
A pochi giorni dall’avvio delle operazioni, Google ha ricevuto una cosa come 40.000 richieste di rimozione a vario titolo. C’è però una questione per niente trascurabile. Sparire da Googlenon significa non esserci più su da internet. Infatti, il diritto all’oblio, “ottenuto” sul motore di ricerca più grande e conosciuto, non garantisce comunque la scomparsa totale dal web, se è quella che si sta perseguendo. Innanzitutto, di motori di ricerca ne esistono molti altri, ma soprattutto Google può rimuovere url o link dai suoi risultati, non dall’intera “Rete”. Ciò significa che le informazioni per le quali non si vuole più essere identificati, certamente una volta terminata la procedura smetteranno di apparire nei risultati di ricerca di Google, ma continueranno ad esistere nel sito che le ha pubblicate. In questi casi, volendo rimuovere dalla rete determinate (o tutte) le informazioni che vi riguardano, è necessario contattare il o i webmaster dei siti in cui esse sono state pubblicate.
Implicazioni lavorative. Ma perché una persona dovrebbe voler rimuovere interamente o parte della sua “identità” digitale. I motivi sono svariati, primo fra tutti il fatto che alcune informazioni potrebbero essere false, o semplicemente sbagliate e quindi distorcere l’identità di cui sopra. Molte però sono anche le implicazioni a livello lavorativo. Una foto troppo imbarazzante, uno sfogo sull’azienda per la quale si lavora scritto in un momento di rabbia, un “litigio online” con un collega sono alcuni degli esempi che potenzialmente potrebbero creare problemi sul luogo di lavoro, o addirittura in un colloquio. Un pericolo questo che può perpetrarsi anche attraverso i social network.
Oltre a informazioni scritte o comunque “postate”di proprio pugno e magari finite su piattaforme di cui non si ha il controllo (tra le quali proprio i motori di ricerca), ci sono quelle messe online da altri utenti. E non raramente rappresentano la maggioranza dei casi problematici. Anche qui infatti, testi, foto e video, possono diventare delle vere e proprie “armi” contro la propria immagine, sforando talvolta nella diffamazione vera e propria. A prescindere dagli aspetti giuridici però, dalla sentenza della Corte Europea dello scorso 13 maggio in poi, almeno a Google è possibile fare richiesta diretta di cancellazione, certificando la propria identità (e, in caso, il possesso dell’autorizzazione ad agire per conto di altri) e motivando attentamente suddetta richiesta (pena la non presa in considerazione della stessa).
Giornalista, ho iniziato ad occuparmi di lavoro dopo averlo cercato per anni.
Mettere in luce i lati nascosti dell’intero sistema, soprattutto quelli positivi (sì, ce ne sono e anche tanti), la considero una vera e propria missione.