Fallimento al lavoro? In fondo è solo un’occasione di crescita

Ogni tentativo reca in sé l'insidia dell'insuccesso. Chi ha fallito una volta ha paura di farlo ancora, ma deve riconoscere l'errore e modificare il suo schema mentale

Non tutte le ciambelle riescono col buco. Quando le cose non vanno per il verso sperato, dovremmo rispolverare l’antico proverbio popolare che insegna (o per lo meno invita) ad incassare con stile gli insuccessi. Il fallimento può innescare meccanismi “diabolici”, confinandoci in un cono d’ombra da cui è faticoso uscire. Paralizzati dalla paura di sbagliare di nuovo, tendiamo spesso a rimanere immobili, in attesa che la vita prenda le decisioni che noi fuggiamo. Ma si tratta del percorso sbagliato: quello lastricato delle frustrazioni che – al lavoro come nella vita privata – potrebbero condannarci ad un’infelicità perenne. Per ripartire, occorre prendere coscienza dei propri errori. E comprendere che il fallimento è un passaggio “fisiologico”, destinato a trasformarsi in un’importante occasione di crescita umana e professionale.


fallimento
image by dotshock

Cosa vuol dire fallire? Non centrare l’obiettivo che ci si era prefissato. I motivi che conducono all’insuccesso possono essere tanti: può capitare che la meta non venga raggiunta per mancanza di attenzione o di effettiva competenza. O che la freccia non centri il bersaglio per colpa di un’imprevedibile fatalità.

Qualunque sia il motivo che sta alla base di un fallimento al lavoro, occorre innanzitutto riconoscerlo ed evitare di rimuoverlo come se non si fosse mai verificato. Sbagliare è umano e fisiologico e farsi travolgere dal senso di frustrazione e di delusione che consegue a un insuccesso lo è forse ancora di più. Ecco perché accettare le emozioni negative che produce un fallimento rappresenta il primo step per giungere alla metabolizzazione e al superamento del senso di inettitudine che, molto spesso, ne deriva. E poi? Ogni volta che “inciampiamo” al lavoro (ma il ragionamento può valere, ovviamente, anche per le faccende personali), dovremmo trarne un insegnamento. Analizzare, nel modo più lucido e distaccato possibile, le cose che hanno condotto all’insuccesso può aiutare ad individuare l’errore per scongiurarlo in futuro. Fallire ci permette, in definitiva, di diventare più consapevoli, consegnandoci preziose istruzioni su come una data situazione non debba, per esempio, più essere affrontata.

Inanellare insuccessi nel lavoro può generare stati di grande malessere e condurre verso una spirale auto-distruttiva che ci spingerà ad emettere giudizi severissimi sul nostro conto. Il rischio, insomma, è che la frequenza del fallimento ci faccia perdere la fiducia nei nostri mezzi spingendoci a pensare che la cosa migliore da fare sia quella di desistere da ogni ulteriore tentativo e di rimanere inermi per metterci al riparo da nuove delusioni. Si tratta ovviamente di una scelta infelice. Chi ha paura di sbagliare condanna se stesso a un’accidia che non porterà nulla di buono. Al contrario, solo chi proverà a rimettersi in gioco dimostrerà di aver fatto tesoro degli insegnamenti del passato. E di aver lavorato per rintracciare dentro di sé la forza necessaria a provarci un’altra volta. Mettendo in conto la possibilità di sbagliare ancora.

Sia ben chiaro, non vogliamo qui tessere l’elogio del fallimento: non centrare l’obiettivo non fa, infatti, piacere a nessuno. Ma limitarci semmai a fornire qualche spunto di riflessione che possa aiutare a non replicare gli errori del passato. Se ad un compito affidato in ufficio – che non è stato portato a termine come richiesto dal capo – ne segue un altro nel quale non riusciamo ugualmente a cavarcela come sperato, questo vuol dire che la negatività dell’insuccesso precedente non è ancora stata “smaltita”. E che lo schema mentale che ci ha portato a sbagliare una prima volta non è stato scardinato. Il consiglio, in questo caso, è di prendersi più tempo. E di impegnarsi a rinnovare l’approccio verso le cose e le persone che si incrociano al lavoro. Cercando, tra l’altro, di individuare e scommettere sull’attitudine (o talento) che porta a fare le cose con più slancio e dunque meglio.

Ultima considerazione: quando il fallimento fa capolino nella nostra vita, dovremmo imparare a dargli il giusto peso. Evitando di pensare che esso ci rappresenti in toto. Cosa vuol dire? Che l’insuccesso va considerato come lo scatto di un momento isolato, esattamente come quelle istantanee sfocate o mosse che non riescono a cogliere i nostri “punti forti”. L’incidente non deve indurci ad evitare per sempre gli obiettivi fotografici, ma solo a ricordarci che “non tutte le ciambelle riescono col buco”. E che la sperimentazione del “fiasco” (professionale e non) ci permette di diventare più saggi, consapevoli e forti. In pratica, di crescere.

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Commenti

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  • Willer Lucchin 2 mesi

    “Fallimento al lavoro”: per come la vedo io, è una situazione che raramente diventa “un’occasione di crescita”. Se l’occupazione a cui ti sei dedicato in via principale, se non proprio in via esclusiva, dopo un tempo ragionevolmente significativo ti accorgi che ha restituito risultati deludenti, mi è difficile immaginare rimedi miracolosi; meglio allora cambiare progetto, magari più indicato per le tue inclinazioni.
    Altra cosa è un “fallimento occasionale di un aspetto del tuo lavoro”: in questo caso concordo che la rimozione della criticità può diventare un’occasione di crescita. In genere, ho tratto più soddisfazione dal superamento di situazioni complicate piuttosto che dalla confortante facilità di svolgere i miei compiti. Quando va tutto bene, io sono in allarme. Non mi compiaccio certo dell’ansia che può procurare la prestazione, ma ragionando come un cacciatore (anche se la caccia è uno sport che non pratico e che proprio non amo), credo che sia più stimolante sparare a un leone piuttosto che a una lepre.
    In realtà non mi esalto per il superamento dei momenti difficili. Sono però consapevole che quando va tutto bene l’imprevisto è in agguato e non bisogna mai sottovalutarlo. Devo essere sempre in tensione, per raggiungere i traguardi sempre più ambiziosi. Ma se qualche volta non arrivo primo, o secondo, o terzo, non è una tragedia. L’importante è che la posizione in classifica generale sia correlata alle mie capacità e al mio impegno.