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Lavorare full time fa male agli over 40?

Una recente ricerca, condotta per l’Istituto di Economia Applicata di Melbourne, sostiene che il cervello degli ultra-quarantenni non sia “attrezzato” per lavorare più di 25 ore a settimana. E’ davvero così?

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La notizia potrà andare in soccorso dei meno volenterosi, quelli che faticano ad arrivare indenni a fine giornata e sognano di uscire quanto prima dall’ufficio. Quando il loro capo gli chiederà di lavorare a tempo pieno, potranno infatti sbandierare i risultati di una recente ricerca condotta in Australia. Che sostiene – in estrema sintesi – che lavorare troppo, dopo i 40 anni, può far male al cervello. Lo studio – che ha preso le mosse dal monitoraggio  di 6 mila lavoratori over 40 – ha voluto verificare quanto l’ammontare delle ore di lavoro settimanali possa impattare sulle abilità cognitive delle persone. E i risultati sono stati, per certi versi, sorprendenti.

lavoratori stressati

L’indagine, condotta a febbraio da alcuni ricercatori dell’Università di Tokyo per l’Istituto di Economia Applicata e di Ricerca Sociale di Melbourne (in Australia), ha di fatto stabilito che, per chi ha superato la fatidica soglia degli “anta”, l’ideale sarebbe lavorare 25 ore a settimana. Lavorare di meno risulterebbe, infatti, deleterio per le funzionalità cognitive poiché porterebbe il cervello ad “impigrirsi” e a perdere sveltezza e brillantezza. E allo stesso modo, lavorare troppo lo esporrebbe maggiormente al rischio di affaticarsi eccessivamente, con conseguenze che potrebbero rivelarsi particolarmente serie. “Il lavoro – ha spiegato il professore di Economia della Keio University e responsabile della ricerca, Colin McKenziepuò stimolare l’attività cerebrale e aiutare i lavoratori più anziani a mantenere funzionanti le loro abilità cognitive. Ma allo stesso tempo, lavorare eccessivamente può causare un affaticamento e uno stress psico-fisico che, a lungo andare, può potenzialmente danneggiare il buon funzionamento del cervello”.

Ma perché la ricerca indica i 40 anni come punto di svolta? Secondo Mckenzie, la nostra “intelligenza fluida” (quella che ci permette di gestire facilmente le informazioni che riceviamo) inizia a calare intorno ai 20 anni e l’“intelligenza cristallizata” (quella a cui ricorriamo quando dobbiamo portare a termine gli incarichi che ci vengono assegnati, facendo leva sulle competenze, le conoscenze e le esperienze maturate col tempo) inizia a diminuire dopo i 30 anni. Non solo: passando in rassegna i risultati di una serie di test mnemonici e di esercizi di “agilità” mentale, McKenzie ha fatto notare che le performance degli over 40 si sono rilevate, nella stragrande maggioranza dei casi, tutt’altro che brillanti. A dimostrazione del fatto che la funzionalità cerebrale va scemando – come è fisiologico che sia – col procedere degli anni.

I risultati della ricerca assumono un interesse particolare in tempi come questi in cui sempre più Paesi (tra cui anche l’Italia) tendono ad aumentare la soglia dell’età pensionabile. Secondo i ricercatori coordinati da Colin McKenzie, nonostante i moderni assetti economici ci invitino a lavorare più a lungo delle generazioni che ci hanno preceduto, il nostro cervello non è biologicamente ed emotivamente “attrezzato” per fronteggiare un carico di lavoro di 8 ore giornaliere, 5 giorni a settimana, dopo i 40 anni. Le conclusioni del suo studio si innestano su quelle registrate in anni precedenti: nel 1996, ad esempio, una ricerca dell’Università di Boston, condotta su alcuni dipendenti di aziende automobilistiche (molti dei quali impiegati nelle catene di montaggio), dimostrò che i lavoratori di tutte le età, costretti a fare straordinari, erano più esposti al rischio di stress cronico e di invalidità mentali più o meno gravi. Lo studio realizzato a febbraio per l’Istituto di Economia Applicata di Melbourne ha precisato che questi effetti “invalidanti” per la mente si rilevano, in modo particolarmente marcato, nel segmento costituito dagli over 40. Che secondo gli studiosi, devono fare i conti anche con altri fattori.

I lavoratori che hanno già spento la quarantesima candelina si trovano, infatti, in quel periodo della vita che alcuni osservatori definiscono gli “anni sandwich”. Durante i quali devono solitamente prendersi cura di almeno una persona più giovane di loro (un figlio) e di una più anziana (un genitore malato o bisognoso di attenzioni). Una condizione che, come è facile intuire, è destinata a far crescere il carico di stress e di preoccupazioni dell’individuo adulto che, anche al lavoro, deve onorare impegni ben precisi e cadenzati. Gli over 40 entrerebbero, insomma, in quella fase della loro vita in cui sarebbe necessario studiare nuove forme di “bilanciamento” tra il lavoro e la vita privata. In modo da metterli al riparo da ansie e preoccupazioni che potrebbero costare loro care, in termini di salute mentale e fisica.

Quello che, in definitiva, la ricerca di Colin Mckenzie suggerisce ai lavoratori più agée è di optare per un part-time o per una soluzione che consenta loro di lavorare tre giorni a settimana. Ma non tutti la pensano come lui. Tralasciando il gran numero di over 40 che, per ovvie ragioni economiche, non possono permettersi di alleggerire il loro carico di lavoro (dovendo solitamente provvedere al sostentamento delle loro famiglie), c’è chi al contrario sostiene che lavorare di meno sia deleterio. Il minor carico di impegno porterebbe, infatti, la mente ad “annebbiarsi” e il lavoratore a perdere ogni stimolo per quello che fa. Senza considerare gli “stacanovisti” più impenitenti, convinti che il trascorrere degli anni faccia acquisire competenze che meritano di essere sfruttate fino alla fine, senza alcuna limitazione di tempo. In molti affermano, in sintesi, che a fare la differenza non sia tanto la quantità delle ore lavorate, ma la loro qualità. E che il nostro cervello continua a stare bene fin quando ha la possibilità di rimanere attivo per portare a termine incarichi che lo gratificano. Dentro e fuori il posto di lavoro.

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