Venditori ambulanti, ecco quando è reato vendere per strada

Una recente sentenza della Corte di Cassazione fa un po’ di chiarezza su quando i venditori ambulanti compiono reato.

Secondo quanto afferma la sentenza Cass. n. 25826/2016, esporre la propria merce in maniera stabile e non itinerante lungo una via pubblica può integrare la fattispecie di “invasione di terreno”, esponendo pertanto il venditore a potenziali conseguenze penali, e non solo a un mero illecito di natura amministrativa. Come da caso di cui la Suprema Corte, terza sezione penale, ha avuto modo di occuparsi, dunque, se un fruttivendolo espone la propria merce in cassette posizionate stabilmente sulla pubblica strada, e senza avere autorizzazione, commette reato.


Invasione di terreno

venditori ambulantiLa violazione è inerente all’art. 633 cp, rubricato “Invasione di terreno o edifici” secondo cui

chiunque invade arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati , al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a due anni o con la multa da centotre euro a milletrentadue euro. Le pene si applicano congiuntamente, e si procede d’ufficio, se il fatto è commesso da più di cinque persone, di cui una almeno palesemente armata, ovvero da più di dieci persone, anche senza armi.

Venditori ambulanti: il caso

Il caso di cui si è occupata la Cassazione riguarda alcuni venditori condannati per avere – in mancanza di autorizzazione amministrativa – occupato in maniera stabile e non itinerante una parte della via pubblica con cassette, installazioni e altro, e aver violato i sigilli apposti in una parte di un sito di proprietà comunale, andando così a invadere in maniera arbitraria immobili pubblici.

Gli imputati avevano cercato di avanzare la tesi difensiva secondo cui sarebbe stato erroneamente applicato l’art. 633 cp, cercando di orientare la violazione nell’ambito di applicazione dell’art. 20 del codice della strada, che punisce tali comportamenti come meri illeciti amministrativi. L’art. 20 del codice della strada, rubricato “occupazione della sede stradale”, sancisce infatti che:

Sulle strade di tipo A), B), C) e D) è vietata ogni tipo di occupazione della sede stradale, ivi compresi fiere e mercati, con veicoli, baracche, tende e simili; sulle strade di tipo E) ed F) l’occupazione della carreggiata può essere autorizzata a condizione che venga predisposto un itinerario alternativo per il traffico ovvero, nelle zone di rilevanza storico-ambientale, a condizione che essa non determini intralcio alla circolazione.

L’ubicazione di chioschi, edicole od altre installazioni, anche a carattere provvisorio, non è consentita, fuori dei centri abitati, sulle fasce di rispetto previste per le recinzioni dal regolamento.

Nei centri abitati, ferme restando le limitazioni e i divieti di cui agli articoli ed ai commi precedenti, l’occupazione di marciapiedi da parte di chioschi, edicole od altre installazioni può essere consentita fino ad un massimo della metà della loro larghezza, purché in adiacenza ai fabbricati e sempre che rimanga libera una zona per la circolazione dei pedoni larga non meno di 2 m. Le occupazioni non possono comunque ricadere all’interno dei triangoli di visibilità delle intersezioni, di cui all’art. 18, comma 2. Nelle zone di rilevanza storico-ambientale, ovvero quando sussistano particolari caratteristiche geometriche della strada, è ammessa l’occupazione dei marciapiedi a condizione che sia garantita una zona adeguata per la circolazione dei pedoni e delle persone con limitata o impedita capacità motoria.

Chiunque occupa abusivamente il suolo stradale, ovvero, avendo ottenuto la concessione, non ottempera alle relative prescrizioni, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 168 a euro 674.

La violazione di cui ai commi 2, 3 e 4 importa la sanzione amministrativa accessoria dell’obbligo per l’autore della violazione stessa di rimuovere le opere abusive a proprie spese, secondo le norme del capo I, sezione II, del titolo VI.

Tuttavia, secondo la Suprema Corte, le condotte poste in essere dagli imputati sono ben riconducibili all’interno dell’ambito di applicazione dell’art. 633 cp., poiché tale disposizione non si pone in rapporto di specialità con l’illecito amministrativo previsto dall’art. 20 codice della strada, essendo differente la propria oggettività giuridica (quella del codice penale tutela il patrimonio, quella del codice della strada garantisce la sicurezza della circolazione stradale).