La professione appagante del presente e del futuro: il mental coach

Tra le nuove professioni che si stanno sviluppando in questi anni in Italia, c’è quella del mental coach, chiamato anche preparatore/allenatore mentale. Una figura nata negli Stati Uniti oltre 20 anni fa, e che come al solito arriva in Europa con qualche decina di anni di ritardo.

Per aiutarci a comprendere le caratteristiche principali, l’utilità e gli sbocchi lavorativi di questa tipologia di professionista, abbiamo intervistato Carmen D’Urso, life coach pugliese. Persona da sempre estremamente solare e positiva, che ha da subito compreso di possedere il talento e la predisposizione per cimentarsi in questo campo.


Ciao Carmen, intanto raccontaci un po’ di te

Mi chiamo Carmen D’Urso, nasco con una profonda vena artistica che manifesto attraverso il canto e la scrittura!!

Nonostante gli studi tecnico-giuridici, non abbandono mai, anzi coltivo, questa mia naturale attitudine.

Dopo varie esperienze di carattere lavorativo in tal senso, intraprendo un percorso che, in realtà, mi accompagna tutta la vita: la crescita personale e tutto ciò che ruota attorno a quest’affascinante disciplina! Fra studio e conoscenza a 360° proseguo verso un altro traguardo che è quello di riuscire a scrivere articoli, su tale argomento, fino a poi arrivare a pubblicare un e-book dal titolo “La felicità in tasca”. Finalmente approdo sulla piattaforma della formazione come Coach: è l‘autentica ambizione professionale che mi spinge ad un’altra opera letteraria giunta ormai al suo epilogo, in attesa di pubblicazione.

Ci puoi spiegare qual è l’iter ed il percorso formativo per diventare dei mental coach?

Per quanto attiene l’iter formativo professionale di un Coach immagino che la prima cosa sia “trovare” una scuola che porti con se la struttura dell’insegnamento di ciò che “Coaching” vuol significare!!!

Ottenere delle basi solide, in tal senso, è foriero di consapevolezza in questo lavoro. Personalmente ne ho frequentato una per due volte al mese, per 5 mesi, che ha segnato la svolta nella considerazione di “fare” il Coach!! La maieutica è stata, per me, l’anello mancante del mio approccio verso il mio pubblico. Ho capito, finalmente, cosa vuol dire “accompagnare” qualcuno verso il proprio obiettivo!

Ma, c’è voluto impegno mentale ed anche, perché no, fisico: Lecce-Bologna per 5 mesi, due volte al mese!!!

Non esiste un albo o una certificazione riconosciuta dallo Stato?

Per questo tipo di professione esiste un’associazione di categoria italiana A.I.C.P. oppure una federazione internazionale I.C.F., alle quali, tuttavia, non è obbligatorio aderirvi, poiché ogni Coach rappresenta un libero professionista che può esprimersi in modo “singolare”. Di solito egli eroga le sue sessioni per una durata di 45 minuti circa a seduta, che possono espletarsi sia attraverso il classico “face to face”, sia attraverso altri canali come Skype o telefonata.

Come emerge da fonti informative, telegiornali compresi, quella del Coach è, ormai, la professione del presente e del futuro: dal momento che, come uso asserire io, si ha bisogno di un “sostenitore” a partire dall’uomo “della strada” fino ad arrivare al presidente degli Stati Uniti d’America!!!

Nello sport, nel canto, nelle aziende, nei rapporti umani: il Coach riveste un ruolo quanto mai essenziale per il progresso di tutte le attività!! Naturalmente oggi c’è un grande vantaggio, grazie ai social networks, che aiutano nella divulgazione immediata della propria identità lavorativa.

Come ti sei avvicinata a questo Mondo?

Il mio approccio verso il mondo del Coaching è stato determinato, certamente, dalla mia propensione alla Psicologia Positiva, dalla mia volontà e naturale tendenza, quindi, a supportare gli altri nel raggiungimento dei propri obiettivi! E’ stato decisamente quest, che ha fatto scattare in me la molla per intraprendere questo percorso così ricco di esperienze interiori.

Chi si rivolge di solito ad un mental coach?

Essendo il Coach colui o colei che “accompagna” il coachee (assistito) verso il suo o i suoi obiettivi, chi ne richiedesse il suo supporto è, evidentemente, colpito da una cosiddetta crisi di autogoverno, oppure da un desiderio di mettere in pratica un progetto sia esso personale che aziendale, ad esempio. Ciò che rende peculiari i presupposti di tale richiesta sono la volontà e la responsabilità di cui, dall’inizio alla fine, l’assistito si investe!! E lo farà attraverso un vero e proprio “contratto” che prevede tanto di “sessione zero”, ovvero primo approccio in cui si detteranno le basi per un rapporto collaborativo di un numero (almeno iniziale) di sessioni che lo stesso Coach presumerà di stabilire.

Quanto può guadagnare un mental coach?

Un coach libero professionista può guadagnare, a sessione, 50/60€, fino a contratti aziendali per dipendenti che sono suscettibili di condizioni interne, stabiliti insieme tra le parti.

Al di la dei dipendenti di aziende, l’aspetto fiscale di tale figura per freelance è ancora in evoluzione ma, come per ogni professionista, si consiglia la consulenza di un bravo commercialista.

Quali sono le caratteristiche di un buon mental coach?

Parola d’ordine per un “buon” Coach è: maieutica (pratica e metodo della filosofia socratica che prevede attraverso il dialogo che l’allievo raggiunga la conoscenza autonomamente, ndr). Mi pongo Socraticamente, ovvero mi riporto al primo “Coach” della storia, Socrate appunto, il quale affermava di “…crescere ed imparare attraverso il percorso dei miei allievi”. Così, un vero professionista in tal senso non deve e non può (di norma) “suggerire” soluzioni ad hoc al suo coachee!! M, deve lasciare che in quest’ultimo arrivino tutte le possibili strade per raggiungere il suo obiettivo o traguardo: cogliendone, in seguito, quella o quelle che riterrà ben corrispondenti alle proprie potenzialità che, nel frattempo, saranno emerse con il supporto del Coach! Un buon Coach sa, soprattutto, ASCOLTARE ed ALLEARSI col suo assistito. Oltretutto ogni relazione di coaching è UNICA ed IRRIPETIBILE.

Tu a tua volta per svolgere al meglio la tua professione sei seguita da un altro mental coach?

In effetti ogni professionista del Coaching, a sua volta, esige l’ascolto (essenziale!!!) da parte di un altro “collega”. Da soli “non ci si può bastare”, salvo un impegno stratosferico che, tuttavia, a volte avviene! Ma non sempre gli “addetti ai lavori” possono essere squisitamente persone fisiche, almeno nel mio caso. Infatti io mi avvalgo di aggiornamenti a proposito di ulteriori tecniche psico-energetiche o quantiche (essendo un operatore,) che possano inglobarsi nel metodo scientifico a cui corrisponde, appunto, il Coaching. Attraverso le mie letture ed i miei esercizi quotidiani mentali, riesco spesso ad ottenere un buon riscontro. Naturalmente non è raro che un buon amico, che riesca SOLO ad ascoltare e non a giudicare, rappresenti la MIGLIORE versione di un ALLEATO per un Coach!!

Con queste parole salutiamo Carmen D’Urso, Life & Energetic-Coach, e la ringraziamo per il tempo che ci ha dedicato.



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Commenti

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  • Mi sono soffermata a leggere alcuni commenti. Credo che tutti in qualche modo abbiano ragione.
    Alcune professioni richiedono maggiore controllo. Comunque le persone che si rivolgono ad un Mental Coach possono informarsi sulle qualifiche del professionista che scelgono.
    Una buona base di psicologia dovrebbe essere d’obbligo per i Coach. Non avete un’idea di quali danni può fare un coach che non capisce se il suo cliente ha necessita di cure psicologiche.
    Questa è la ragione per cui molti coach lavorano fianco a fianco con gli psicologi, è anche vero che non tutti necessitano di uno psicologo.
    Moltissime persone si rivolgono allo psicologo pensando di dover essere curate. Spesso passando anni senza vedere risultati. Rivolgersi ad un Mental Coach è per coloro che desiderano raggiungere una meta, non hanno chiaro come raggiungerla, sentono una spinta a muoversi o un disagio e vogliono capire come muoversi concretamente.
    Il Mental coach è una grande risorsa. Si ottengono in breve risultati tangibili. Il coaching opera diversamente dalla terapia. Per cui il mio consiglio è rivolgetevi a professionisti seri e per favore rivolgetevi al professionista giusto.
    Se dovete essere curati, rivolgetevi ad uno psicologo, mentre se volete cambiare mentalmente e creare un piano per realizzare delle azioni concrete, allora rivolgetevi ad un Mental Coach.
    In ogni caso a me è già capitato di consigliare ai miei clienti di rivolgersi prima allo psicologo, per questo occorre avere una buona esperienza per capire il cliente e le sue esigenze.

  • Scorpio 6 anni

    Bò penso di esserci nato per questo… a tennis aiuto sempre i miei compagni ad essere propositivi ed a migliorare le loro performance,ormai ascoltano più me che il maestro 😀

  • Luca 6 anni

    Cerco di rispondere a qualche obiezione. Sto ultimando un corso da coach umanistico e devo ammettere che i dubbi riguardo al possibile sconfinamento nella psicologia – o meglio psicoterapia – li ho sempre avuti anch’io. Purtroppo a causa dell’abuso di presunti “guru” che hanno venduto il coaching come soluzione a QUALUNQUE problema, indipendentemente dal fatto che vi sia o meno una patologia alla base.
    Mi sono fatto anch’io mille paranoie se fosse o meno necessaria da parte mia una laurea in psicologia (premetto che io ho comunque un’altra laurea, che comprendeva qualche esame di psicologia… ma certamente non ho quella in psicologia), ma il corso attuale mi ha pienamente convinto di come questo non serva, a patto che ognuno rispetti i propri ambiti di competenza e cerchi comunque, autonomamente, di documentarsi al meglio su tutto quanto sconfina con la propria attività, così da liberare il proprio campo da ogni dubbio.
    Non penso quindi che il coach sia una “scorciatoia”, bensì una professione totalmente diversa. Il problema è che in molti casi (vedi soprattutto PNL) è stata venduta o utilizzata come surrogato alla psicoterapia, e quindi da ciò deriva gran parte dello scetticismo che la circonda.
    Serve qualche base solo per capire se il “caso” che si ha di fronte richieda l’aiuto di un coach, oppure se sia necessario un terapeuta, ma non si tratta di scorciatoia: nella costruzione di una casa un muratore può benissimo fare il suo mestiere senza essere architetto (gli servono solo alcune basi tecniche e di buon senso, per capire se quello che l’architetto ha progettato possa o meno stare in piedi), così come un piastrellista non deve essere idraulico (basta, al limite, sapere che deve intervenire solo DOPO l’idraulico, per non dover spaccare nuovamente le piastrelle).
    Certamente quello che serve, in ogni caso e mestiere, è etica professionale e rispetto delle persone, qualità che purtroppo non vengono assicurate né da un corso per coach, né da un percorso universitario, se il “professionista” in questione non ha a cuore questo atteggiamento. Così come ci può essere un coach che pretende di fare lo psicologo, allo stesso modo ci può essere un terapeuta che, per attaccamento al vile denaro, cerca a tutti i costi di guidare una persona perfettamente “sana” a cui invece sarebbe molto più utile un coach.
    La base di tutto è l’onestà, come in ogni cosa, verso gli altri. E verso sè stessi.

  • Carmen D'Urso 6 anni

    Buongiorno Pierandrea. Grazie infinite!!!
    Credo di averlo ben evidenziato nelle mie risposte!!…..Comunque, te lo comunicherò privatamente attraverso mail!! A presto.

    Carmen D’Urso

    • daniele 6 anni

      Obsoleta la taratura mentale, che vede in percorsi decennali l’espletamento di un’ipotetica attività. ok per quanto riguarda l’abuso di professione, ma bisogna cominciare ad offrire maggiori prospettive occupazionali a partire proprio dai triennalisti, che oggi giorno, in particolare x quanto attiene la psicologia hanno una preparazione di gran lunga superiore a molti psicologi vecchio stampo,molti dei quali, guarda caso a seguito di necessità di aggiornamenti hanno dovuto riprendere gli studi dal primo anno di scienze e tecniche psicologiche non vedendosi riconosciuti per niente i lori “vecchi” esami, rimanendo storditi e disorientati dall’ impronta neuroscientifica dell’ attuale psicologia ormai NON più umanistica. per cui i frustrati e disoccupati che dopo 10 anni di studi non sono stati buoni a realizzare qualcosa, facessero un pò di autoanalisi, dato le loro competenze, si mettessero la mano sulla coscienza e riorganizzassero con umiltà la loro vita guardando in faccia i fallimenti. I triennalisti non centrano nulla, hanno conseguito un titolo che abilita ad una professione, si guardasse piuttosto a quanti propongono corsi da psico-educatore o esperto in counseling e stronzate varie…

  • Marco 6 anni

    Professione interessante, ma ovviamente molto suscettibile di quella che è la tendenza in Italia negli ultimi anni cioè l’abuso di professione o titoli. Certe professioni andrebbero gestite e tutelate da albi obbligatori con accurato esame dei titoli di chi si appresta a certi ruoli. In questo caso solo psicologi specializzati psicoterapeuti potrebbero in verità approcciarsi a questo ruolo, dopo aver studiato almeno 10 anni…purtroppo in Italia chiunque con una laurea breve e qualche “corsetto” di qualche mese si mette a fare lo “psico-qualcosa”…triste verità del “belpaese”!

    • Lara 6 anni

      Rispondo a Marco, sei psicologo? Credi che per allenare un individuo a parlare bene, a comunicare meglio a partire dalla sua forma mentis sia necessario conoscere i processi psicologici che si studiano all’università? La psicologia non è una scienza, è una interpretazione e non l’unica dei processi mentali. Se la tua obiezione riguarda una mancata selezione in Italia sulle capacità e sulle competenze dei professionisti nonché la mancanza di un riconoscimento ufficiale con iscrizione ad albo, mi trovi d’accordo. Se invece leghi la professionalità a percorsi schematici ormai obsoleti, credo che sia un modo antiquato di pensare alla formazione di professionisti.

      • Alessandra Norcini 6 anni

        Io invece rispondo che bypassare con mille stratagemmi o escamotage il lungo percorso degli Studi in Psicologia e poi di Psicoterapia sia la moda “facile” della attuale società dove si vuole ottenere il massimo dando il minimo… Aggiungo che il fallimento di queste scorciatoie sta nel fatto che chi le intraprende (conscio della propria ignoranza) si presenta sempre ai propri pazienti (perché tali sono) come dottori e/o psicologi. Anche mio nonno ha acquisito una sua “forma mentis” senza Università, ma non per questo si autorizza a curare le persone… Comunque si allenano gli atleti non le persone… Questa professione in America è già “out”!!!

        • Carmen D'Urso 6 anni

          Mia cara Alessandra: quanto livore ed amarezza nell’espressione delle tue parole: sei proprio convinta che il tuo caro”Maestro” nonno, non si possa autorizzare a sedare gli animi, indirizzando quest’ultimi a dare uno sguardo alle potenzialità che giacciono in ciascuno di noi….Non già le carenze!!! Ma, che te lo dico a fare: sei già molto preparata……
          Ma, ricorda che, così come un’artista, chiunque nasca con un talento non deve fare altro che affinarlo con l’esperienza e lo studio!!!….
          Quanto alla tua personale riflessione sulla valenza o meno di questo tipo di preparazione, addirittura riconosciuta dal MIUR italiano (quindi ti invito a rivedere le tue fonti informative “americane”!!!), mi piacerebbe non si facesse confusione tra “motivatori-guru” e Coach!!!…..
          Ci sono molteplici modi di individuarne le “differenze”!!!…..A te il piacere di farlo, mia cara lettrice!!!

          Carmen D’Urso