Con la Tassa di Concorso si torna indietro di 30 anni

A distanza di oltre 30 anni, si ritorna al passato, chiedendo a diplomati e laureati una tassa che va dai 10 ai 50 euro, per la partecipazione a un qualsiasi concorso pubblico. Vediamo come è stata affrontata la situazione

Correva l’anno 1986, quando ebbi una felice intuizione. Osservando i giovani neo diplomati e neolaureati, che si avvicinavano al mondo del lavoro attraverso la partecipazione a un pubblico concorso, garanzia di un futuro economico, mi resi conto che costoro dovevano affrontare una spesa non indifferente, se non altro per le loro non floride tasche, relativamente alla carta da bollo di duemila lire e a tutti i documenti da allegare in carta legale, moltiplicando il costo per tutte le domande dei concorsi cui si accingevano a partecipare, ritenni la spesa talmente inutile, ingiusta e dispendiosa, da meritare un intervento.

Tassa di Concorso: ritornata dopo 30 anni

tassa di concorso

Quindi, abbozzai una proposta di legge che inviai all’onorevole Franco Piro, parlamentare per tre legislature dal 1983 al 1994 e molto sensibile ai temi relativi alle fasce più deboli, più noto come il padre della legge 13/89 (abbattimento delle barriere architettoniche) e della legge 104/92 sulla disabilità.

Il professor Piro ritenendo valide le argomentazioni poste a fondamento della mia “bozza”, la fece votare dal proprio gruppo e dal Parlamento, così che alla fine dell’iter procedurale divenne legge. La famosa legge 370/88 la quale stabiliva che: “A decorrere dal 10 gennaio 1989 non sono più soggette all’imposta di bollo le domande, comprese l’autentica della sottoscrizione dei documenti, per la partecipazione ai concorsi, presso le amministrazioni pubbliche“. Solo successivamente i vincitori erano tenuti a regolarizzare in bollo tutti i documenti già presentati e richiesti per l’ammissione ai concorsi.

Orbene, a distanza di oltre 30 anni, improvvisamente, silenziosamente (e furtivamente) si ritorna al passato, chiedendo a diplomati e laureati una tassa che va dai 10 ai 50 euro, per la partecipazione a un qualsiasi concorso pubblico. Ma stiamo scherzando? Si è intrapreso una via senza ritorno, vessando le famiglie con questa ulteriore ed iniqua gabella. Addirittura, i bandi prevedono espressamente che il mancato pagamento dell’imposta comporta l’automatica esclusione dal concorso. Non si comprende, tuttavia, quale sia l’appiglio giuridico che consente agli enti che istituiscono i bandi la possibilità di istituire questa, che di fatto è una tassa vera e propria.

L’intervento del TAR

Per fortuna, la questione è stata affrontata dalla magistratura che si è pronunciata rilevando l’illegittimità di questi comportamenti. In particolare il TAR della regione Sicilia, con la sentenza n. 752/2015, ha accolto il reclamo presentato da un cittadino, osservando che il contributo in esame può considerarsi, al più, come un corrispettivo per il servizio e non può mai essere assunto quale elemento che pregiudichi la partecipazione al concorso, in caso di mancato pagamento.

Del resto, a parere dello scrivente, la tassa di concorso, obbligatoria e preclusiva all’ammissione, si pone anche in contrasto con i principi della Carta Costituzionale. In particolare, la seconda parte dell’articolo 3 della nostra Costituzione, il quale prevede che la Repubblica favorisca l’uguaglianza sostanziale tra i cittadini, in modo tale che la povertà, la provenienza da una situazione non pesino come fattori che possano impedire ai cittadini l’esercizio dei diritti fondamentali per il pieno “sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese“.

Invero, anche l’articolo 4 appare minato da un tale comportamento: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto“. Norme e principi che appaiono violati anche e soprattutto per il fatto che non è prevista alcuna soglia di esenzione, in caso di partecipazione di persone non abbienti. A prescindere dalla relativa esiguità degli importi (relativa, perché si moltiplica in caso di partecipazione plurima a concorsi) è il principio che è inaccettabile. Un passo indietro clamoroso.