Cassazione: nullo il licenziamento di colui che torna dopo una lunga malattia

Secondo la Cassazione è nullo il licenziamento del lavoratore che torna da una lunga malattia, se non vi sono altri motivi.

Con sentenza n. 23583/2019 la Corte di Cassazione è intervenuta sul tema del licenziamento di colui che ritorna al lavoro dopo una lunga malattia, sancendo la nullità di tale provvedimento e l’intento ritorsivo del comportamento del datore di lavoro. La pronuncia che tra breve esamineremo, infatti, ha esaminato con attenzione il caso propostogli, concludendo che l’unica motivazione per cui il provvedimento di licenziamento del lavoratore è stato assunto, è legato ad una condotta di rappresaglia nei confronti del dipendente che si era trovato nella condizione di doversi assentare a lungo a causa della patologia prolungata.


La vicenda

Riassumendo brevemente la vicenda, il lavoratore si era visto recapitare, al proprio rientro sul posto di lavoro dopo una lunga malattia di circa 7 mesi, la lettera di licenziamento. Al suo interno il datore di lavoro motivava il provvedimento sulla base della necessità di chiudere il settore produttivo in cui il dipendente era occupato, con la conseguenza di dover sopprimere il ruolo ricoperto. Nella stessa missiva, il datore di lavoro si dichiarava impossibilitato a ricollocare il dipendente presso altre strutture, con compiti identici o similari.

Il dipendente impugnava il provvedimento e, in sede di Appello, i giudici ritenevano insussistente il giustificato oggettivo sollevato dal datore di lavoro, segnalando invece, da parte di quest ultimo, una condotta ritorsiva, contro un dipendente che si era reso protagonista di una lunga assenza per patologia.

Licenziamento e ritorsioni

Della vicenda si occupa dunque la Corte di Cassazione, cui si arriva in seguito al ricorso del datore di lavoro. Qui gli Ermellini condividono la posizione cui erano già giunti i giudici territoriali, confermando il carattere di ritorsione del provvedimento di licenziamento assunto. Per i giudici della Suprema Corte non vi sarebbero infatti dubbi che il datore di lavoro abbia avuto come unica motivazione del licenziamento quella della ritorsione, mancando altri fatti di rilievo.

Con l’occasione, i giudici segnalano poi che l’onere della prova di dimostrare il carattere di ritorsione del licenziamento da parte del datore di lavoro non può che gravare sul lavoratore, il quale può cercare di giungere a tale dimostrazione presentando degli elementi di natura specifica, che possano permettere ai giudici di poter ritenere con ragionevole certezza l’intento ritorsivo, dovendo poi tale intento avere avuto una efficacia determinativa esclusiva della volontà del datore di lavoro.

In altri termini, anche al fine di poter giungere alla tutela che viene prevista dal licenziamento nullo, è necessario che il provvedimento di licenziamento stesso sia stato scaturito solo dall’intento ritorsivo. Nel caso in cui vi sia anche o solamente un motivo lecito, la nullità non potrà essere legata a tale provvedimento di licenziamento.

Conclusioni

Per i giudici della Suprema Corte, la sentenza oggetto di impugnazione da parte del datore di lavoro avrebbe correttamente applicato i principi di cui sopra. Viene infatti ritenuto congruo l’esame della domanda sulla natura ritorsiva del licenziamento, e la verifica dei presupposti di legge.

Si ribadisce pertanto la correttezza del giudice territoriale, soprattutto laddove afferma che, valutata in toto la vicenda, sia dal punto di vista oggettivo che dal punto di vista soggettivo, non ci sarebbero altre spiegazioni che il nesso causale tra il licenziamento del dipendente e la sua assenza a causa della patologia.

Tra gli altri elementi – evidentemente, non l’unico – che ha fatto propendere i giudici verso tale valutazione, anche la coincidenza temporale tra il rientro dalla malattia e l’intimazione del recesso dal contratto di lavoro, che ha contribuito a rendere ancora più chiaro il carattere ritorsivo del provvedimento di licenziamento impugnato dal dipendente, e che ha convinto poi i giudici che il comportamento del datore di lavoro fosse spinto esclusivamente dalla rappresaglia per la lunga malattia del dipendente.