Intelligenza artificiale editoriale: quando è la macchina a scrivere la storia

In America, quello del "giornalismo algoritmico" è un filone abbastanza avviato, ma i redattori e gli scrittori devono davvero preoccuparsi?

Scrivere è una delle attività più impegnative e complesse che si possano immaginare. Selezionare le parole giuste, assemblarle correttamente e confezionarle in maniera originale ed efficace non è, infatti, faccenda di poco conto. A meno che non si scelga di affidarsi all’intelligenza artificiale che, anche nel settore editoriale, sta prendendo sempre più piede. Grazie alla messa a punto di algoritmi (sempre più sofisticati) che riescono ad elaborare una quantità enorme di dati e informazioni e a strutturarli fino a farli diventare una storia, più o meno riuscita. I pionieri sono stati gli americani, che hanno dato il là al cosiddetto “giornalismo algoritmico”; ma anche in Italia iniziano a prendere corpo interessanti sperimentazioni.


intelligenza-artificiale

La prima notizia scritta interamente da una macchina risale al 17 marzo del 2014, giorno in cui, alle ore 6.25, il collaboratore del Los Angeles Times, Ken Schwencke, svegliato da una scossa di terremoto, trovò sul suo computer un testo già scritto su quanto era appena accaduto. Scritto da chi? Da un algoritmo chiamato “Quakebot” in grado di elaborare le informazioni scientifiche fornite dall’Usgs (United States Geological Survey, in pratica, il corrispettivo del nostro Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) e di trasformarle in un testo particolarmente semplice e lineare. Il risultato? Il Los Angeles Times riuscì a dare notizia del sisma, a poco meno di 5 minuti di distanza dalla registrazione della prima scossa.

Sia ben chiaro: lo scritto elaborato da Quakebot non risultava particolarmente brillante, ma si presentava nella forma di un semplice report con tutte le informazioni tecniche del caso. “L’obiettivo dell’algoritmo – ha spiegato Ken Schwencke – non è quella di scrivere una storia convincente e arguta, quello è compito dei collaboratori in carne ed ossa del giornale, ma di dare le informazioni basiche, nel modo più accurato e veloce possibile”. Ed è un sistema che, al Los Angeles Times, utilizzano anche per scrivere notizie brevi sugli omicidi. Basandosi sul solito algoritmo che riesce a compulsare ed elaborare una quantità enorme di dati e informazioni. L’avvento dell’intelligenza artificiale nel settore editoriale ha messo in allarme qualcuno. Che ha paventato la possibilità che, a breve, le macchine rubino il posto a giornalisti e redattori. “Il modo in cui lo usiamo noi – ha messo in chiaro Ken Schwencke – è solo supplementare. Fa risparmiare un sacco di tempo alla gente e, per alcuni tipi di storie, riesce a far uscire le informazioni nel modo migliore possibile. Per come la vedo io, non toglierà il posto a nessuno, ma renderà semmai più interessante il lavoro degli uomini”. 

La pensa in maniera un po’ diversa l’informatico Kris Hammond della Narrative Sciences che, nel 2010, ha lanciato un software – chiamato “Quill” – che permette di produrre articoli e brevi lanci su indici di borsa e titoli finanziari. Grazie al lavoro di macchine artificiali che realizzano testi scritti in maniera chiara, professionale e scorrevole. Secondo Hammond, entro il 2025, il 90% delle notizie lette dal grande pubblico sarà prodotto da una macchina, con poco o nessun contributo umano. E il crescente spazio che l’intelligenza artificiale riuscirà a conquistarsi nell’ambito dell’editoria costringerà molte redazioni a riorganizzare i loro assetti interni. A ricorrere, con una certa frequenza, al “giornalismo algoritmico” è anche l’Associated Press (che raggruppa 1.400 testate americane) che, grazie al software “Wordsmith”, riesce a lanciare breaking news e a confezionare brevi report politici, finanziari e sportivi, in tempi strettissimi.

E in Italia? Qualcosa, in questo ambito, inizia a muoversi anche da noi. All’interno dell’ultima edizione del Festival della letteratura di Mantova, infatti, è nato uno spazio di progettazione – chiamato “Prototipi 2016” – che ha coinvolto umanisti, programmatori, designer ed esperti della comunicazione. Che hanno messo a punto un algoritmo che permette di costruire delle storie, con tanto di esordio, sviluppo e conclusione. L’esperimento ha preso il via da una serie di domande rivolte ai visitatori degli stand, che sono state elaborate da un computer e trasformate in racconti più o meno riusciti. “Abbiamo voluto dimostrare – ha spiegato Riccardo Brumel, uno dei promotori dell’iniziativa – che, all’interno di certi limiti e impostazioni, una macchina può scrivere anche favole e racconti. Questo è possibile perché la macchina replica il linguaggio umano che è esso stesso algoritmo, fatto di moduli e schemi replicabili e stereotipati. La macchina, però, è nulla senza il lungo e meccanico inserimento di dati da parte dell’uomo, quindi non c’è pericolo che ruberà il lavoro a scrittori e giornalisti”. Anche perché, allo stato attuale, non sembra essere dotata di un talento particolarmente sviluppato. Chi si guadagna da vivere scrivendo può, insomma, continuare a dormire sonni tranquilli.



CATEGORIES
Share This

Commenti

Wordpress (0)