Film porno al lavoro? Si può. Ma fumare spinelli può essere irrimediabile

Stessa azienda, destini diversi. Le storie di due dipendenti dell’ex Fiat – uno impiegato a Termini Imerese, l’altro a Torino – hanno avuto finali diversi. Il primo ha rischiato di perdere definitivamente il lavoro per aver visionato spezzoni di film porno in azienda. Il secondo lo ha, invece, perso per essersi fumato qualche spinello.


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image by Marcos Mesa Sam Wordley

Ma andiamo con ordine. Era il 13 maggio 2008 quando la Fiat di Termini Imerese predisponeva l’allontanamento di un suo dipendente alla manutenzione. Il motivo? La visione di filmati pornografici“Durante il turno di lavoro – si legge nella sentenza emessa all’interno della Fiat – un manutentore all’unità di montaggio veniva notato dal personale addetto alla tutela del patrimonio aziendale, in compagnia di alcuni colleghi di lavoro, intento a svolgere attività estranea alla prestazione lavorativa consistente nella visione di filmati a carattere pornografico”. In pratica: anziché lavorare, il dipendente (secondo l’azienda) si faceva distrarre da immagini che nulla avevano a che fare con le sue mansioni. Da qui la scelta di allontanarlo. Scelta che il Tribunale di Palermo, con sentenza emessa nel luglio del 2010, decide di “benedire” convalidando il licenziamento del dipendente. Ma a far prendere un’altra piega alla vicenda, ci pensa la Corte di Appello di Palermo che, nel novembre del 2011, ribalta la sentenza predisponendo non solo il reintegro del lavoratore, ma anche la sua indennità. Fiat non ci sta e decide di rivolgersi alla Cassazione che conferma l’illegittimità del licenziamento precisando che guardare film porno non rappresenta, di per sé, un reato, a meno che non lo si faccia durante l’orario di lavoro. Ma l’assenza di prove a suffragio di tale tesi, accompagnata dall’ammissione del lavoratore di aver “ceduto” alla visione di qualche immagine hard durante la pausa pranzo, hanno convinto i giudici della Suprema Corte a concludere che il manutentore di Termini Imerese andava reintegrato e risarcito. Nonostante, per appesantire il quadro indiziario contro di lui, la Fiat avesse aggiunto che nel suo armadietto erano stati rinvenuti un pc e tre dvd “a luci rosse”.

Tutt’altro epilogo per un dipendente dell’ex Fiat di Torino, “beccato” a fumare qualche spinello in fabbrica. I suo dirigenti non glielo hanno perdonato affermando che, col suo comportamento, aveva irrimediabilmente leso il rapporto fiduciario con l’azienda. Anche perché, svolgendo una mansione delicata (si occupava di individuare eventuali guasti negli impianti e nei macchinari), non avrebbe mai dovuto cedere – secondo la Fiat – alla tentazione di concedersi qualche “fumata” che poteva inficiarne la lucidità e l’efficienza sul lavoro. Il Tribunale di Torino interpellato in primo grado ha ritenuto il licenziamento una misura troppo drastica, ma sia la Corte di Appello che la Cassazione, intervenute in secondo e in terzo grado, hanno dato ragione all’azienda. Il dipendente scoperto a “rullare” non ha più rimesso piede in fabbrica.

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