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“Grief Tech”: l’inquietante frontiera dei Deadbots. Parlare con i defunti via AI è il nuovo business (ma a quale prezzo psicologico?)

Ti manca la nonna? L'Intelligenza Artificiale può riportarla in vita. O quasi. Si chiamano "Deadbots" e sono avatar digitali che replicano voce, volto e ricordi dei defunti. Un business nato in Cina che sta arrivando in Europa, sollevando un polverone etico. Gli psicologi avvertono: "Impedisce l'elaborazione del lutto", mentre il Garante della Privacy accende un faro sui dati di chi non c'è più.
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Immaginate di ricevere una videochiamata sul cellulare. Sullo schermo appare il volto di vostro padre, scomparso tre anni fa. La voce è la sua, le espressioni sono le sue, e vi chiede come sta andando il lavoro. Non è un episodio di Black Mirror, ma l’offerta commerciale di diverse startup (nate in Cina e ora sbarcate negli USA e UK) che promettono l'”immortalità digitale”.

Il settore è stato ribattezzato Grief Tech (Tecnologia del Lutto) e sta vivendo un boom senza precedenti. Molti imprenditori digitali stanno analizzando questo trend come una delle nuove idee per mettersi in proprio e lanciare startup innovative, sfruttando l’evoluzione dei modelli generativi come GPT-5 e la clonazione vocale.

1. Come funziona la “Resurrezione Digitale”

Il processo è tecnicamente semplice quanto emotivamente devastante. L’utente carica foto, video, messaggi vocali e chat WhatsApp della persona cara deceduta. L’AI processa questi dati per:

  • Ricostruire la voce: Bastano 30 secondi di audio originale per creare un clone vocale perfetto.
  • Simulare la personalità: L’algoritmo impara lo stile di scrittura, le frasi ricorrenti e i ricordi specifici dai messaggi inviati in vita.
  • Animare il volto: Un avatar fotorealistico in 3D si muove e parla in tempo reale sullo schermo dello smartphone.

2. Il parere degli Psicologi: il “Lutto Congelato”

Perché questa tecnologia spaventa gli esperti di salute mentale? Il lutto è un processo che richiede distacco. Accettare che l’altra persona non ci sia più è doloroso ma necessario per andare avanti. I Deadbots, al contrario, mantengono il defunto in uno stato di “presenza virtuale costante”.

Gli psicologi parlano di Frozen Grief (lutto congelato): chi usa queste app rischia di rimanere bloccato nella fase della negazione. In ambito aziendale, questo tema si lega strettamente alla necessità di strumenti di supporto per i dipendenti in difficoltà. [cite_start]Sempre più aziende, infatti, stanno integrando percorsi di sostegno psicologico nei loro piani di welfare aziendale e buoni acquisto, riconoscendo che il benessere mentale è fondamentale tanto quanto quello economico[cite: 142].

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3. Il problema legale: chi possiede i dati dei morti?

C’è poi un enorme vuoto normativo. In Europa, il GDPR tutela i dati delle persone viventi. Ma i morti? Chi ha dato il consenso per creare un avatar digitale del nonno? E se un domani l’azienda che gestisce l’app decidesse di inserire pubblicità nelle conversazioni del “caro estinto”? La questione dell’Eredità Digitale diventa quindi centrale: senza disposizioni chiare, la memoria online rischia di diventare merce di scambio.

Conclusioni

La Grief Tech risponde a un bisogno umano antichissimo: sconfiggere la morte. Ma la consolazione che offre rischia di essere un “fast food emotivo”, nutriente nell’immediato ma tossico a lungo termine. Forse, l’unico vero modo per onorare chi non c’è più è ricordarlo com’era, non trasformarlo in un chatbot.

Founder Bianco Lavoro – Direttore del Master in Risorse Umane e del Master in Coaching Bianco Lavoro 📚 | Scrittore ✍️ | Speaker per università ed eventi 🎤 | Imprenditore internazionale attivo in 🇮🇹🇸🇰🇦🇪🇪🇸 | 30 anni di esperienza professionale 💼 –

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