Previsione affettiva: come può aiutarci al lavoro

Cosa è la previsione affettiva? Come funziona e quale impatto può avere sulle nostre vite? Impariamo a gestirla seguendo questi semplici consigli

Se ci venisse concessa la possibilità di conoscere in anticipo quello che ci riserva il futuro, la vita scorrerebbe piatta. E si trasformerebbe nella mera esecuzione di un canovaccio che non lascerebbe spazio agli imprevisti e alle emozioni più autentiche. Non dare mai nulla per scontato è quanto di più avvincente si possa augurare, anche a chi vuole controllare e pianificare sempre tutto. E fatica ad accettare la possibile fallibilità della “previsione affettiva”. Ma di cosa stiamo parlando esattamente? E che impatto può avere sulla nostra sfera lavorativa? Scopriamolo insieme scorrendo l’articolo che segue.


Cosa è la previsione affettiva

previsione affetiva

Ad introdurre il concetto di “previsione affettiva” (affective forecasting, in inglese) sono stati gli psicologi americani, Daniel Gilbert e Timothy Wilson, che hanno marcato l’accento sulla tendenza, riscontrata in un numero elevatissimo di persone, di prevedere come si sentiranno in futuro, basandosi su quello che hanno già sperimentato. Una teoria che prende le mosse dalla (inconfutabile) constatazione che le emozioni ed i sentimenti possono condizionare significativamente i nostri comportamenti e condurci a prendere decisioni destinate a cambiare il corso della nostra esistenza. In pratica, la previsione o prognosi affettiva è la capacità di prevedere cosa proveremo in una determinazione situazione e di prefigurare quali emozioni ci investiranno e quali conseguenze ne deriveranno, se sceglieremo di comportarci come abbiamo già fatto in passato. Ma è ragionevole pensare che le cose debbano andare sempre allo stesso modo? E che sceglieremo di replicare all’infinito gli schemi adottati nel passato?

I 4 elementi della previsione affettiva

Affidarsi ciecamente alla teoria della “previsione affettiva” non è consigliabile perché le emozioni e le sensazioni che proviamo sono destinate a cambiare nel tempo, in seguito all’accadimento di eventi che modificheranno il nostro modo di agire e di ragionare. Ma facciamo un passetto indietro e cerchiamo di capire in cosa consiste esattamente la teoria elaborata da Wilson e Gilbert che sono partiti dall’individuazione di quattro punti fondamentali. Chi prova a prevedere come si sentirà in futuro, basandosi sull’esperienza passata, cerca di:

  • capire se le sensazioni saranno positive o negative;
  • dare un nome preciso all’emozione o alla sensazione che proverà
  • prevedere quanto durerà l’emozione o la sensazione che l’investirà
  • prevedere quanto saranno intense le sensazioni che sperimenterà sulla sua pelle

La tesi sviluppata dai due studiosi americani afferma che la maggior parte delle persone riesce a prevedere, con una certa facilità, se una determinata situazione provocherà sensazioni positive o negative (ovvero se le farà stare bene o male), ma fatica a vaticinare quanto intense esse saranno e per quanto tempo faranno loro compagnia.

Non solo: per quanto possa sembrare strano, anche dare un nome preciso alle emozioni o ai sentimenti che si provano non è poi così semplice e scontato perché una data circostanza potrebbe scatenare in noi sensazioni diverse e spesso contraddittorie. Facciamo un esempio concreto: immaginiamo che il nostro capo ci annunci un importante avanzamento di carriera che comporta il trasferimento in un altro Paese per un periodo di tempo indeterminato. Alla gioia e alla soddisfazione iniziali potrebbero fare seguito l’ansia e la preoccupazione di dover ricominciare tutto da capo, oltre al dispiacere di lasciare gli affetti costruiti e consolidati nel corso di un’intera esistenza. Un mix di emozioni diverse che potrebbe non farci capire (almeno all’inizio) se la notizia recapitata dal capo ci procuri più benessere o scoramento.

L’idea che un evento positivo debba farci stare necessariamente bene non è affatto inattaccabile come si pensa. Se dovessimo scoprire di avere in mano il biglietto vincente della lotteria, un senso di incontenibile felicità ci invaderebbe di sicuro, ma smaltita la sbornia legata alla soddisfazione di essere diventati i nuovi Rockefeller, potrebbero bussare alla porta sensazioni inaspettate come l’ansia di non saper amministrare il malloppo o di venire investiti da una responsabilità troppo grande, che potrebbe portare più grattacapi che altro. Non diamo mai nulla per scontato e prepariamoci ad affrontare le situazioni presenti, basandoci più su quello che siamo diventati che su quello che siamo stati.

La fallibilità della previsione affettiva

Quanto argomentato fin qui ci spinge a concludere che, per quanto possiamo conoscere noi stessi, non riusciremo mai a prevedere con esattezza le sensazioni che sperimenteremo in futuro. La tesi della previsione affettiva ha dunque degli oggettivi limiti subordinati a una serie di convinzioni che dovremmo mettere in discussione. La fallibilità della “affective forecasting” dipende dal fatto che:

  • ci orientiamo troppo su un presente che in futuro potrebbe non avere alcuna influenza sulle nostre scelte;
  • tendiamo a sopravvalutare l’intensità e la durata delle sensazioni future trascurando il fatto che il nostro cervello riesce a gestire abbastanza bene i cambiamenti ed ha una buona capacità di adattamento;
  • tendiamo a pensare (erroneamente) che ciò che proviamo quando ci succede qualcosa resterà immutato nel tempo;
  • quando ci sforziamo di prevedere cosa proveremo, se dovesse verificarsi un determinato evento, si focalizziamo solo su quello e non prestiamo la dovuta attenzione ai dettagli periferici o alle conseguenze che possono fare la differenza

Non solo: bisogna tenere conto di come ciò che risulta gratificante ed appagante per la maggior parte delle persone potrebbe non esserlo per noi. E chi lo ha detto che uno stipendio alto e una macchina da capogiro testimoniano il nostro successo sociale. O che comprare casa e mettere su famiglia rappresentano il raggiungimento di una stabilità a cui non possiamo rinunciare. Lo sforzo che dobbiamo fare è quello di sgomberare il campo dagli stereotipi e dai modelli imperanti – se non coincidono con le nostre reali ambizioni – e di concentrarci esclusivamente sugli obiettivi che riteniamo importanti (anche se disattendono le aspettative delle persone che ci stanno accanto) che ci assicureranno serenità e felicità. Già, ma come si fa?

3 consigli per gestire al meglio la previsione affettiva

  • Valutiamo più possibilità: cerchiamo di pensare che non esiste una sola via da percorrere. Vagliando più possibilità, saremo più pronti a reagire e ad aggiustare il tiro, qualora la nostra previsione affettiva dovesse fare cilecca e qualcosa non dovesse andare per il verso sperato.
  • Impariamo a conoscerci emotivamente: avere consapevolezza di quello che ci fa stare bene ci aiuterà a fare le scelte giuste. Alleniamoci a guardarci dentro e a riconoscere le sensazioni e le emozioni che ci spronano a dare il meglio di noi. Non solo al lavoro.
  • Non sottovalutiamo i cambiamenti: le cose possono cambiare in ogni momento, portando con sé novità inaspettate. Eventi o situazioni inedite potrebbero snudare risorse che non pensavamo di avere dimostrandoci di essere più forti – o fragili – di quanto pensavamo. Immaginarci come persone statiche e definite è quanto di più fallace si possa fare. Rimettiamoci ai valori che reputiamo non negoziabili, ma apriamoci anche alla possibilità di cambiare il nostro modo di vedere le cose e di agire e reagire agli eventi che si succedono

Sforziamoci di pensare che quello che la vita ci ha insegnato fin qui rappresenta solo una piccola porzione della lezione che ha in serbo per noi e che i nostri gusti, i nostri orientamenti, le nostre convinzioni, i nostri ideali e le nostre legittime ambizioni potrebbero cambiare, anche in maniera drastica, col trascorrere del tempo. La previsione affettiva che può aiutare a calcolare alcuni margini di manovra – sia nell’ambito della vita privata che in quello della vita professionale – è solo una delle tante lenti attraverso cui possiamo tentare di leggere la realtà caleidoscopica che ci circonda. Chi si illude di avere la sfera di cristallo potrebbe ritrovarsi con un pugno di mosche in mano e tanta confusione nella testa.

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