Danno da demansionamento: il riconoscimento non è automatico. La sentenza di Cassazione

Che cos’è il danno da demansionamento, quali sono le sue caratteristiche e in che modo si può ottenere il riconoscimento. Ecco la Sentenza di Cassazione

Il danno da demansionamento lamentato dal lavoratore non determina un riconoscimento automatico. Ad affermarlo è la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con la sentenza n. 6941/2020 che andremo ora ad esaminare in brevità, al fine di comprendere quali sono state le valutazioni effettuate dai giudici della Suprema Corte in tal proposito.


Richiedere i danni da demansionamento

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Il caso in questione trae origine dall’azione esercitata da un lavoratore nei confronti del datore di lavoro, al fine di essere reintegrato nelle proprie mansioni, ed essere altresì risarcito per il danno professionale subito, oltre che quello di natura esistenziale, biologica e morale che sono conseguenti al demansionamento.

In particolare, il lavoratore sostiene di essere stato lasciato sostanzialmente inattivo per un periodo di tempo esteso (quasi 5 anni), durante i quali per alcuni mesi gli sarebbero state attribuite mansioni inferiori rispetto al proprio inquadramento. Ricostruisce poi il proprio recente passato, affermando di essere già stato vittima di un demansionamento, e che il tribunale, in quell’occasione, aveva condannato il datore di lavoro al reintegro nelle mansioni originarie, oltre che al risarcimento di un danno da demansionamento.

In primo grado, i giudici accolgono la domanda risarcitoria, e condannano il datore di lavoro al risarcimento dei danni professionali e biologici. In secondo grado la Corte d’Appello riforma parzialmente la pronuncia, rigettando la richiesta di risarcimento per danno professionale, perché – sostengono i giudici – le allegazioni del lavoratore sarebbero state troppo generiche sulla quantità e qualità dell’esperienza lavorativa e sulle occasioni perse.

L’opinione della Cassazione

Il lavoratore propone dunque ricorso in Cassazione dove, però, i giudici rigettano le lamentele del dipendente. In particolare, la Cassazione sostiene che il danno da demansionamento non può prodursi in automatico nell’ipotesi di inadempimento dell’azienda datrice di lavoro.

Il danno da demansionamento deve infatti essere dimostrato dal lavoratore ex art. 2729 c.c., con coerente allegazione degli elementi di presunzione “gravi, precisi e concordanti”. Tra di essi – appunto – anche i dettagli sulla qualità e sulla quantità del lavoro svolto durante il periodo di contestazione, in aggiunta alla natura della professione effettuata e alla sua tipologia, all’estensione temporale del potenziale demansionamento, e ancora alla differente collocazione professionale successiva al demansionamento.

Solamente presentando questi elementi, insomma, il giudice è in grado di effettuare una valutazione presuntiva sull’esistenza o meno del danno in questione. In altri termini, per gli Ermellini i giudici hanno applicato in maniera corretta le linee guida che sono stabilite in modo probatorio.

Demansionamento e inattività

L’occasione ci è particolarmente utile per poterci ricollegare ad un’altra importante pronuncia in materia: la sentenza n. 5431/2019 da parte della Corte di Cassazione, con la quale gli Ermellini avevano specificato che per poter ottenere un risarcimento del danno patrimoniale da demansionamento, il lavoratore deve presentare delle prove che permettano di valutare con coerenza un effetto “impoverimento” delle proprie  capacità professionali, e la perdita di potenziali future occasioni lavorative.

Dunque, per i giudici della Cassazione la sola inattività forzata non può essere considerata una fonte di danno, se non è accompagnata dall’analisi degli altri elementi sopra riassunti. Con particolare e specifico riferimento al danno professionale di natura patrimoniale, poi, la giurisprudenza in questa occasione ha richiamato le valutazioni della sentenza delle Sezioni Unite n. 6572/2006, secondo cui tale danno può consistere:

  • nel pregiudizio che deriva dall’impoverimento della capacità professionale acquisita dal dipendente e dalla mancata acquisizione di una ulteriore capacità professionale;
  • oppure, nel pregiudizio subito per la perdita di opportunità lavorative, e possibilità maggiori di guadagno.

In ogni caso il risarcimento del danno non può essere riconosciuto in via automatica, ma solamente allegando elementi concreti e specifici, che possano permettere ai giudici di effettuare una valutazione attenta sul caso.