Scrivere ad un giornale è un po’ come lanciare un messaggio in mezzo al mare, è un po’ come scrivere a se stessi in cerca di risposte che non si trovano. Ci sono momenti nei quali ci si sente proprio come dentro a un buco nero, invischiati in un pantano, e l’unica cosa che riesce ad uscire è la nostra voce. Molti liquiderebbero la cosa come “un momento di forte stress” o “depressione”, io ho imparato a guardare un po’ più in là, fino ad arrivare alla causa, e questa causa ha un nome ancora troppo poco usato: si chiama MOBBING.

Io l’ho fatto, credendo in chissà quale gratitudine e ricompensa morale, mentre adesso sono da sola. Sola in quella solitudine assordante che fa male ai timpani. Sola con un esercito davanti, ma di facce voltate altrove. Il mobbing è una parola che racchiude stati d’animo cupi, visite dal medico, pianti silenziosi. Il mobbing è l’arma bianca che tanti usano per liberarsi di te, senza sporcarsi le mani, ma imputridendo nell’anima. Chi ti getta nel fosso ha dentro di sé il quadro di Dorian Grey che avvizzisce giorno dopo giorno.
Io posso essere in ginocchio oggi, ma non perderò mai la voglia di denunciare queste situazioni, con parole mie, con semplicità. Nessuno può dirci che siamo delle nullità quando il nulla cosmico è ciò che gira dentro il loro cranio. Con molta probabilità dovrò lasciare un posto di lavoro che mi dà da vivere, e un tempo mi nutriva anche l’anima. Vorrei che certe ingiustizie non esistessero più, ma per ora mi siedo sulla sponda e aspetto che la mia bottiglia torni con le risposte che cerco.
Stefania