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L’equo compenso tra luci e ombre



Dopo un iter di anni, è stata approvata anche alla Camera la legge sull’equo compenso per i professionisti, che potrebbe almeno in parte rivoluzionare il mercato di settore. Senza alcun dubbio infatti sono stati posti dei paletti fondamentali per tutelare il lavoro di chi esercita una professione (ordinistica o meno che sia), anche se questi paletti potrebbero comunque non essere sufficienti. L’intenzione della legge è però piuttosto chiara ed è quella di rendere più trasparente e fruibile il mercato del lavoro soprattutto di chi lavora a partita Iva, garantendo a quest’ultimo un compenso che non possa scendere sotto una certa soglia, perlomeno in alcuni casi.

Un bilancio positivo, con qualche problema da risolvere

Un professionista che lavori con la Pubblica amministrazione, imprese bancarie o assicurative o imprese che superino i 50 dipendenti e/o i dieci milioni di fatturato, avrà garantito un compenso minimo sotto il quale l’impresa di cui sopra non potrà pagare. La cifra è stabilita dai decreti ministeriali (il 140 del 2012 per le professioni ordinistiche, a parte gli avvocati, per i quali esiste un decreto apposito, il 147). Per chi viola le regole è previsto che i professionisti possano rivalersi in tribunale, chiedendo la modifica dei contratti ed anche un indennizzo per il torto subìto. Anche il professionista ha però una responsabilità e qui entra in gioco la prima ombra. Se non esistono sanzioni (fatte salve quelle eventualmente stabilite da un tribunale) per un’azienda che non dovesse rispettare la legge sull’equo compenso, esistono invece per il professionista che accetti un compenso minore di quello stabilito per decreto. Sanzioni che possono essere erogate dagli ordini professionali.

La logica di questa parte della legge è chiara e a dirla tutta non è per niente sbagliata. Sostanzialmente dice che se un professionista deve farsi pagare in un certo modo, non deve scendere al di sotto per ottenere il lavoro, altrimenti è come se partecipasse alla violazione. Tecnicamente se nessuno accetta di scendere sotto la soglia, il problema si risolve da solo perché le aziende non troverebbero lavoratori a meno del minimo. Questo è effettivamente molto vero, allora dove sta l’ombra di cui sopra? Sta nel come garantire che nessuno scenda sotto la soglia, e in chi fa i controlli e come. Detto in soldoni, come accertare che un tal professionista non accetti un lavoro per meno soldi (almeno all’inizio) per accaparrarselo? Se ci fosse una sanzione anche per l’azienda il fenomeno sarebbe probabilmente più controllabile. E’ però indubbio che la legge tenta una mezza rivoluzione culturale cercando di convincere chi deve accettare un lavoro a non vendersi per troppo poco. Questo negli anni potrebbe effettivamente aprire le porte ad un (parzialmente) nuovo modo di proporsi. Ed è chiaramente una cosa positiva.

La seconda ombra, a dire il vero più grande, è quella che riguarda i destinatari della legge che sono sostanzialmente la Pubblica amministrazione e le grandi aziende. In pratica vengono escluse le cosiddette Pmi, le piccole medie imprese. Un professionista che lavori per una (o più) di esse non è tutelato dalla legge sull’equo compenso, di conseguenza per il suddetto non vale la soglia minima prevista dai decreti ministeriali. Questo non va bene perché, secondo un calcolo del Sole 24 ore, le aziende coinvolte sarebbero circa 50.000 a fronte di una “popolazione” aziendale italiana di oltre 1.600.000. E’ facile notare quindi come quelle coinvolte nella legge sull’equo compenso siano una forte minoranza e potrebbero quindi essere in forte maggioranza i professionisti non tutelati dalla nuova legge. E’ pur vero che molte volte le prestazioni di lavoro si basano su accordi privati che, in un modo o nell’altro, accontentano entrambe le parti: chi ha pochi soldi da una e chi accetta compensi bassi dall’altra pur di lavorare. E’ però questo un compromesso al ribasso che proprio la nuova legge si propone giustamente di combattere.

Un’altra ombra è quella che riguarda la non retroattività della legge, che quindi non riguarda i contratti già in essere. E’ vero che si poteva fare di più, ma è anche vero che una volta arrivati al rinnovo dei suddetti contratti, chi paga dovrà adattarsi alle cifre minime, se non l’avrà ancora fatto, anche perché non ci dovrebbe essere ragione di interrompere il rapporto cambiando il professionista, visto che un altro suo pari dovrebbe essere tenuto a chiedere almeno la stessa cifra di quello con il quale l’azienda o l’amministrazione di turno ha collaborato fino a quel momento.

In ogni caso, a parte i problemi di sorta, il nuovo provvedimento fa un salto in avanti nella tutela dei diritti dei professionisti, anche quelli che non hanno un ordine proprio, in quanto difende questi ultimi da eventuali “posizioni dominanti” da parte delle grandi aziende o amministrazioni, introducendo una responsabilità a due vie: quella dell’azienda che può essere perseguita in tribunale, anche tramite class action, e quella del professionista che deve a volte imparare a non accettare qualsiasi compenso pur di lavorare, soprattutto se la commessa proviene da una realtà molto strutturata che ha quindi la possibilità di pagare il giusto senza alcun problema. C’è un confine un po’ labile tra la situazione ideale e la realtà delle cose, ma come detto potrebbe essere l’inizio di una rivoluzione culturale che, dovesse verificarsi, avrà comunque bisogno di un po’ di tempo.

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