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Antropologia dell’identità: essere qualcuno

In un mondo veloce e esigente, torna il bisogno di riappropriarsi della propria persona: per il tramite di tutti i possibili spazi, le possibili azioni, tra cui quelle vòlte al rinnovamento della capacità di auto-apprezzarsi.

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Nella storia contemporanea, si rinviene, spesso, di una collettiva confusione intorno ai temi antropologici dell’esistenza e a come questi vengano percepiti. “Essere” – “esse” in latino e “εἶναι” in greco antico – secondo i contributi retorici dei sofismi di ogni epoca e contesto, è un verbo di significato concreto e pratico. Vi è, infatti, una discrepanza molto ampia tra l’attribuzione di uno stato e quella del suo stesso riconoscimento, come tale. Uno scarto di concetto, tra l’essere e il dimostrarlo.

Il bisogno di essere qualcuno

antropologia dell'essere

Sulla esistenza e la sua manifestazione, la “filosofia” – “φιλοσοφία”, l’amore per la conoscenza, disvela le narrazioni del pensiero universale e storico dei filosofi, come di un insieme di considerazioni sulla impossibilità di riunire insieme i due concetti. Da un lato, si osserva l’idea dell’esistenza e dall’altro la si cerca nella vita reale.

Come omaggiando Platone, ognuno avverte il bisogno di essere qualcuno e, conseguentemente, la necessità di doverlo dimostrare, con le azioni dirette e indirette, a qualcuno d’altro. Eppure, essere o esistere – heideggerianamente – sono pure e sempre due aspetti della medesima realtà: l’identità e come questa sia percepibile.

Differenza tra essere ed esistere

Vi è una differenza tra essere ed esistere: per la prima idea, si intende una traduzione pragmatica di stato nel movimento, di continuo presenziare; per “esistere” –“ὑπάρχειν” – “ex-sisto” –“sostare”, si intende, come suo significato, un concetto vòlto, maggiormente, a un riconoscimento dello stato stesso. Per una rappresentazione di queste immagini letterarie, nel contesto attuale e della quotidianità, si presenta l’occasione di dipingere i contorni delle aspettative comuni delle persone, sui propri desideri e sulle proprie paure. Diviene importante, altresì, riconoscere il proprio ruolo, rispetto a quello degli altri, e potere valorizzarsi, con il riguardo dovuto verso le proprie qualità e peculiarità.

Il mestiere della autoanalisi, sembrerebbe riaffacciarsi sul mondo moderno, sugli insegnamenti del contributo psicoanalitico e di quello terapeutico, quale pratica quotidiana, personale, di una umanità, minacciata nel suo presente dai molteplici e soverchianti stimoli del contesto esterno alla propria identità intima.

Il contributo degli psicologi

In un mondo veloce e esigente, torna il bisogno di riappropriarsi della propria persona: per il tramite di tutti i possibili spazi, le possibili azioni, tra cui quelle vòlte al rinnovamento della capacità di auto-apprezzarsi. Il contributo, perciò, degli esperti psicologi non perde valore, invero ne guadagna, nel condurre, con maggiore consapevolezza terapeutica, la persona verso la riappropriazione della sua identità.

Sia di emblematico monito il volgere “positivo” – “positum” – “θετικός” – “posto innanzi”, della volontà di ognuno, nei confronti della ricerca quotidiana della propria identità e del proprio posto nel mondo. Sia una preziosa arma e strumento, la volontà, contro ogni tedio e ogni tristezza: sia l’edifico del proprio essere e della propria esistenza una costruzione continua e innamorata, del più grande sentimento che possa farsi sentire realizzati, quadrando il cerchio del problema esistenziale con l’amore sincero per sé stessi.

Come in una antica parabola filosofica Giapponese e nella poetica di Friedrich Nietzsche, sia possibile dedicare la prima parte del proprio tempo alla cura di sé. E l’altra parte al mondo.

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