Dalla pandemia Covid 19 in poi, in Italia si è diffusa moltissimo la parola resilienza, che è arrivata ad essere usata anche da un Presidente del consiglio, allo scopo di cercare di spronare gli italiani a resistere alle avversità dovute alla malattia infettiva che ha colpito l’intero pianeta qualche anno fa. Ma che cos’è esattamente la resilienza e a che cosa serve negli ambienti di lavoro e più in generale nella vita di tutti i giorni? Diciamo subito che le due situazioni sono strettamente collegate, non è pensabile dividere in maniera netta il tempo dedicato al lavoro e quello della vita privata, dato che una delle due situazioni influisce quasi sempre in maniera fondamentale anche sull’altra.
Non è raro infatti, sentir parlare di “portarsi a casa il lavoro” o del fatto che problemi personali possano avere un ruolo nelle prestazioni lavorative. Certamente non dovrebbe essere così, almeno nel secondo caso, ma come si sa bene tra il dire e il fare può esserci di mezzo il mare. In ogni caso la resilienza è uno strumento mentale e psicologico molto utile, che permette di “respingere” attacchi esterni di qualsiasi tipo. Nel lavoro come nella vita, gli attacchi possono essere di due tipi: volontari, come può ad esempio essere il caso di un collega scorretto, o una persona disonesta, oppure involontari, casuali: in questo senso, un litigio con un collega di lavoro ad esempio, può certamente essere dovuto ad incomprensioni che non originano da comportamenti in malafede da parte di nessuno. L’evento, o meglio, gli eventi però, accadono lo stesso, non è possibile evitarli e bisogna quindi affrontarli.
Un’altra cosa da precisare è infatti che la resilienza non è qualcosa che viene utilizzato solo “contro” una singola situazione sfavorevole, perché la sua caratteristica è appunto quella di combattere contro una sorta di bombardamento continuo, che può essere di natura fisica (concreta, pratica), psicologica, o entrambe le cose. Serve ad evitare l’annientamento delle forze di chi a tale bombardamento è sottoposto ed anzi trovare nella resistenza le armi per diventare ancora più forte e poter quindi lottare e vincere contro le difficoltà future. E’ infatti piuttosto nota l’immagine del fiore solitario che resistendo a tutte le avversità trova la forza di sopravvivere nella sabbia, o in una crepa dell’asfalto.
Tecnicamente parlando, è pur vero che si tratta di riuscire a trovare la forza per riorganizzare la propria vita dopo un evento traumatico che può essere più o meno grave e della più svariata natura. Ma il fatto è che nella stessa vita non accade mai un singolo evento, solitamente si tratta invece di avere a che fare con una serie più o meno fitta di accadimenti dalla gravità variabile, avverso i quali siamo chiamati a resistere e soprattutto trovare delle vie d’uscita. Ok, fino a qui ci siamo, ma come si trovano queste vie d’uscita? Ci sono diversi modi, che partono prima di tutto dalla psicologia dell’individuo, la quale deve essere sempre molto forte, preparata a tutto insomma, a prescindere da cosa succede e cosa no.
E’ un po’ come guidare un’auto ed al posto di essere pronti solo ad evitare il tamponamento di quello davanti a noi, siamo pronti ad evitare quest’ultimo, il tamponamento da dietro, il fatto che qualcuno possa venirci contro da un lato, le buche pericolose della strada, gli autovelox nascosti, comportamenti improvvisi ed imprevedibili del veicolo dovuti ad un guasto, condizioni atmosferiche avverse anche estreme e via dicendo. Non tutto accade ovviamente, ma essere preparati aiuta a scansare i problemi dovuti a ciò che succederà, perché qualcosa, indubbiamente, succederà, prima o poi. Questo non significa essere pessimisti di natura, anzi a dirla tutta è esattamente il contrario. Bisogna sì essere coscienti di cosa potrebbe accadere, ma pensare costantemente che qualsiasi cosa sarà, la si potrà risolvere in maniera positiva. L’ottimismo è sicuramente una componente attiva della resilienza ed aiuta quest’ultima ad esistere e prosperare. Ottimismo ovviamente non significa incoscienza. Quindi essere positivi sì, disinteressarsi dei problemi no, perché il “beh tanto andrà bene lo stesso” porta a poco e nulla.
Resilienza passiva e attiva
Non tutti per natura hanno la resilienza come capacità innata, però è certamente qualcosa che si può sviluppare in maniera concreta ed efficace. E in effetti funziona come un muscolo: più la si usa, più diventa potente e più quindi risulterà utile ad affrontare le situazioni negative. Ma come si affrontano queste ultime? I modi che riusciamo a trovare che ci aiutano a combattere i problemi non sono tutti uguali. La resilienza è almeno di due tipi, passiva e attiva: la prima presuppone una resistenza al problema, al danno ed anche la capacità di trovare una via d’uscita. Serve molto ma non sempre genera solo effetti positivi, la seconda è invece la capacità di trovare la via d’uscita anche attaccando qualcuno quando è necessario. Anche lei ha lati estremamente positivi, ma anche alcuni problemi.
Di resilienza passiva si può parlare quando un individuo subisce uno o più eventi traumatici ed accetta passivamente la situazione, non fa praticamente nulla per cambiarla, ma riesce comunque a proseguire il suo cammino di vita. trovando soluzioni immediate ai problemi che di volta in volta gli si presentano. Va detto che quest’ultimo spesso peggiora fino ad un limite non ben identificabile. Ma allora è un tipo di resilienza solamente negativa? La risposta è no, o almeno non è detto: vi sono delle situazioni nelle quali affrontare una battaglia potrebbe essere più dispendioso e dannoso che non affrontarla. Di conseguenza il non fare nulla che presupponga un progetto di uscita dalla situazione, pur producendo un danno, potrebbe produrne uno minore che se si decidesse di fare qualcosa. Sono situazioni da valutare molto bene, bisogna averne una conoscenza precisa e cercare di essere il più neutrali possibile nella valutazione.
C’è un ma, grosso come una casa: L’adottare continuamente questo comportamento può diventare una sorta di fuga. Accettare passivamente un evento negativo per non dover ingaggiare una lotta contro qualcosa o qualcuno può avere un senso concreto, ma farlo sempre o comunque la grande maggioranza delle volte può invece ridurre le capacità di lotta, così tanto dal non riuscire più a combattere anche quando si presentasse una necessità irrinunciabile. E’ una sorta di loop che tende al basso, il quale “disallena” le capacità psicologiche e le risorse fisiche delle persone adatte ad affrontare gli eventi traumatici. A quel punto può subentrare il bisogno di un aiuto psicologico, o anche psichiatrico, ma il grande problema è che non è detto che la persona protagonista della situazione se ne accorga. Ed un intervento esterno, tramite consigli, inviti, o anche continui tentativi di convincimento perpetrato magari sulla base di opinioni del tutto personali, se non pensato in maniera competente e soprattutto estremamente prudente, potrebbe peggiorare la situazione, mettendo l’individuo con il problema davanti ad ulteriori difficoltà per nulla volute.
La resilienza attiva, che quasi sempre passa prima da quella passiva, è invece molto diversa. Si tratta infatti di reagire ad una situazione negativa adottando comportamenti che appunto sono attivi. Non è una mera resistenza al danno subìto, consiste altresì in una serie di comportamenti mirati, spesso collegati tra loro che hanno lo scopo di risolvere il problema alla radice, cioè cancellare, quando possibile, la causa del danno, riducendo quest’ultimo ai minimi termini. Per fare questo ci vuole una grande consapevolezza di quel che si è, di quel che si sta subendo e soprattutto di quali sono le proprie risorse mentali e le reazioni psicologiche a determinati stimoli. Solo così è possibile indirizzare la reazione nella direzione giusta. Va infatti detto che reagire e basta può non avere alcuna conseguenza positiva, ed anzi potrebbe peggiorare la situazione. Farlo sapendo esattamente cosa fare invece è tutt’altra questione. La resilienza passiva è paragonabile al parare i colpi di un avversario in un combattimento, quella attiva invece para i colpi ma contrattacca pure. Lo scopo è quello di atterrare l’avversario, nel caso questo sia possibile, per fare in modo che quest’ultimo non abbia più la possibilità di creare danni.
Ha risvolti negativi? Beh, non è detto, però potrebbero esserci. Una reazione è sempre controllata, mai infatti deve essere scevra da ogni ragionamento. Una reazione troppo forte potrebbe portare a conseguenze nefaste, risolvendo un problema ma creandone altri due. Un avversario a terra è innocuo e ok, ma un avversario morto potrebbe facilmente creare problemi con la legge, tornando per un attimo all’esempio precedente. Un altro problema è che la resilienza attiva non è sempre possibile dal punto di vista del combattere un avversario. Non sempre infatti ce n’è uno chiaro e visibile, e non sempre c’è un avversario. A volte sono semplicemente eventi della vita che accadono e contro i quali non si può contrattaccare. Pensiamo ad esempio ad un infortunio, magari non permanente per non fare un esempio troppo pesante, ma un qualcosa che duri ad esempio sei mesi.
Una persona perfettamente sana alla quale all’improvviso venga temporaneamente impedito l’uso delle gambe (ad esempio a causa di un incidente) Essa è chiamata a trovare tutta una serie di soluzioni per sopravvivere più o meno come faceva prima. In questo senso serve la resilienza passiva (cioè il resistere agli stimoli negativi stando calmi, in modo da poter trovare le soluzioni più adatte), ma anche quella attiva (anticipare possibili problemi per non farli accadere e migliorare così la situazione di vita prima ancora che questa possa peggiorare), che però non è indirizzata contro un avversario reale. L’avversario insomma è la vita. Non c’è qualcuno che vuole fare del male alla persona che temporaneamente ha perso l’uso delle gambe, si è trattato di una fatalità contro la quale comunque bisogna riuscire a reagire, prima di tutto per se stessi.
In conclusione, la resilienza è una caratteristica assolutamente fondamentale per l’essere umano, passiva o attiva che sia. Bisogna però saperla utilizzare molto bene, conoscerla, impararla, allenarla e controllarla. Comportamenti smodati infatti rischiano di fare il contrario di quel che dovrebbero. Così come l’essere indirizzati da qualcuno non competente sull’argomento potrebbe fuorviare le reazioni e produrre più danni che altro. Inoltre bisogna capire esattamente di cosa stiamo parlando: una resilienza solo passiva, rischia di mettere in crisi la persona che adotta tale comportamento nel lungo periodo. Il mero resistere trovando soluzioni di fortuna, o anche ragionate, ma senza una reazione vera quando possibile, può generare dopo un po’ di tempo una stanchezza di fondo che sicuramente inficerà le capacità resilienti dell’individuo. Una resilienza solo attiva invece può generare esattamente lo stesso rischio ma per il motivo contrario. Un continuo scontro con un avversario quando esso esiste o il prendere la vita troppo negativamente, può certamente stancare la persona nel medio-lungo periodo, diminuendo ancora una volta le capacità resilienti della stessa. Il bilanciamento delle risorse e un continuo pensiero su come agire (o non agire), sembra quindi essere la soluzione migliore dal punto di vista dell’utilizzo dell’insostituibile arma della resilienza.
Sotto un video di Marco Fattizzo che spiega in maniera tecnica e molto chiara che cos’è la resilienza.
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Giornalista, ho iniziato ad occuparmi di lavoro dopo averlo cercato per anni.
Mettere in luce i lati nascosti dell’intero sistema, soprattutto quelli positivi (sì, ce ne sono e anche tanti), la considero una vera e propria missione.
