Il vertice al ministero dello Sviluppo Economico in programma in queste ore rischia di decidere in maniera indelebile le sorti dello stabilimento Alcoa di Portovesme. In una Capitale pressochè blindata (sono un migliaio gli agenti in presidio al Ministero, dove si temono agitazioni dopo gli ultimi eventi) a sfilare sono anche gli amministratori locali e le sigle sindacali, nell’auspicio di una buona risoluzione delle negoziazioni.
Il “problema” Alcoa

Soluzioni dell’ultimo minuto
I tentativi condotti dal Ministero dell’Economia e dello Sviluppo sono pressochè disperati. La corsa alle negoziazioni è in realtà una corsa contro il tempo, visto e considerato che il perseguimento di una opzione alternativa dovrebbe essere ottenuta prima del definitivo spegnimento dell’impianto di Portovesme. Una volta che anche l’ultima cella di produzione sarà disattivata, sarà quasi impossibile poter ripristinare l’interesse dei potenziali acquirenti.
I potenziali acquirenti
Obiettivo di queste ore è pertanto quello di rinvigorire l’interesse, già espresso, da parte dei potenziali acquirenti. In pole position vi sarebbero le due multinazionali svizzere di riferimento principale, la Glencore e la Klesch, sebbene non manchino indiscrezioni che porterebbero una società cinese e una indiana ad inserirsi nella trattativa qualora le discussioni con le aziende elvetiche non dovessero andare a buon fine.
I nodi della vicenda
Sono principalmente due i nodi da sbrogliare per garantire una efficiente risoluzione delle trattative. Il primo è relativo al costo dell’energia. Un tema sul quale il governo si è detto molto possibilista, fino ad ammettere la possibilità di consolidare uno sconto sulla bolletta energetica anche rilevante.
Il secondo tema, sicuramente più importante sul fronte socio-economico, è quello della salvaguardia dei posti di lavoro nel territorio. La chiusura della fabbrica coinvolgerebbe infatti l’immediata corresponsione di una remunerazione per circa 800 dipendenti, con un risvolto drammatico nell’area del Sulcis.
