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Il complottista è un lavoro?

Fare il complottista può diventare un lavoro, anche se tecnicamente un lavoro non lo è.

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La parola complottista esiste da diversi anni e però, nonostante questo, non c’è un accordo preciso su cosa voglia dire. Solitamente indica persone che la pensano diversamente dalla narrazione principale su un determinato evento, di solito di portata mondiale, ma anche questa definizione è molto imprecisa. Pensarla diversamente infatti non significa sostenere una qualche teoria del complotto, però inventare strane teorie, magari abbastanza casuali, presupponendo ad esempio che qualcuno voglia governare il mondo tramite atti avvolti nell’oscurità, può invece tranquillamente rappresentare una definizione plausibile del termine complottista, applicato a chi tali teorie sostiene. Ma fare o essere complottista è un lavoro? La risposta per chi ha fretta è no, però può tranquillamente diventarlo.

complottista

Per fare un discorso concreto e che abbia senso sull’argomento, bisogna prima specificare bene cosa voglia dire essere un complottista. Da moltissimi anni, e soprattutto dopo l’avvento di internet, esistono teorie identificate come complottiste da quella che solitamente chiamiamo narrazione principale, che vanno da storie che potrebbero essere anche piuttosto possibili a racconti che hanno letteralmente dell’incredibile. Le due cose ovviamente non corrispondono minimamente.

Quindi, per capire chi è e cosa fa un complottista, bisogna saper distinguere tra ciò di cui il cosiddetto “mainstream” non si occupa o anche osteggia, ma che può comunque avere un fondo di verità e magari anche qualcosa in più, a storie più o meno inventate che sono invece assurde. Ciò non vuol dire certo che una teoria strana sia per forza l’esito dell’invenzione di un complottista. Quel che fa la differenza in questo senso sono ovviamente le prove. Se non esiste nessuna prova, bisogna chiedersi perché tale prova non esista, soprattutto se la teoria è, per così dire, molto originale.

L’esempio del Covid 19

Volendo fare un esempio molto concreto e temporalmente vicino a noi, e per “noi” intendiamo l’intero pianeta, possiamo prendere le teorie complottiste applicate al Covid 19. Cos’era complottismo e cosa no? In Italia, ma non solo, il discorso si è incredibilmente polarizzato tra provax e novax, cioè tra chi era a favore del vaccino anticovid e chi invece era contro. Ma essere contro, ovvero novax, voleva dire essere complottista? La risposta tecnicamente è no, ma in alcuni casi precisi è diventata sì. In che senso? Nel senso che ovviamente dipendeva dal motivo per il quale si era contro.

Sostenere che i vaccini potessero avere effetti collaterali e per questo non volersi vaccinare, anche a causa del fatto che fosse un prodotto nuovo vista l’emergenza pandemia, non era certo un qualcosa che si poteva chiamare complottismo. Una persona che sosteneva questo era semplicemente un contrario al vaccino, o comunque un indeciso, per ragioni che avevano sicuramente un loro perché. Il complottista era, al massimo, chi sosteneva che le cause farmaceutiche avessero prodotto un qualcosa di velenoso appositamente per ridurre significativamente di numero la popolazione, che la pandemia fosse voluta e che insomma erano un po’ tutti d’accordo per un motivo nemmeno tanto ben precisato.

Qualcuno si chiederà forse perché una teoria di questo tipo non possa trovare accoglimento. In realtà è abbastanza facile da spiegare. Dire una cosa simile significa presupporre una natura “stragista” dei dirigenti delle case farmaceutiche che hanno prodotto il vaccino. Non è quindi qualcosa di nemmeno di vagamente sostenibile senza prove assolutamente certe, che tra l’altro dovrebbero essere a carico di qualcuno di preciso e non di una generalità di persone nemmeno nominate. Ma a parte questo, c’è da dire che chi ha creato il vaccino anticovid produceva, e ancora produce, una miriade di farmaci di tutti i tipi. E poi, li vende. Sterminare la popolazione significava praticamente ridurre al minimo i propri clienti presenti e futuri. Nessuna azienda avrebbe mai interesse a diminuire, per giunta in modo drastico e improvviso, la propria clientela. Anzi, è esattamente il contrario. Come è facile capire, è sufficiente un po’ di logica per smontare alcune teorie, per così dire, molto fantasiose.

Un complottista può dire cose vere? Certamente, solo che probabilmente le dice per il motivo sbagliato. Restando sulla questione della pandemia, una cosa che spesso veniva sostenuta dalla cosiddetta controinformazione (che altro non è che un’informazione alternativa a quella più diffusa e come quest’ultima può essere sia giusta che sbagliata) è che le case farmaceutiche producessero i vaccini per guadagnarci. Ora, nel dire questo non c’era assolutamente nulla di sbagliato, è tecnicamente un fatto vero, reale, accaduto. Le case farmaceutiche infatti, hanno messo in commercio il vaccino anticovid e su quello hanno guadagnato, e anche molto.

Solo che “dietro” non c’era assolutamente niente. Sono semplicemente aziende che hanno preparato e venduto un prodotto, resosi necessario in quella situazione. Hanno tecnicamente risposto ad un bisogno, tra l’altro molto urgente. Essendo aziende e non enti di beneficenza lo hanno appunto venduto guadagnandoci. L’elemento complottistico quindi risiedeva nel credere, o far credere che fosse strano il fatto che un’azienda ottenesse profitti da un prodotto che ha creato lei apposta per venderlo. Quindi una persona che viene definita complottista può anche dire qualcosa di assolutamente giusto, ma a questo qualcosa lega una motivazione che giusta non è, contribuendo a creare una sorta di mistero attorno all’evento che può indurre a pensare male.

Ma come si fa a capire chi si ispira (o anche inventa) una qualche teoria del complotto e chi invece la pensa semplicemente in maniera differente dalla maggioranza? Per farlo bisogna stabilire prima di tutto cosa sia la “narrazione principale” o il “mainstream” e che cosa invece si intenda per complottismo. La narrazione principale non è un monolite. E’ semplicemente il racconto di un evento sul quale la maggioranza delle persone, che lo racconta e alle quali viene raccontato, concorda. Tutto ciò che non rientra in questo panorama però, non si può assolutamente definire complottismo.

Questo va specificato perché alcuni attori mediatici in determinate situazioni tendono ad usare la parola complottista semplicemente per identificare qualcuno che non la pensa come loro, allo scopo di smontarne le teorie o le informazioni che esso propone. Ciò ovviamente è sbagliato, la realtà non è così. Chi la pensa diversamente, semplicemente ha un’altra idea, che come tale va sempre tenuta in conto, salvo che non sfoci in cose letteralmente impossibili. Se lo fa, bisogna iniziare a farsi molte domande prima di dare credito a quell’idea. Inoltre un elemento fondante del complottismo è quello per il quale c’è sempre qualcuno di misterioso, di sconosciuto (ma a volte anche di conosciuto), un potente che vuole fare del male alle persone, o ha comunque interessi oscuri e malvagi. E che, proprio per queste ragioni, non racconta la verità, ma mistifica ad arte e volutamente le informazioni per far credere qualcosa d’altro rispetto a ciò che è davvero. Lo scopo sarebbe fare in modo di abbassare le difese psicologiche della popolazione e poterla così ingannare.

In ogni caso il complottismo in se stesso non esiste, è un concetto che ha una sua vita perché la stragrande maggioranza dell’informazione, quando non la quasi totalità, concorda che un determinato fatto, evento, o anche una situazione, è in un certo modo piuttosto che in un altro. E chi sostiene il modo alternativo non riesce a dare abbastanza forza concreta alle proprie opinioni per cambiare il punto di vista dominante. Questo però non è un elemento sufficiente per definire una teoria complottista. Bisogna infatti che sussistano atti oscuri almeno presunti, misteri non svelati (anche appositamente), una certa indeterminatezza della situazione e che, almeno nella grande maggioranza dei casi, si parli di un qualcosa di veramente grosso. Teorie così ne esistono molte e, negli anni, soprattutto dall’avvento di internet in poi, alcune di esse sono state definite complottiste, vediamone tre tra le più note.

Il terrapiattismo

Il terrapiattismo è una credenza popolare per la quale chi la sostiene crede e diffonde il fatto che la Terra al posto di essere sferica come da secoli ci viene spiegato, sia sostanzialmente piatta. Che esista un sopra e un sotto (il genere umano abita ovviamente nella parte superiore). Queste persone vengono definite complottiste perché hanno una fortissima resistenza a credere anche a prove che per tutto il resto del mondo sono certe, come ad esempio le foto dai satelliti. Fatto salvo che ognuno è libero di credere a quello che vuole, l’elemento definito complottistico in questo caso risiede nel fatto di sostenere che ci sia una specie di disegno mondiale dei potenti atto a nascondere il fatto che la Terra sia piatta.

Sostanzialmente tutti noi saremmo stati convinti per una qualche ragione che il pianeta sia tondo attraverso la fabbricazione sistematica di prove, ma in realtà è piatto e non ce lo dicono. Non si capisce però perché ci dovrebbe essere un’organizzazione mondiale che nasconde agli abitanti del pianeta la vera forma del pianeta stesso. Il non riuscire a spiegare perché ciò accada, o comunque l’incapacità da parte di chi sostiene questa teoria di fare breccia attraverso le sue spiegazioni nella maggioranza della popolazione, fa sì che chi sta da quella parte lì venga facilmente definito complottista.

Le scie chimiche

La teoria delle scie chimiche degli aerei è un esempio di ciò che abbiamo già spiegato prima. Si può dire una cosa che in alcuni casi è anche giusta, ma rischia di diventare di natura complottistica a causa di una errata motivazione. Le scie chimiche degli aerei sono in realtà semplici scie di condensazione formate da vapore acqueo. E’ però vero che possono contenere anche agenti inquinanti ed addirittura metalli a causa degli scarti prodotti dal motore. Questo è però il punto centrale. Nessuno, secondo tutte le prove esistenti fino ad ora, mette volutamente nelle scie degli aerei queste sostanze per avvelenare il terreno o far ammalare la popolazione, semplicemente esistono perché il motore funziona così e produce dei residui. Quindi nella teoria sulle scie chimiche c’è di vero che esistono sostanze inquinanti in queste scie, ma è errato pensare che siano state messe appositamente da qualcuno per fare danni. Il non riuscire a dimostrare il contrario da parte di chi crede che la cosa sia voluta, fa sì che esso venga definito dai più un complottista.

La teoria del raggio blu

Per quel che sappiamo, la teoria “Project blue beam”, sicuramente meno conosciuta delle altre due citate, è stata creata da un canadese nel 1994, quindi ha origini abbastanza vecchie. Si tratterebbe sostanzialmente di una cospirazione mondiale ad altissimo livello che avrebbe lo scopo, attraverso una tecnologia segretissima e sconosciuta, di controllare le menti della popolazione, per stabilire negli anni una sorta di nuovo ordine mondiale, tra l’altro anche attraverso il cambiamento climatico. Tale tecnologia sarebbe inoltre in grado di creare ologrammi così potenti da falsificare la realtà ed addirittura instaurare un controllo telepatico generalizzato.

Questa (presunta) potenza ha fatto sì che il blue beam venisse ad esempio associato al crollo delle torri gemelle di New York nel 2001, avvenuto a causa di un attacco terroristico dopo il quale iniziò una guerra. In questo caso, viene sostenuto che gli edifici non siano crollati a causa dell’impatto degli aerei. I due scontri infatti sarebbero stati visti da tutto il mondo grazie a degli ologrammi creati attraverso il blue beam. Qui gli elementi complottistici sembrano evidenti perché, ad esempio, chi sostiene l’esistenza del raggio blu dice anche che la Nasa (l’ente spaziale americano) sarebbe la sua proprietaria. Ma perché la Nasa, che è americana, dovrebbe usare un’arma del genere proprio nel centro di una città americana e non da un’altra parte, ad esempio in un’altra nazione magari pure ostile?  Sarebbe come spararsi in casa da soli agli occhi del mondo e senza una ragione evidente, viene da pensare.

Questa teoria nel caso delle torri gemelle ha trovato terreno fertile in quanto anche senza arrivare al “blue beam” si erano comunque diffuse storie (che ancora resistono) per le quali sarebbero stati gli stessi americani a far crollare volutamente le Twin Towers, a causa del fatto che avevano bisogno di un espediente per muovere guerra al terrorismo. Anche qui bisogna capire che sostenere un giro del genere è abbastanza difficile e chi lo fa rischia seriamente di essere definito un complottista. La narrazione più diffusa e completamente contraria a questa infatti, spiega che se gli americani avessero voluto fare una guerra, non avrebbero avuto nessun bisogno di autodistruggersi un simbolo della propria nazione, nel cuore di una delle (loro) città più famose al mondo, mostrando così davanti ad esso anche una certa debolezza difensiva. Quindi oltre al danno sembrano aver subìto pure la beffa di essere stati accusati di un qualcosa di cui invece sono chiaramente rimasti vittime, per un motivo (fare una guerra), che non aveva nessun senso di esistere in quel modo. Appare decisamente più plausibile quest’ultima versione della storia rispetto a quella che presuppone un coinvolgimento volontario Usa nel crollo delle torri.

Teorie così e bollate come complottiste ne esistono a centinaia. Alcune sono costanti nel tempo, come ad esempio quella per la quale l’uomo non sarebbe mai andato sulla Luna, o anche quelle per le quali alcuni personaggi famosi deceduti siano invece ancora vivi, o comunque sarebbero vissuti molto più di quel che sappiamo, nascosti da qualche parte nel mondo. Elvis Presley, Hitler e Michael Jackson, sono tra quelli più noti toccati da questo tipo di storie, ma non ci sono solo loro. Altre teorie invece sono localizzate temporalmente. Accade un determinato evento e subito si sviluppa un qualche racconto antagonista a quello “standard” che sostiene però cose molto poco probabili. Ma siccome quell’evento non ha una grande durabilità nel tempo, sia la narrazione principale che quella complottistica si esauriscono nel giro di qualche mese, o al massimo qualche anno.

Volendo analizzare il funzionamento tecnico della nascita di una teoria del complotto possiamo prendere un caso molto forte e proprio di questi giorni. La principessa del Galles, Kate Middleton è apparsa in una foto, arrivata anche agli organi di stampa. Si è poi scoperto, grazie al lavoro degli esperti, che questa foto era ritoccata. Ma a ritoccarla è stata proprio la Middleton, cimentatasi in una specie di esperimento. Fin qui niente di strano, ma da questo piccolo caso si sono poi diffuse teorie decisamente improbabili su un video in cui la principessa passeggiava con William, suo marito. Il video da molti è stato considerato falso prendendo in esame vari dettagli. La cosa non ha fatto più di tanto scalpore, fino a quando di video ne è apparso un altro, molto più “pesante”, in cui Kate Middleton ha confessato al mondo di essere affetta da un cancro. Anche qui, abbastanza incredibilmente data la gravita della notizia, alcuni hanno scannerizzato il video e, citando dettagli come “l’erba che non si muove” dietro alla principessa, hanno sostenuto che fosse un video sostanzialmente falso, creato con l’intelligenza artificiale. Ma una teoria del genere presume che nessun giornalista nel mondo abbia fatto anche solo una telefonata di verifica. Una cosa letteralmente impossibile.

Lavorare come complottista? Si può

Chiarito chi, almeno a grandi linee viene definito complottista, da chi ciò viene fatto, e che cosa possa essere identificato come complottismo, passiamo alla questione iniziale, può diventare un lavoro? Sì, nel senso che credere a teorie non dimostrate o anche indimostrabili di sicuro non è una cosa che in se stessa porti un guadagno, ma alcuni, che ci credano davvero o no riescono a fare soldi sfruttando il sistema. Ad esempio facendo video sui social, scrivendo libri, aprendo siti in abbonamento e così via. Altri fanno anche dei veri e propri incontri dal vivo per diffondere le proprie teorie. Sostanzialmente diventano una sorta di influencer sull’argomento, o su più argomenti, si costruiscono quindi un pubblico che li segue in modo anche abbastanza affezionato.

Riuscendo a crearsi dei follower, spesso molti, essi hanno successo nel raccogliere adesioni ad iniziative, fare contratti pubblicitari e via dicendo. A quel punto importa poco se loro stessi credano o meno in ciò che dicono, perché tecnicamente lavorano con quel tipo di contenuti. Non è quindi importante cosa pensano loro, ma ciò che riescono a trasmettere al pubblico e quanto questo si fidi di ciò che essi dicono.  E’ effettivamente un modo come un altro, perfettamente legale, di guadagnare con i contenuti, solo che gli stessi sono per così dire, oltre che decisamente alternativi, anche molto poco probabili e chiaramente non riconosciuti dal sistema di informazione più diffuso.

Perché però queste persone scelgono di sostenere teorie che perlopiù non riescono a dimostrare e anche quando ci riescono chi crede loro è solo una minima parte del pubblico? Un motivo c’è ed è anche molto importante. Se una persona vuole crearsi un seguito, difficilmente ci riuscirà ripetendo a pappagallo ciò che dice l’informazione “mainstream”, questo a prescindere che tale informazione possa essere giusta. Questo accade perché di solito qualcosa scritto ad esempio sul Corriere della sera lo si legge appunto sul Corriere della sera e non lo si ascolterà invece raccontato da un semisconosciuto, fosse pure un genio. Per questo solitamente si punta su quella che viene chiamata (a torto) controinformazione.

Quello che “in tv non dicono” e così via. La controinformazione però è un concetto molto ampio e spesso è anche un tipo di informazione affidabile che propone idee e notizie diverse da quelle per così dire più gettonate. Va quindi distinta da ciò che risulta invece molto poco credibile e che viene cavalcato da personaggi alla ricerca di una magari anche facile notorietà. Chi guadagna dalle teorie complottiste quindi a quel che lui stesso chiama mainstream ci deve andare contro se non vuole restare nell’anonimato. E’ tecnicamente un percorso quasi obbligato salvo avere a disposizione fondi economici rilevanti per poter costruire una piattaforma informativa generalista di grosso calibro. Ma in quest’ultimo caso ovviamente non c’entrerebbe nulla il complottismo

Chi fa questo lavoro, anche se più esperto è della materia più riesce ad essere convincente, non è detto che però esperto lo sia e nemmeno è detto che sia necessario che lo diventi. Non in tutti, ma in certi casi potrebbe anche non servire intendersene troppo di un determinato argomento. E’ invece fondamentale riuscire a costruire un racconto che possa essere vissuto come affidabile nonostante sia caratterizzato da stranezze di fondo. Che quindi ispiri sicurezza in chi lo legge o lo ascolta, in modo che sia portato a credere che quel racconto sia la verità, avverso a ciò che viene proposto dalla narrazione principale che invece sarebbe in mano ai potenti i quali impongono dall’alto tale narrazione.

Un’altra cosa fondamentale per chi lavora diffondendo contenuti ritenuti dai più complottistici è il carisma. Più ne avrà più risulterà credibile ciò che dirà, a prescindere da quel che potrebbe essere. In realtà questa è una condizione necessaria non solo in questo ambito, ma vale un po’ per tutti i content creator. Però effettivamente più quel che si racconta è originale, strano, sconosciuto ai più e magari un po’ strampalato, maggiore è la necessità di avere un grande carisma, di crearsi un personaggio a cui la gente faccia riferimento e che possa permettersi di dire cose che altri non dicono, anche se magari sono indimostrabili e addirittura non vere.

Conclusioni

Concludendo, il lavoro di complottista esiste e bisogna volerlo fare. Vale a dire che è necessario scegliere contenuti precisi, che abbiano certe caratteristiche e poi diffonderli in una determinata maniera. Non tutti quelli che vengono definiti complottisti lo sono davvero. A volte la parola viene usata come stigma per convincere il pubblico che quel determinato divulgatore sta dicendo stupidate. Non è però detto che ciò sia vero. Inoltre, anche la disinformazione pura non è detto che sia complottismo. Un’informazione sbagliata, anche volutamente, non significa che sia stata data da un complottista che ci guadagna nell’esserlo. In sostanza vanno fatte molte distinzioni prima di definire qualcuno con il termine “complottista”. Ma certamente anche questo può essere un lavoro, se lo si sa fare e si vuole farlo

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