Disparità di genere: l’Italia retrocede al 50° posto

Secondo il World Economic Forum, per annullare il divario tra uomini e donne, occorrerà aspettare 170 anni. Un’eternità, che non fa ben sperare alle lavoratrici italiane

I dati certificati nell’ultimo rapporto confezionato dal World Economic Forum rischiano di far arrabbiare seriamente le femministe. Perché consegnano la fotografia di un Paese che fa ancora fatica a riconoscere gli stessi diritti e a concedere le stesse opportunità alle donne. Il gender gap (o disparità di genere) in Italia non accenna a decrescere. Anzi: rispetto all’anno scorso, le cose sono andate peggio, soprattutto nell’ambito del lavoro. I tempi per recuperare il divario? Si sono ulteriormente allungati: dai 118 anni vaticinati l’anno scorso si è, infatti, passati ai 170 di quest’anno. Una vera e propria eternità, che riduce al lumicino le speranze delle tante donne che sperano di cogliere il frutto di qualche miglioramento. Che pure, in certi campi, si è già registrato.


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Il dato è insindacabile: secondo il World Economic Forum, il Global Gender Gap Index (l’indice che misura la disparità di genere) inchioda l‘Italia al 50° posto della classifica mondiale a 144. Un posizionamento non proprio lusinghiero, che segna sì un avanzamento rispetto al 77° posto del 2006, ma anche un arretramento rispetto al 41° registrato nel 2015. Il dato va analizzato per bene. Ci sono ambiti, come quello della formazione, in cui il gender gap si ferma al 56° posto. E altri, come quello della salute, in cui sale al 72° posto. Mentre migliorano nettamente le performance delle donne italiane impegnate in politica: grazie alla massiccia presenza di “ladies” in Parlamento e nella squadra di Governo (in quello attuale, le ministre sono 5), il Bel Paese ha, infatti, guadagnato molto terreno, attestandosi al 25° posto della classifica mondiale.

Donne penalizzate al lavoro

Ma veniamo alle note più dolenti, quelle che riguardano il lavoro. O, per essere più precisi, quella che gli estensori del rapporto definiscono: “partecipazione alla vita economica e opportunità“. Qui le cose, per il gentil sesso, non vanno affatto bene tant’è che l’indice di disparità di genere ci confina alla 117esima posizione. Più nel dettaglio: il gap che riguarda la partecipazione al lavoro ci colloca sull’89° gradino; quello che attesta la scarsa incidenza di donne manager sul 79° e quello che interessa il lavoro dirigenziale e tecnico ci pone all’87° posto della classifica. Cosa vuol dire? Che rispetto ai Paesi più sviluppati (e più inclini a riconoscere le potenzialità delle lavoratrici), l’Italia concede poche opportunità a chi vuole ricoprire ruoli dirigenziali e di responsabilità. E non è neanche la notizia peggiore. A far impallidire è, infatti, il dato che misura la disparità salariale che ci confina al 127° posto della classifica a 144 (praticamente nelle retrovie). A parità di mansione, una lavoratrice italiana rischia quasi sempre di intascare uno stipendio più basso di quello percepito dal collega uomo.

I primi e gli ultimi della classe

La panoramica scattata dal World Economic Forum conferma che, nel Bel Paese, resta ancora molto da fare. E che la strada da percorrere, per accorciare il divario di genere, rimane particolarmente lunga (secondo gli esperti, un’ipotetica parità si potrà raggiungere solo tra 170 anni). Mentre in alcuni territori è già una realtà. I primi della classe restano i Paesi del Nord: a guidare la classifica mondiale ci sono l’Islanda, la Finlandia, la Norvegia e la Svezia. Mentre, a sorpresa, guadagna il 5° posto il Ruanda dove hanno iniziato a concedere nuove e allettanti opportunità alle donne. A chiudere la classifica del divario di genere ci sono, invece, l’Iran, il Ciad, l’Arabia Saudita, la Siria, il Pakistan e lo Yemen. In questi Stati, la parità di genere resta una chimera irraggiungibile.