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Lavorare nel settore IT : alcune riflessioni



In Italia, ma in realtà non solo, il lavorare nel settore IT e più in generale nel campo della tecnologia, presuppone attualmente il dover affrontare una questione abbastanza complicata. Nel nostro Paese comunque, esistono dei “poli”, molto avanzati e la metà delle offerte di lavoro di settore si concentrano in una decina di città, prime tra tutte Milano, con il 14%, Roma con l’8% e Torino con il 5% Questi dati, come molti altri, emergono da uno studio di Experis (Manpower group), precisamente la quinta edizione di Tech Cities, attraverso il quale è possibile capire oltre al luogo migliore in cui lavorare, anche quali siano i profili più richiesti e gli stipendi medi del settore. Eppure secondo un recente rapporto di Unioncamere il mismatch, ovvero il mancato incontro tra domanda (chi lo cerca) e offerta di lavoro (chi lo offre), costa al paese circa 44 miliardi, più del 2% dell’intero Pil. Ciò riguarda anche il settore IT. Unioncamere calacola che per il quadriennio 2024-2028, potrebbero mancare anche 17 mila giovani l’anno in ambito Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics). Ma perché accade questo fenomeno? Ovvero, perché nonostante l’alta domanda di lavoro nel settore tecnologico, facilmente mancheranno le risorse, soprattutto le più giovani, contribuendo così a perpetrare il mismatch?

lavorare nel settore IT

Lavorare nel settore IT: i profili più richiesti

Iniziamo a capire partendo da quali sono i profili più richiesti del settore per chi vuole lavorare nel settore IT Secondo Experis i primi sono i Java Developer, sostanzialmente degli specialisti di un linguaggio di programmazione (Java) che sviluppano software e app utilizzando appunto questo linguaggio, volendo essere molto sintetici. Un altro profilo è quello dell’E-commerce manager, e il terzo quello del SAP manager, che lavora con i software SAP. Questi ovviamente sono solo alcuni dei profili più ricercati,la domanda di tali figure rimane sempre abbastanza alta. Altri profili fortemente voluti dal mercato sono ad esempio quello dell’Infrastructure manager, che è responsabile dei sistemi informatici e gestisce anche i budget. Secondo i dati la città dove questo profilo sarebbe maggiormente richiesto è Roma. Il Cloud developer/architect è invece quello che profetta gli spazi colud, E’ sia un tecnico che una figura di tipo manageriale. Milano, Roma e Torino insieme coprono il 60% della richiesta di questa figura. Il DevOps engineer è poi quello che sviluppa i software e le operazioni sulla infrastruttura informatica. Anche qui Milano, Roma e Torino sono a capo della ricerca di queste figure. Altri profili richiesti sono il Full Stack Developer, lo Scrum Master, il Data Scientist, Il Soc Manager, il Security Researcher, il Pentretation tester, il Model Based Designed Engineer, l’Embedded System Engineer ed il Software quality Assurance. Ognuna di queste professioni ha caratteristiche particolari, quasi tutte sono fortemente ricercate nel trittico Milano-Torino-Roma ed è stimato che la richiesta di questi profili non farà fatica ad aumentare.

Anche gli stipendi in effetti, perlomeno per chi riesce a raggiungere un livello almeno medio, sono abbastanza allettanti, pur subendo differenze a seconda delle città. Stiamo comunque parlando di retribuzioni che vanno dai 34.000 ad anche 85.000 euro. Milano normalmente paga di più di Roma o Napoli, ma gli stipendi si confermano di livello a volte buono, altre volte discreto. Un profilo più alto ha ovviamente uno stipendio maggiore. Si tratta quindi di lavori, spesso in aziende strutturate quindi discretamente sicuri, retribuiti in maniera più che sufficiente per condurre una vita dignitosa. Lavorare nel settore IT insomma, ha i suoi vantaggi, eppure queste figure continuano comunque a mancare dal punto di vista del livello formativo. Ovvero, chi studia queste materie, sembra non essere in numero sufficiente per coprire la richiesta, perlomeno nel prossimo quadriennio. Ma come può accadere un paradosso di questo tipo? Proviamo a ragionarci.

Tecnologia troppo veloce?

Da sempre la tecnologia è sinonimo di progresso. Più una società è evoluta tecnologicamente, più si dice essere progredita. Ma esiste un limite a tutto questo? E soprattutto, qualcuno ha mai pensato al fatto che tale limite possa esistere?. Negli ultimi anni l’accelerazione della tecnologia è stata incredibile. La cosa ha certamente aiutato la società a crescere, almeno fino ad un certo punto. Con l’avvento dell’intelligenza però artificiale, il mondo potrebbe cambiare ulteriormente, ma non è ancora ben chiaro come. Questo tipo di tecnologia è così potente da sostituire, anche se almeno per adesso in maniera molto parziale, imprecisa e del tutto spersonalizzata, il pensiero umano, di conseguenza in alcunic asi anche la creatività dell’umano stesso. E’ così che, in varie parti del mondo, scrittori, giornalisti, disegnatori ed un sacco di altri professionisti hanno perso il lavoro, vedendo i loro ranghi fortemente contratti, una volta che i loro datori di lavoro, viste le performance dell’IA hanno deciso di sostituirli, pur probabilmente riducendo la qualità delle prestazioni (ma ovviamente anche i costi, probabilmente a vantaggio esclusivamente loro).

Ora, da questo panorama, ancora acerbo, sono ovviamente nate una miriade di aziende impegnate nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, ognuna nel suo campo di appartenenza. L’informatica “pura” non è certo esclusa da questa situazione, nonostante ne sia essa stessa, per così dire, la “causa”, o più probabilmente sarebbe meglio dire l’origine. Così, per chi vuole lavorare nel settore IT, risulta ora piuttosto difficile ora stabilire prima quale strada scegliere, in quanto lo sviluppo di questa tecnologia è così veloce che il rischio è quello che una volta completato un corso di studi, magari anche abbastanza mirato, quella professione non esista letteralmente più, o perlomeno sia cambiata così radicalmente da invalidare il corso stesso. E’ pur vero, ovviamente che le università non stanno a guardare il mondo, ma lo interpretano ed aggiornano i corsi, ne creano di nuovi sempre più mirati e “futuristici”, ma anche progettare gli stessi corsi richiede tempo. Un tempo che passa, durante il quale la tecnologia si aggiorna sempre più velocemente.

Così il fatto che le professioni informatiche possano essere meno appetibili di un tempo, potrebbe essere una situazione abbastanza normale e magari nemmeno temporanea. Risulta infatti difficile capire quali professioni potrebbero resistere e quali no, soprattutto nell’ottica di un’intera vita lavorativa (quindi più di 40 anni). Con un progresso tecnologico così veloce, chi mai sarà in grado di prevedere il lavoro giusto per i prossimi 40 anni? Questo è palesemente un freno, non solo nel campo dell’informatica ovviamente, ma il fatto che si lavori “solo” su un pc, che un giorno potrebbe non aver più bisogno di un umano è certamente qualcosa da considerare nel cercare di lavorare nel settore IT o nel campo più ampio delle discipline Stem. Lavorare 10 anni per poi trovarsi fuori dal mercato del lavoro, sostituiti da qualcuno di più giovane che a sua volta potrebbe fare dopo qualche anno la stessa fine, a causa dei repentini cambiamenti del settore, certamente non è una prospettiva allettante.

Come scegliere una professione IT adesso

Ma allora è meglio abbandonare in massa l’idea di lavorare nel settore IT dal punto di vista della formazione? Ovviamente la risposta è no. Però una qualche riflessione va fatta, e stante l’impossibilità di prevedere cosa potrebbe durare per tutta la vita e cosa no, qualche spunto possiamo tranquillamente trarlo. Il primo consiglio, se così si può chiamare, è quello, almeno nella attuale situazione, di non fissarsi su un qualcosa di troppo settoriale. Questo potrebbe infatti temporaneamente portare ad una crescita repentina delle aspettative ed anche della realizzazione delle stesse, ma un qualcosa di troppo “chiuso”, se sparisse dal mercato, lascerebbe poco scampo a chi operasse in quel campo. Appare quindi meglio, dal punto di vista dell’informatica, scegliere qualcosa che dialoghi con altri campi, una professione all’interno di un panorama entro il quale potersi spostare in caso di emergenza insomma. Se scompare una professione, si può sempre campare con un’altra di cui si è già almeno un po’ esperti.

Un’altra riflessione da fare è quella per la quale è forse meglio scegliere un lavoro che non richieda di stare tutte le 8 ore davanti al pc, in quanto se un giorno quest’ultimo si mettesse ad operare in qualche modo da solo, il lavoratore diventerebbe inutile. Meglio quindi una professione più varia, magari un po’ meno desiderata, un po’ più faticosa, ma che richieda competenze che non siano spendibili solo attraverso schermo e tastiera.

Questione intelligenza artificiale: vale la pena investire nello studio di quest’ultima? La risposta è difficile. Certamente ne vale la pena, con però la consapevolezza che è una tecnologia fortemente accentrante, ovvero tende a ridurre la quantità di risorse umane necessarie per completare un obiettivo. Ed una volta completato si potrebbe semplicemente diventare inutili. Quindi sì, investire nello studio dell’intelligenza artificiale va bene, sapendo però che se adesso siamo in una sorta di bolla che continua a crescere, data la natura di questa tecnologia, questa bolla un giorno potrebbe anche scoppiare, quindi riporre in lei tutte le speranze di una vita potrebbe non essere esattamente un’ottima idea.

Prima di intraprendere un percorso quindi, di qualsiasi tipo, è meglio informarsi bene su dove quest’ultimo possa portare, quali potranno essere gli sbocchi lavorativi, informarsi bene su ruoli e mansioni possibili una volta usciti dal percorso di studio e via dicendo. Avere piena coscienza di dove si arriverà, aiuterà a scegliere meglio, ovvero una professioni sicura, che duri quindi il più a lungo possibile.

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