Gli italiani preferiscono i capi uomini

A vincere sono i contesti in cui gli uomini e le donne riescono a collaborare bene; ma a conti fatti, i lavoratori del Bel Paese non amano sottostare a un manager in gonnella

Per comprendere perché una buona parte dei lavoratori italiani preferisca prendere ordini da un capo uomo, occorre scomodare la sociologia e forse anche un po’ di psicologia. Che il cosiddetto “sesso forte” abbia più chance di arrivare alla “cabina di comando” è cosa nota a tutti, ma che siano gli stessi sottoposti a confermare l’intenzione che le cose restino così è un elemento che induce a riflettere. Anche perché, stando a uno studio condotto dalla Randstad, gli stessi lavoratori affermano di prediligere gli ambienti “misti”, in cui gli uomini e le donne collaborano bene garantendo risultati importanti all’azienda. Il sentore è che sul fronte della disparità di genere al lavoro ci sia ancora molto da fare. Soprattutto quando si parla di ruoli dirigenziali.


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A fornire una panoramica interessante è stato il Randstad Workmonitor dello scorso mese di settembre, la ricerca che la società olandese specializzata nel campo delle Risorse Umane ha condotto in 33 Paesi diversi interpellando un campione rappresentativo di lavoratori di età compresa tra i 18 e i 65 anni. Quello che ne è venuto fuori (nel caso dell’Italia) è lo scatto di un Paese in cui il gap di genere al lavoro si fa più profondo man mano che si sale nella scala gerarchica. Ma procediamo con ordine: lo studio della Ranstad ha certificato che l’82% dei lavoratori italiani pensa che gli uomini e le donne siano trattati allo stesso modo negli ambienti di lavoro. E il 67% sostiene che gli uomini e le donne abbiano le stesse chance di essere assunti o di ottenere una promozione. Ma prendiamo il caso di due candidati con le stesse qualifiche, il campione italiano interpellato ha ammesso che nel 79% dei casi a spuntarla sarà un uomo, mentre nel 21% dei casi una donna.

Di contro, ci sono dati che incoraggiano a pensare che, in Italia, la collaborazione uomini-donne sia particolarmente ben vista. Tornando al Workmonitor, infatti, il 91% degli intervistati dichiara di preferire i contesti lavorativi caratterizzati dalla diversità di genere (la media, nel resto del mondo, si ferma all’87%) e l‘89% arriva a dire che i team di lavoro formati da uomini e donne sono quelli che ottengono i risultati migliori (la media mondiale si attesta all’84%). Diverso il ragionamento che riguarda le posizioni di massima responsabilità, visto che il 64% dei lavoratori italiani interpellati dichiara apertamente di preferire un capo uomo a una donna. Forse perché prendere ordini da una “signora” continua a mettere in crisi (o ad indisporre) la porzione più “tradizionalista” del campione. E c’è di più: il 43% degli intervistati afferma di considerare la disparità di genere una buona occasione per centrare l’obiettivo della diversità, mentre il 62% pensa che la stessa disparità vada scemando col trascorrere degli anni passati in azienda, riducendosi di molto tra colleghi e colleghe che hanno maturato una certa “anzianità”.

“I risultati della ricerca – ha commentato l’amministratore delegato di Randstad Italia, Marco Ceresa – evidenziano per l’Italia una sorta di asimmetria tra la sostanziale ‘solidarietà’ nei rapporti di lavoro orizzontali tra gregari, in cui appaiono ormai evidenti quasi a tutti i vantaggi della diversità di genere in azienda, e la visione più tradizionalista nelle relazioni gerarchiche, in cui il personale femminile sembra discriminato a vantaggio di quello maschile per l’avanzamento di carriera e per le posizioni di comando. Una situazione che deve vederci tutti impegnati per colmare le resistenze culturali che escludono ancora oggi il patrimonio di idee, esperienze e competenze della componente femminile, per favorire la parità di genere a tutti i livelli”. 

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