Le frasi fatte che non piacciono ai selezionatori

Quali sono i cliché formali che infastidiscono i reclutatori? Tenersene alla larga potrebbe fare la differenza

Lo spunto ce lo ha fornito, come spesso accade, un sito straniero che è andato alla ricerca delle parole più abusate dai candidati, che sono le stesse che insolentiscono maggiormente i selezionatori, quando passano in rassegna i Curriculum. Una sfilza di aggettivi generici ed inefficaci che raccontano poco della persona che si propone e che tradiscono una certa, mal tollerata indolenza. Tenetevi alla larga dalle “frasi fatte” perché dall’altra parte della barricata, ci sono navigati professionisti che aspettano solo di essere colpiti. E che si augurano di imbattersi in un candidato interessante, capace (tra le altre cose) di selezionare con cura le parole con cui vuole farsi conoscere, in ambito lavorativo.


I britannici detestano gli aggettivi generici

La probabilità di essere scartati, a causa delle frasi fatte riportate nel CV, non è poi così remota; specie se il vostro percorso non vanta esperienze formative e/o professionali particolarmente rilevanti. I selezionatori tendono a pensare che chi non si sforza di usare un frasario un po’ più ricercato e personale, quando risponde ad un annuncio di lavoro, non sia poi così interessato al posto per cui si candida. La “piattezza formale” viene spesso interpretata come mancanza di grinta o, peggio ancora, come manifestazione di sciatteria. Meglio tenerne conto e dedicare qualche minuto in più alla ricerca delle parole giuste; partendo magari dall’esclusione di quelle sbagliate che il sito Resume.io ha individuato in un recente sondaggio realizzato consultando oltre 560 selezionatori britannici. Ecco cosa ne è venuto fuori:

  • il 76% dei reclutatori intervistati ha puntato l’indice contro l’aggettivo “migliore”;
  • il 71% ha messo alla berlina l’aggettivo “motivato”;
  • il 69% ha manifestato il proprio fastidio per “attento”;
  • il 65% ha segnalato il termine “provato”;
  • il 62% non ama il candidato che si autodefinisce “affidabile”;
  • il 57% ha qualche problemino con l’aggettivo “appassionato”;
  • il 54% alza lo sguardo al cielo quando legge “eccellente” nel CV;
  • il 50% si indispettisce di fronte al candidato che si descrive “entusiasta”;
  • il 48% non gradisce l’aggettivo “ottimo”;
  • il 43% trova poco convincente la candidatura di chi si definisce “diligente”.

L’aggettivo “migliore” campeggia nella top 10 degli aggettivi più invisi ai selezionatori perché indica, a loro giudizio, un ego spropositato che va a braccetto con la mancanza di umiltà del candidato. Quanto agli altri aggettivi segnalati, l’idea di fondo è che vengano utilizzati con la leggerezza di chi preferisce ricorrere ai cliché, raccontandosi in maniera fumosa, piuttosto che provare a scovare dei termini più calzanti e significativi, che possano indurre il reclutatore a volerne sapere di più sul suo conto.

Le frasi fatte che non piacciono ai reclutatori italiani

E veniamo alle notizie che ci riguardano da vicino: quali sono le frasi fatte che rendono insofferenti i reclutatori italiani? Stando alle informazioni reperite in giro, consultando alcuni addetti ai lavori, la più indigesta sarebbe: “So lavorare in squadra”, seguita da “Ho grandi doti comunicative” e da “Ho una forte etica sul lavoro”. E se vi state chiedendo come mai i selezionatori non gradiscano queste enunciazioni che, in fondo, indicano tratti positivi e desiderabili in un candidato; sappiate che è perché, a loro parere, esse vengono buttate lì senza pensarci troppo, con l’unico intento di riempire degli spazi rimasti vuoti. Volendo estremizzare un po’ il discorso (per rendere tutto ancora più chiaro), potremmo concludere che le persone che scrivono nei loro CV di essere “dotate di spiccate doti comunicative” o di “saper lavorare in gruppo, ma anche in maniera autonoma” hanno le stesse chance di fare colpo sui selezionatori di quanto non ne abbiano le partecipanti ad un concorso di bellezza che, durante la canonica intervista, dichiarano catatoniche di sognare la pace nel mondo.

Impegnatevi a non scadere nella banalità, segnando un confine preciso tra le parole che possono ben raccontare quello che siete stati o che vorreste essere (in ambito formativo e professionale) e le frasi fatte che invogliano i selezionatori a rivolgere altrove la loro attenzione. La cura che metterete nella selezione delle formule giuste dimostrerà ai reclutatori che siete delle persone attente e scrupolose, che meritano (almeno sulla carta) di essere prese in considerazione.

Sei consigli per evitare le frasi fatte nel CV

E se pensate che la faccenda sia più complessa di quanto non appaia in superficie, non scoraggiatevi: gli esperti del sito Resume.io hanno messo in fila alcuni consigli per voi. Fatene tesoro.

Riflettete prima di candidarvi

Prendete nota della specifica mansione che vi viene offerta e mettete in risalto le competenze accademiche e professionali che si adattano maggiormente al caso. In questo modo, darete un orientamente preciso alla vostra candidatura ed eviterete di “inciampare” in quelle frasi fatte a cui si ricorre, quando non si ha un piano ben definito in testa.

Siate veritieri

Non cedete alla tentazione di descrivervi più efficienti, qualificati e capaci di quanto non siate realmente. I nodi verranno comunque al pettine e la mancata corrispondenza tra ciò che avete scritto (abusando magari delle solite frasi fatte) e ciò che siete e sapete fare vi costringerà in un angolo da cui sarà difficilissimo uscire.

Non eccedete

Ai selezionatori interessa la sostanza, non la vostra capacità di inanellare aggettivi, sosantivi e verbi che raccontano poco di voi. Utilizzate con parsimonia e criterio le parole, ricorrendo agli abusati aggettivi (che, come abbiamo visto, fanno venire l’orticaria ai recruiters del Regno Unito) solo quando danno valore aggiunto alla vostra candidatura.

Siate concreti

Invece di perdervi nelle frasi fatte che annoiano i selezionatori, fornite esempi concreti e dati misurabili. Parlate dei risultati che avete ottenuto, delle circostanze che vi hanno portato ad affinare alcune abilità e delle sfide che hanno segnato la vostra crescita professionale. Quanto più scenderete nel dettaglio, tanto più spianerete la strada al successo.

Rileggete a voce alta

Prima di inviare la candidatura, rileggete cosa avete scritto a voce alta. Se c’è qualcosa che non vi convince – perché vi sembra di essere stati troppo generici – intervenite e cercate di porvi rimedio ricorrendo a formule più incalzanti ed efficaci. Trascurare questo passaggio potrebbe costarvi caro.

Affidatevi a qualcuno

Chiedete ad una persona che gode della vostra stima di dare un’occhiata alla vostra candidatura. Concedetegli la libertà di criticarvi (lo farà sicuramente per il vostro bene) e siate aperti ad ogni tipo di suggerimento. Per quanto vi sforziate di essere severi con voi stessi, alcuni errori grossolani (come l’abuso delle insidiosissime frasi fatte) potrebbero sfuggire al vostro occhio analitico; meglio affidarsi ad una persona esterna che, conoscendovi bene, potrà valutare con lucidità se siete riusciti a raccontarvi in maniera incisiva.

Vince sempre l’autenticità

Quando ci si candida ad un’offerta di lavoro, si entra in competizione con un numero importante di persone che hanno esperienze, attitudini, ambizioni ed orientamenti diversi. Se resterete confinati nella comfort zone perimetrata da frasi fatte e cliché, non riuscirete mai a conquistare l’attenzione dei selezionatori che tendono a premiare i candidati più ispirati ed autentici. Uscite dai luoghi comuni ed osate: per entrare nella stanza dell’intervistatore, bisogna darsi da fare. Anche con le parole.

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