Quando lavorare troppo può risultare letale: il fenomeno Karoshi

Molti giapponesi antepongono la sfera lavorativa a quella privata. Il risultato? Un eccesso di stress fisico e mentale che può costare la vita

Il fenomeno potrà lasciare indifferenti, dal momento che riguarda un Paese che dista quasi 10 mila km da noi, ma a ben guadare potrà aiutarci a riflettere, con più attenzione, sui diritti di cui godiamo. E che, molto spesso, non apprezziamo a sufficienza. “Karoshi” è il termine giapponese con cui si indicano le morti per eccessivo lavoro. Un fenomeno tristemente diffuso nel Paese del Sol Levante dove il ministero del Lavoro è periodicamente costretto ad aggiornare le stime delle vittime. Ma cos’è esattamente il “Karoshi”? Quali sono i sintomi che possono dare l’allarme? E perché così tanti giapponesi lavorano al punto di morire? Ogni caso andrebbe, ovviamente, valutato a sé. Ma alla base del problema – che ha assunto, col tempo, dimensioni impressionanti – c’è una certa propensione al sacrificio e la paura di perdere il lavoro.


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Cos’è il Karoshi

Il primo caso ufficialmente riconosciuto è quello di un giovane operaio 29enne stroncato da un ictus nel 1969. Che lavorava, a ritmi forsennati, nel reparto di spedizione di uno dei maggiori quotidiani del Paese. Ed è proprio questo il cuore della questione: quando un lavoratore viene considerato vittima di “Karoshi”? A stabilirlo è lo stesso Governo giapponese pronto a risarcire, con una cifra che si aggira intorno ai 20 mila dollari annui, i parenti delle vittime che hanno lavorato più di 65 ore a settimana, nel mese antecedente il loro decesso, o 60 ore a settimana nei due mesi precedenti. Per quanto i dati, su questo punto, non siano del tutto univoci. Secondo altre fonti, infatti, a fare la differenza sarebbe anche la disponibilità a fare straordinari che può portare a “macinare” centinaia di ore al mese. Prendiamo il caso di un dipendente di un’azienda di Tokyo specializzata nel settore della sicurezza. Stando a quanto riferito, era solito lavorare 15 ore al giorno e prolungava di buon grado la sua permanenza in ufficio, oltre il tempo pattuito per contratto. A costargli la vita – è morto, a 42 anni, stroncato da un attacco cardiaco che lo ha colto mentre lavorava alla sua scrivania – sarebbero state anche le 4 ore impiegate per spostarsi da casa al lavoro. Per un totale di 19 ore al giorno trascorse fuori dalle mura domestiche.

Perché si lavora fino a morire?

Sono numeri che costringono a riflettere sulla nostra realtà che, di norma, prevede solo 40 ore settimanali di lavoro. Niente in confronto alle 70-90 ore che, secondo il Labor Force Survey, vengono mediamente lavorate in Giappone. Esponendo uomini e donne al rischio crescente del “Karoshi”. Dedicare troppe ore al lavoro significa sacrificare la propria sfera personale. E trascurare gli affetti e gli interessi che possono rendere la vita meno faticosa. Con conseguenze facilmente intuibili: chi lavora troppo sottopone il fisico e la mente a un carico di stress insostenibile e si espone al rischio di ammalarsi gravemente. Fino a morire.

Ma cosa spinge i lavoratori giapponesi a rischiare tanto? Cosa li porta a mettere quotidianamente a repentaglio la loro vita? Ci sono almeno due considerazioni da fare. La prima chiama in causa la cultura nipponica che, tra le altre cose, è fortemente incardinata sul senso del sacrificio e sulla lealtà. Molti dipendenti di azienda si sentono come obbligati a dedicare gran parte del loro tempo alla crescita dell’organizzazione per cui lavorano e non battono ciglio quando il capo chiede loro di intrattenersi oltre il regolare orario di ufficio. Di più: un recente sondaggio condotto in Giappone su un campione rappresentativo di impiegati  ha rilevato che oltre la metà di loro non esiterebbe ad annullare un importante impegno privato per rimanere al lavoro. La completa fedeltà al dirigente e all’azienda spinge, insomma, molti giapponesi a trascurare del tutto (o quasi) la loro sfera privata.

Ma c’è di più: esattamente come nel resto del mondo, anche nel Paese del Sol Levante, la crisi ha fatto sentire i suoi effetti. E ha portato con sé lo spettro di un’incertezza che non risparmia nessuno. Per paura di perdere il lavoro, molti impiegati giapponesi (a morire per il troppo lavoro sono soprattutto i cosiddetti “colletti bianchi”) scelgono di fare più di quanto potrebbero o dovrebbero fare. La speranza, per tutti loro, è che il boss si accorga del loro infaticabile contributo e premi la loro incondizionata devozione. Ma il prezzo da pagare, a volte, è davvero troppo alto.

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