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5 errori nel CV che ti costano il colloquio: quali sono e come evitarli

Non parliamo di sottigliezze e non parliamo in generale. Parliamo di errori macroscopici – quelli, per intenderci, che possono precludere il colloquio – e nello specifico del panorama italiano. E lo facciamo con l’aiuto di Jobseeker, piattaforma con milioni di utenti che crea strumenti ad hoc per agevolare la ricerca di lavoro (e che conosce molto bene il mercato del lavoro e i trend attuali: ciò che funziona e ciò che invece non va). La domanda è: quali sono i più tipici, e cruciali, errori nei CV dei candidati italiani?

1. Eccessiva lunghezza

Il primo errore tipico dei CV italiani è la lunghezza eccessiva. Forse per la scarsa propensione alla sintesi, forse per l’influenza del formato Europass, usato per tanto (troppo?) tempo in modo pedissequo e del tutto acritico, forse per horror vacui, sta di fatto che a volte anche i curricola dei profili junior superano le due pagine, ovvero il limite massimo cui per convenzione si dovrebbero adeguare anche i senior. Il problema è che ‘dire tanto’ non significa necessariamente ‘dire bene’: spesso, purtroppo, è vero il contrario. Da cui CV prolissi, ridondanti, in cui è molto difficile, per chi legge, trovare le informazioni davvero importanti: quelle che contano ai fini della valutazione. 

2. Nessun cenno ai risultati

La presentazione delle esperienze lavorative è data in genere da un elenco dei singoli incarichi, per ciascuno dei quali si descrivono le mansioni svolte. E fin qui tutto bene. Ma i risultati? Un conto è svolgere un compito. Un conto è raggiungere un obiettivo…E ciò che conta, per chi fa recruiting e per i potenziali datori di lavoro, sono gli obiettivi raggiunti. Nei CV dei candidati spesso questo aspetto manca del tutto: da un lato ci sono descrizioni iper-dettagliate di task e responsabilità, dall’altra nemmeno un accenno ai risultati. 

3. Linguaggio incomprensibile

Va bene, anzi, benissimo, conoscere i termini specifici che caratterizzano il proprio ambito o mestiere. Vuol dire avere una conoscenza approfondita del settore. Ma a volte vuol anche dire… tanto fumo e niente arrosto. La tendenza a infarcire di tecnicismi il discorso per mancanza di argomenti è un vizio pessimo e purtroppo molto diffuso. Con ogni probabilità, chi si candida per un lavoro e invia un CV pieno zeppo di tecnicismi incomprensibili non lo fa in mala fede, bensì per abitudine a rivolgersi a colleghi che si esprimono nello stesso modo. Ciò non toglie quanto segue: il curriculum deve essere un documento chiaro, scorrevole e comprensibile, con il giusto equilibrio tra ‘linguaggio criptato da adepti’ e linguaggio comune.

4. Aspetto carente

E se i contenuti tengono ma impaginazione, formattazione e grafica fanno acqua? Succede più spesso di quanto non dovrebbe: font poco leggibili o addirittura diversi tra titoli e paragrafi, colori scelti a caso, tabelle che fanno slittare le sezioni lasciando vuota mezza pagina, immagine del profilo tutta sfocata… basta uno di questi elementi a indisporre chi legge. Prima di tutto perché una presentazione trascurata compromette la leggibilità del testo. In seconda battuta perché significa non saper comunicare in modo efficace, avere scarsa alfabetizzazione digitale (inammissibile, considerando che esistono strumenti online semplicissimi da usare) e nessuna capacità di curare il proprio brand personale, che è ciò che ogni candidato in cerca di impiego deve fare. Nessuno escluso. 

5. Bugie

Ultimo, ma non per importanza, errore fatale consiste nel non dire la verità. Il che non significa inventare di sana pianta cose che non esistono: questo tipo di menzogna non è solo scorretto; può essere illegale. Nei concorsi, per esempio, dichiarare titoli di studio falsi si può configurare come reato di falso ideologico. Ma tornando alle cattive abitudini più diffuse, le bugie del CV sono spesso degli eccessi di ‘approssimazione in meglio’: C1 di inglese quando il livello è più o meno intermedio, ‘lunga esperienza all’estero’ a fronte di un campo lavoro di poche settimane, ‘SMM esperto’ quando non hai ancora ben capito come interpretare gli insights del Business Manager. E via dicendo. Il problema, in questi casi, è comunque grave e a più livelli. Prima di tutto, oggi il fact-checking si fa in un attimo. Seconda cosa: i recruiter non sono sprovveduti e l’eccesso di enfasi lo colgono subito, se non sulla carta dopo un minuto di conversazione. Infine, se a un errore si può rimediare, a una bugia no in termini di reputazione, affidabilità, fiducia

Come rimediare: le regole da seguire

Ti riconosci in questo elenco? Probabilmente non in tutto: probabilmente solo in parte. L’importante è rimediare. Bastano poche regole, da autoimporsi e da rispettare. Per esempio, regola numero uno: taglia il superfluo, includendo solo ed esclusivamente le informazioni funzionali alla candidatura, con l’obiettivo di non superare le due pagine. Regola numero due: ripensa ogni esperienza professionale come binomio ‘azione à impatto’. Regola numero tre: riduci i tecnicismi a quelli essenziali ed evita un eccesso di acronimi e sigle, o spiegali tra parentesi. Regola numero quattro: usa un modello di CV preimpostato, scegliendo tra quelli creati apposta per lo scopo. Imperativo finale: se un’affermazione non corrisponde al vero, evita di dirla. Rispettando queste linee guida, il tuo CV avrà tutto un altro impatto. Solido, in grado di parlare chiaro, in modo pragmatico e concreto, piacevole al colpo d’occhio oltre che da leggere, trasparente: così il curriculum ha tutte le carte in regola per trasformarsi nel biglietto da visita ideale. Quello del candidato che ogni recruiter vorrebbe incontrare. E in un mercato del lavoro competitivo e veloce come quello di oggi, che si gioca su scala globale, questi aspetti non si possono assolutamente trascurare.

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