Home » Orientamento Lavoro

I fallimenti fanno bene alle relazioni


“Sbagliare è umano, perseverare è diabolico”: dice un antico adagio che invita, ragionevolmente, a fare tesoro degli errori commessi per evitare di ripeterli in futuro. Ma attenzione: se è vero che replicare sempre lo stesso schema mentale non porta da nessuna parte; è altrettanto vero che inciampare in errori nuovi, che dimostrano una certa disponibilità a tentare, può invece rappresentare un  passaggio importante. I fallimenti non piacciono a nessuno, eppure ad essi bisognerebbe riconoscere una certa dignità. Perché, a conti fatti, è dalla loro analisi accurata che si può prendere le mosse per avviare un percorso di piena consapevolezza e di crescita. A sostenerlo sono stuoli di psicologi e studiosi secondo cui, tra l’altro, i fallimenti fanno bene alle relazioni. Scopriamo perché.

Perché i fallimenti fanno bene alle relazioni

A ragionare sull’argomento è stata l’esperta di Risorse Umane, Candace Moody, che ha parlato dell’opportunità di fallire bene. Quando sbagliamo, ha osservato la studiosa, ci vergogniamo dei nostri errori e tendiamo a nasconderli per non passare da incapaci o incompetenti. E’ una sorta di automatismo, che scatta ogni volta che percepiamo il mondo esterno come eccessivamente giudicante e poco indulgente e che ci porta a mettere la polvere sotto il tappeto per non incappare in biasimi che minacciano di ferirci mortalmente. Ma è la cosa giusta da fare? Ovviamente no. Citando il libro di Bradley Straats, che insegna all’università del Nord Carolina, la Moody sostiene, al contrario, che i fallimenti devono essere accettati e finanche valorizzati. Perché, per quanto possa sembrare strano, possono portare manifesti miglioramenti nelle nostre vite. Soprattutto a livello relazionale.

Immaginiamo di dover dividere la stanza col saputello dell’ufficio, con “Mr Perfettino” che non sbaglia mai un colpo. Per quanto possiamo aver lavorato su noi stessi ed imparato a tenere a bada l’invidia, stare a stretto gomito con un soggetto del genere non ci farà (sempre) stare bene. La sua aurea di apparente infallibilità ci spingerà, infatti, ad allontanarci o per lo meno a mantenere una certa distanza di sicurezza. Chi impara a riconoscere i propri sbagli e non si vergogna di parlare, in maniera propositiva, dei fallimenti in cui è inciampato durante la sua carriera tende, invece, ad attirare di più le persone perché, snudando la sua vulnerabilità, dimostra di essere umano (e quindi fallibile) e dà prova di un’umiltà che porta, di norma, le persone a sentirsi a loro agio. Ecco perché è ragionevole concludere che i fallimenti fanno bene alle relazioni e aiutano a connettersi e ispirarsi reciprocamente in maniera proficua.

Cosa dobbiamo imparare dagli errori

Ma come possiamo accettare i fallimenti che mandano in fumo progetti importanti, causando seri “intoppi” al lavoro? Bisogna, innanzitutto, capire che non tutti gli errori sono uguali e che non tutti possono dunque essere “elaborati” (e superati) allo stesso modo. Stando a quanto riportato sul blog di Candace Moody, possiamo distinguerne tre diverse tipologie:

  • errori inevitabili: sono quelli che si verificano per cause che sfuggono al nostro controllo, quando accade qualcosa di imprevedibile o imponderabile. Non devono spingerci a colpevolizzarci troppo, ma da loro dobbiamo imparare che occorre sempre improntare un piano B perché gli imprevisti possono accadere e, di norma, accadono quando siamo meno preparati a fronteggiarli.
  • errori evitabili: sono quelli che ci dobbiamo rimproverare di più perché si verificano quando non abbiamo lavorato come si deve (siamo stati frettolosi o presuntuosi, non abbiamo calcolato bene i tempi, abbiamo dato per scontato alcune cose che meritavano invece più attenzione ecc…). I fallimenti che derivano da questi errori sono quelli che devono spingerci a lavorare su noi stessi e a fare autocritica. Replicare questi sbagli sarebbe davvero “diabolico”.
  • errori intelligenti: sono quelli in cui inciampano le persone curiose e intraprendenti, che vogliono sperimentare cose nuove e sanno che possono andare incontro a dei fallimenti. Che si rivelano, però, quanto mai utili perché permettono di capire cosa può essere salvato e cosa deve invece essere migliorato. “Non ho fallito – diceva Thomas Edison – Ho solo provato 10 mila metodi che non funzionano”.

I fallimenti vanno analizzati, elaborati e convertiti in insegnamenti. Non illudiamoci di rimanerne immuni ed alleniamoci, piuttosto, ad affrontarli in maniera propositiva e vincente. Fallire non vuol dire essere un fallito; quando capiremo che solo chi prende le distanze dagli errori può essere considerato un perdente (perché rinuncia alla possibilità di crescere e migliorare) e impareremo a sviluppare un rapporto sereno con la nostra fallibilità potremo cogliere i frutti di una consapevolezza che, come dicono gli esperti, ci aiuterà a rinsaldare i rapporti che intratteniamo con gli altri. Perché chi sbaglia, in fondo, piace molto di più di chi finge e si racconta di non fallire mai.

Cerchi un nuovo lavoro?

Per avere sempre offerte di lavoro reali e verificate nella tua casella email in linea con le tue esigenze: Registrati su Euspert Bianco Lavoro

Condividi questo bel contenuto