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Sicurezza sul lavoro: 100 morti in più in un anno


Di lavoro si può anche morire. Lo sa bene l’Anmil (Associazione nazionale lavoratori mutilati e invalidi del lavoro) che ieri, in occasione della 65esima Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro, ha reso noti i dati che certificano un preoccupante incremento dei casi di mortalità. Nei primi 8 mesi del 2015, infatti, si sarebbero contati 100 morti in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, con un incremento del 15% che ha portato il numero delle vittime da 652 a 752. Non solo: le denunce per infortuni sul lavoro pervenute all’Inail sono state 410 mila, in calo del 4,1% rispetto all’anno precedente. Sembrerebbe una buona notizia, ma non lo è del tutto perché la flessione risulta più contenuta di quella rilevata negli ultimi anni.

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image by Photographee.eu

Il sentore è che le cose, sul fronte della sicurezza sul posto di lavoro, non vadano troppo bene. E che, anzi, molto ci sia da fare, come ha sottolineato il presidente della commissione Lavoro alla Camera, Cesare Damiano“I dati sulle denunce, nei primi otto mesi di quest’anno – ha detto – fanno scattare un campanello d’allarme, che richiede interventi tempestivi, ad iniziare dalla completa attuazione delle norme per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro che, a distanza di 7 anni dalla loro emanazione, presentano ancora ben 27 punti da attuare”. A rincarare la dose è stato il presidente dell’Anmil, Franco BettoniIl Testo Unico infortuni, che risale al 1965, risulta essere anacronistico, inadeguato e iniquo – ha tagliato corto – Peraltro, gli effetti della crisi che attraversa il Paese non risparmiano le fasce sociali più deboli e, a questo proposito, in tutte le manifestazioni organizzate nelle varie province d’Italia, l’Anmil sta proseguendo la raccolta firme per sostenere la petizione ai Presidenti della Camera e del Senato contro la riforma dell’Isee che ha previsto l’inserimento della rendita Inail nella dichiarazione dei redditi a cui l’Associazione si è fortemente opposta”. Si tratta di una prestazione di natura risarcitoria e non previdenziale, ha spiegato Bettoni, che non può essere computata nel calcolo della condizione economica di chi ne usufruisce.

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