offrono impiego a circa 13,5 milioni di addetti.

Le tappe di un progetto WBO

Il WBO non è un processo immediato, una sorta di toccasana che da un’accentuata criticità genera immediatamente una situazione positiva: è di fatto un percorso costituito di steep successivi, assolutamente necessari per verificare le prospettive dell’impresa in difficoltà e per responsabilizzare i lavoratori verso una concezione totalmente diversa di concepire la propria professionale.

Il primo passo è la consapevolezza che l’azienda è in forte crisi e che le modalità di gestione finora attuate non sono più adeguate per progettare una ripresa. In sostanza bisogna che maturi il concetto di un cambio di passo per guardare avanti. Un gruppo di lavoratori che intende avviare un WBO non può certo farlo da solo, necessita di un sostegno solido e qualificato, che può certamente essere garantito dal Movimento Cooperativo, che in Italia viene espresso dalle tre confederazioni Confcooperative, Lega Coop e A.G.C.I. (Associazione Generale Cooperative Italiane), le quali presentano una propria articolazione sui territori regionali e provinciali.

Il contatto con queste organizzazioni permette una prima valutazione sulla possibilità di riavviare l’attività e porta a conoscenza dei futuri imprenditori il modello cooperativo e i servizi offerti, gli strumenti finanziari ad esso riservati, la legislazione di riferimento ed i possibili spazi di sostegno, oltre che i concetti del rischio d’impresa. Questo confronto con le organizzazioni cooperative territoriali, tramite un dialogo franco e sincero, deve mettere in luce le motivazioni dei lavoratori nell’intraprendere un’operazione non certo semplice, le professionalità e le conoscenze in ambito economico-giuridico necessarie per l’acquisizione degli assets aziendali e delle risorse finanziarie per avviare il progetto industriale.

Di non poco conto, poi, l’analisi delle motivazioni che hanno causato la crisi aziendale, quale punto di partenza per analizzare nuove strategie, nuovi mercati, nuove organizzazioni interne per recuperare competitività e per giungere alla definizione di un Piano Industriale triennale, che definisca le linee guida per la capitalizzazione della nuova cooperativa, gli investimenti necessari, le fasce di mercato su cui penetrare, l’utilizzo ottimale delle risorse umane e il percorso di trasferimento di beni e attrezzature dalla vecchia azienda, al fine di avviare l’operatività.

Il finanziamento della nuova cooperativa

La capitalizzazione è senza dubbio il punto chiave per dare solidità al progetto di WBO e non può evidentemente non interessare i lavoratori, ossia i nuovi soci della futura impresa, chiamati a mettere a disposizione risorse personali, le uniche inserite nel rischio di impresa, che invece non coinvolge altri patrimoni famigliari. Spesso l’utilizzo degli anticipi degli ammortizzatori sociali (NASPI) sono stati di grande aiuto per loro al fine di dotare la nuova azienda di capitale sociale di rilievo.

Sempre in termini finanziari tramite le centrali cooperative è possibile accedere a fondi istituiti con la legge 59/92 e a quelli gestiti da CFI (Cooperazione Finanza Impresa), istituiti con la legge Marcora (1985): si tratta di interventi che permettono la partecipazione al capitale sociale della nuova impresa (con una quota massima che può raddoppiare quella messa a disposizione dai soci) e che si sostanziano anche con finanziamenti per favorire gli investimenti, caratterizzati da piani di rientro a lungo termine. Oltre a ciò, come avviene per qualsiasi impresa, è determinante il ruolo e il supporto che può garantire il sistema creditizio, tramite le opportunità offerte dalle banche del territorio.

Perché una cooperativa come modello WBO

Il modello cooperativo è una forma di impresa che affonda le proprie radici alla fine dell’’800, le cui espressioni iniziali furono le Casse Rurali ed Artigiane (spesso nate dall’intuizione di sacerdoti per mettere al riparo i contadini dall’usura), le Cantine Sociali e le Cooperative Ortofrutticole (per il conferimento associato di prodotti agricoli). Successivamente si sono sviluppate in ogni ambito economico (produttivo, servizi, cultura e assistenza sociale). La cooperativa si è dimostrata efficace nei progetti WBO, in quanto realizza un’interessante sinergia fra lavoro, etica e partecipazione. Il concetto che sta alla base di questa forma imprenditoriale è la democrazia, ossia il controllo paritario dei soci sia a livello decisionale (una testa, un voto) che finanziario (medesimo impegno economico), che si accompagna alla perfezione ad un altro pilastro, ovvero la mission che, rispetto ad altre forme di impresa, non punta alla creazione di utili per i soci, ma allo sviluppo del lavoro per i medesimi soci e a una ricaduta benefica della propria attività verso la comunità in cui è inserita.

Sono proprio queste caratteristiche che ne fanno il modello ideale per i progetti di WBO, in quanto i valori della democrazia interna e della responsabilità di ogni socio rappresentano un deciso stimolo per i lavoratori nel prendere coscienza di essere diventati imprenditori e quindi artefici del proprio successo lavorativo.

Alcuni case history di successo

WBO Italcables  è una cooperativa nata nel 2015 a Napoli, quando i 51 dipendenti con il proprio TFR acquistarono lo stabilimento  della precedente Italcables (in concordato di liquidazione nel 2013), azienda specializzata nella produzione di trefolo e filo per cemento armato precompresso. Il successo di questo progetto WBO è testimoniato certamente dall’ultimo fatturato che si aggira attorno ai 20 milioni di euro, sempre in crescita rispetto ai 15 milioni di euro nel 2015 e ai 18  nel 2018, ma la chiave del buon esito della cooperativa si deve sicuramente alla determinazione dei dipendenti e alla loro tenacia per salvare l’azienda e creare le condizioni per lo sviluppo futuro.

WBO italcable
WBO Italcable

Significativa anche la vicenda dello storico Birrificio Messina, fondato nel lontano 1923, dalla famiglia Faranda e rilevato nel 1988 da Heineken Italia, che, dopo diverse vicissitudini, è attivo fino al 2011, quando viene annunciata la chiusura degli stabilimenti. Nel 2013 arriva però la svolta: 15 operai, maestri birrai, creano la Cooperativa Birrificio Messina, impiegando il proprio TFR e rilanciano lo storico marchio e, dal 2016, in un piccolo ma moderno impianto produttivo avviano anche la produzione di due nuove birre: “Birra dello Stretto” e “Birra DOC”. Successivamente la cooperativa (2019) stringe un accordo con Heineken finalizzato alla produzione della Nuova Birra Messina Cristalli di Sale e alla commercializzazione dei propri prodotti, tramite la rete commerciale del colosso olandese.

Birrificio Messina

Anche in Romagna diversi casi di WBO andati a buon fine, fra questi quello della cooperativa di produzione lavoro Soles Tech di Forlì, creata dai dipendenti della ex SOLES Srl: nel 2013, dopo una serie di fusioni il gruppo Consta, di cui fanno parte più aziende tra cui Soles, va in crisi ed entrambe entrano in regime di concordato liquidatorio, in seguito al quale il Tribunale mise all’asta l’azienda ed i relativi brevetti. Dopo le prime offerte che si aggiravano attorno ai 150mila euro, emerge la disponibilità degli ex dipendenti (circa 30 fra operai, geometri, ingegneri ed amministrativi) a tassarsi ed a acquisire il tutto. Da lì prese forma la cooperativa, costituita il 18 maggio 2015, dando continuità a brevetti molto interessanti nel campo dell’antisismica, come quelli per il sollevamento di edifici e dei serbatoi con l’inserimento di isolatori, che, diversamente, sarebbero andati dispersi. Si è trattato di una politica di rinascita a piccoli passi, ma sempre in crescita: oggi sono occupati in Soles Tech 25 addetti in maniera stabile, oltre 30 artigiani nell’indotto e dal fatturato di 160.000 euro del 2015 si è passati al oltre i 6 milioni attuali.

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