Permessi legge 104 utilizzabili anche dal convivente

I permessi legge 104 sono utilizzabili anche dal convivente more uxorio, e non solamente dal coniuge: ecco cosa sostiene una recente sentenza.

Secondo quanto stabilito dalla sentenza 213/2016 della Corte Costituzionale, i tre giorni di permesso al mese che permettono di assentarsi dal lavoro per poter assistere dei familiari affetti con gravi handicap possono essere fruiti anche dal convivente more uxorio e non solo al coniuge e ai parenti e affini. Vediamo dunque in che modo si sia arrivati a questa pronuncia, e cosa potrebbe ora cambiare per tutti i potenziali interessati.


La questione affrontata dalla Corte Costituzionale è stata sollevata dal tribunale di Livorno, che a sua volta era stato chiamato ad esprimersi sul caso di una lavoratrice dipendente che si è vista negare il permesso per assistere il convivente more uxorio affetto dal morbo di Parkinson. Per l’azienda, la legge 104/1992 prevede infatti come utilizzatori dei relativi permessi solo il coniuge o i parenti e affini entro il secondo grado (o entro il terzo grado se i genitori o il coniuge hanno almeno 65 anni, o siano deceduti o invalidi).

Per potersi esprimere circa la congruità di tale valutazione, o meno, i giudici costituzionali hanno tuttavia ricordato che l’interesse primario della legge 104/1992 è quello di “assicurare in via prioritaria la continuità nelle cure e nell’assistenza del disabile che si realizzino in ambito familiare”. Tutto ciò, unito all’evidenza che il diritto alla salute rientra a pieno titolo tra i diritti inviolabili garantiti dall’articolo 2 della Carta costituzionale, ha portato la Consulta a ritenere “irragionevole che nell’elencazione dei soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito…non sia incluso il convivente della persona con handicap in situazione di gravità”.

Pertanto, alla luce di tale valutazione, per i giudici l’articolo 33, comma 3, della legge 104/1992 risulta illegittimo rispetto all’articolo 3 della Carta costituzionale, in quanto sussiste una contraddizione tra la norma costituzionale che vuole tutelare il diritto alla salute psico-fisica del disabile, e quella della legge 104 che non equipara coniuge e convivente.



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