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Il problema della robotizzazione del lavoro

La robotizzazione del lavoro, se fatta in modo massivo, può essere un pericolo per l’economia mondiale così come la conosciamo.

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Non c’è solamente l’intelligenza artificiale, ci sono anche i robot. E per giunta le due cose sono interconnesse. Un problema che potrebbe in futuro affliggere il mondo del lavoro, ma anche l’intera economia mondiale è quello della cosiddetta robotizzazione del lavoro, in parte tra l’altro già in atto. I robot sono effettivamente nati per servire l’uomo, aiutarlo a svolgere i compiti più delicati, faticosi o addirittura pericolosi, ma l’industria è andata oltre questo, creando automi in grado di impegnarsi in compiti anche molto semplici. Ciò pone un problema grosso come una casa, ovvero quello della possibile sostituzione della forza lavoro umana con quella robotica.

robotizzazione del lavoro

Ma perché qualcuno pensa che sia meglio che lavori un robot, anche se parliamo di mansioni non pericolose, al posto di un essere umano? La risposta è più facile di quel che si possa pensare, almeno in teoria. Un robot può lavorare molte più ore, non ha uno stipendio, non ha problemi gestionali tipicamente umani, ovvero non si infortuna, non si lamenta, non ha esigenze se non quella di essere programmato e ovviamente quella di essere alimentato, o caricato. E’ chiaro che detta così, per chi deve gestire una forza lavoro, sembra una sorta di mezzo paradiso, quindi molte aziende, a vari livelli hanno intercettato questa esigenza ed hanno cominciato a creare robot dalla forma umanoide, che un giorno, forse, saranno in grado di sostituire le persone in diversi ambiti.

I pericoli della robotizzazione del lavoro

Ma è davvero così? Uno scenario di questo tipo è veramente possibile? La risposta in effetti potrebbe essere sì, ma anche ammesso che accada, che questo sia un vantaggio per la società è davvero tutto da vedere. Prima di tutto bisogna capire che chi sostiene che i robot siano meglio degli umani sul lavoro potrebbe non avere ben chiaro cosa fa una persona durante il suo turno. Non sono solo le mansioni a definire un lavoratore, tantomeno le operazioni standard che è chiamato a fare. Molto è infatti dato dalla gestione degli imprevisti, degli inconvenienti e via dicendo.

Si potrebbe obiettare che ad un robot non capiterebbero, proprio per il fatto di non essere umano, ma questo è un concetto molto teorico che si basa sul fatto che l’inconveniente, o anche l’errore capiti solo lì dove si sta operando. Quindi se a lavorare è un robot, ciò non può accadere, è la teoria. Però non è così vera. Problemi nei magazzini ad esempio possono avere fonti completamente differenti e solo un’esperienza meramente umana riesce ad intercettare la questione prima che questa diventi grave e di soluzione molto più complessa.

Facciamo un esempio concreto che, tra non si sa quanti anni, potrebbe anche diventare realtà, con tutte le conseguenze del caso: in un magazzino dove fino ad ora hanno lavorato delle persone, ll titolare decide che è venuta l’ora di sostituirli con dei robot.  Essi si sono evoluti così tanto da essere in grado di rimpiazzare le persone. I robot lavorano sempre, non necessitano di uno stipendio e quindi la produzione schizza in alto ed i costi in basso. Questo almeno in teoria. Il lavoro di un magazziniere infatti non è solo quello di approntare bancali, spostare merce, certificare le spedizioni e via dicendo. Esistono tutta una serie di imprevisti ingestibili da una macchina. Ad esempio, un’etichetta appiccicata al pacco, che riporta delle informazioni sulla spedizione, potrebbe essere rotta, danneggiata, sbiadita, attaccata male o nel posto sbagliato.

Il robot potrebbe essere anche in grado un giorno di gestire la spedizione leggendo un’etichetta integra, ma come comportarsi con quelle che integre non lo sono? La domanda fondamentale in questo caso è: come fa un magazziniere a risolvere il problema prima che il pacco parta e ne crei uno molto più grande? La risposta è che solitamente un magazziniere di discreta esperienza riconosce letteralmente a occhio i pacchi, anche in mezzo a decine di altri. A seconda del marchio, della grandezza, delle specifiche di quel pacco capisce da dove arriva anche se gli mancano alcune informazioni e riesce quindi ad indirizzare la merce nel posto giusto. In questo senso non c’è in ballo solo la memoria, ma una parte della vita stessa del magazziniere, che si trasferisce dentro una pratica lavorativa, indirizzando così la procedura giusta, anche in mancanza delle informazioni necessarie. Questo tipo di esperienza, che letteralmente crea una situazione, non è trasferibile ad una “macchina”, che sbaglierebbe oppure avrebbe comunque bisogno di un supporto umano. Quest’ultimo però non potrebbe essere dato nella stessa maniera da qualcuno che non “vive” il magazzino e sta in un ufficio, perché l’impiegato ovviamente non vede e non fa le stesse cose (anche se ovviamente ne fa altre). La sua esperienza, in questo particolare caso ed in tutti quelli similari, non sarà probabilmente sufficiente. Di conseguenza il problema non potrebbe essere risolto né dal robot, né dalla persona, se non a prezzo di frequenti errori e/o grossi ritardi.

Di conseguenza, in quel magazzino dove gli umani sono stati sostituiti con dei robot antropomorfi, è probabile che gli inconvenienti saranno molti di più, in quanto il numero degli imprevisti non è mai così basso da scongiurare l’esistenza di un’entità di problemi non trascurabile. Sbagliare ad inviare un pacco in logistiche avanzate ed integrate (o addirittura uno o più “pallet”) può significare molte cose. Quest’ultimo prendendo una direzione sbagliata subirà sicuramente un ritardo di almeno qualche giorno nella consegna, con probabili conseguenti lamentele del cliente a cui è stato fatto un disservizio. Questo può capitare e ovviamente succede a chiunque, anche agli umani, ma con una robotizzazione di massa, il problema potrebbe diventare strutturale. Ci sono molti modi infatti nei quali un’etichetta può rovinarsi, per restare all’esempio di cui sopra. Continui errori da parte dei robot senza che esista anche un filtro umano, potrebbero pregiudicare per sempre il rapporto coi clienti e danneggiare direttamente il nome dell’azienda. Il rischio quindi, potrebbe non valere il gioco al risparmio per l’imprenditore.

Abbiamo prima accennato al connubio tra intelligenza artificiale e robotica.  Questa sorta di fusione è quella che potrebbe un giorno permettere la sostituzione degli esseri umani in molti ambiti del mondo del lavoro. Forse. Già, perché c’è qualcosa che in pochi sembrano considerare. Le esigenze delle persone sono le più svariate. Usare un robot, anche attraverso l’IA, significa sapere esattamente cosa si vuole e perché lo si vuole. Avendo queste informazioni e competenze, è possibile comunicare ad un automa le proprie esigenze in modo che questo possa soddisfarle (un preventivo, un servizio, una previsione). Il “ma” grosso come una casa è però quello per il quale i clienti sappiano sempre e comunque esattamente cosa vogliono.

Nella realtà molto spesso non è così. Un conto è soddisfare le esigenze di una persona, un altro è capirle. E per fare la prima cosa bisogna prima riuscire nella seconda. Ma è un processo lungo e complicato, che richiede non solo competenze, ma anche esperienza, sensibilità, intuito. Cose che un robot non può certo imparare. Il rischio in questo caso è che i bisogni dei clienti non vengano soddisfatti perché erogati in un modo sbagliato, impreciso, aleatorio. Insomma una persona/cliente che parla con una IA per capire di cosa ha bisogno potrebbe addirittura autodanneggiarsi, perché la macchina risponde a quello che l’umano gli chiede, ma “l’umano” in questione non ha quasi mai tutto quel che gli serve per fare le domande giuste. E anche dovesse averlo, a quel punto sarebbe l’IA a poter non essere al suo livello e non riuscire a comandare in modo corretto l’automa che ad esempio è chiamato ad effettuare un servizio fisico. Per questo esistono gli esperti di settore, perché sono in grado di orientare al meglio le scelte (e quindi anche le spese) di chi richiede una qualunque prestazione.

Chi comprerà la merce?

L’altro problema, ancora più grande, che potrebbe verificarsi a causa di una robotizzazione del lavoro di massa è di stampo economico e sociale. Sembra strano ma la questione è molto facile: i sistemi economici mondiali, praticamente quasi ovunque, si basano sul fatto che ci sono persone che lavorano. Queste persone percepiscono uno stipendio che, per così dire, reinvestono in beni e servizi, i quali possono essere di importanza notevole o al contrario di entità anche ridicola. Fatto sta però che sia comprare un appartamento che una tavoletta di cioccolato sono comunque due gesti che  in qualche modo fanno girare l’economia. Dietro l’appartamento ci sono architetti, geometri, operai, impiegati che hanno lavorato per crearlo. Dietro ad una tavoletta di cioccolato, anche, pur in modo diverso.

Questo sistema che tecnicamente mantiene tutti, o almeno tutti quelli che hanno un lavoro, è appunto possibile solo se la gran parte delle persone un mestiere ce l’ha. Meno persone lavorano, meno saranno quelli che potranno spendere. E meno saranno questi ultimi meno l’economia girerà. La conseguenza, nel caso, sarà la chiusura quando non il fallimento di un numero imprecisato di aziende in tutto il mondo. Questo perché ovviamente se ci sono molti meno clienti a causa del fatto di aver perso il lavoro, gli acquisti saranno in numero fortemente minore. Sarebbe praticamente un sistema che scivola costantemente verso il basso. E renderebbe quindi inutile l’aumento di produzione e il risparmio nei costi da parte delle aziende.

Se ci sono 10 milioni di potenziali compratori, perché ci sono 10 milioni di persone che hanno un lavoro e poi a causa della robotizzazione questi milioni diventano ad esempio 3, i restanti 7 non potranno più far parte del sistema economico di cui sopra, salvo che ad essi venga fornito una sorta di reddito di base (il cosiddetto reddito universale). Ma anche in questo caso, esso sarà quasi sicuramente molto minore dello stipendio posseduto precedentemente, di conseguenza anche il loro potere d’acquisto sarà molto più basso. E quindi si torna al problema dell’inutilità di adottare strategia basate sulla robotizzazione per aumentare la produzione e ridurre i costi.

Ma allora i robot sono inutili o peggio dannosi? No, ovviamente, nel senso che dipende da come e dove li si utilizza. Alcuni lavori sono troppo pesanti per gli esseri umani, o addirittura pericolosi per la salute (ad esempio quelli che presuppongono un rischio di esposizione alle radiazioni). In questo caso usare dei robot è chiaramente la soluzione migliore. Il problema potrebbe sorgere, casomai, quando questi automi dovessero venire impiegati in modo massivo per mansioni nelle quali un essere umano è facilmente in grado di operare senza rischi seri per la sua salute.

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