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Problem solving: una competenza sempre più richiesta nel mondo del lavoro

Il rapporto The Future of Jobs 2020, definisce il problem solving come una delle competenze chiave per i prossimi anni, anche a seguito delle sfide innescate dalla pandemia.

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E’ sempre più frequente, in ambito professionale, sentire circolare il termine soft skill: si tratta di una definizione tramite la quale si indicano una serie di competenze trasversali e comportamentali che, in contesti lavorativi, hanno un ruolo al pari, se non più rilevante, rispetto a quelle tecniche e professionali. Ci stiamo riferendo a competenze quali la capacità di lavorare in squadra, di essere in grado di governare al meglio lo stress e specialmente di avere doti di problem solving, un aspetto, quest’ultimo, sul quale è certamente opportuno un approfondimento, anche alla luce del crescente interesse delle imprese verso risorse umane che ne sono in possesso.

Cosa significa problem solving

Il rapporto The Future of Jobs 2020, reso pubblico a ottobre 2020 e curato dal World Economic Forum con l’obiettivo di individuare la mappa dei posti di lavoro e delle competenze richieste dal mercato per il prossimo futuro, definisce il problem solving come una delle competenze chiave per i prossimi anni, anche a seguito delle sfide innescate dalla pandemia.

E’ opportuno, quindi, definire questa soft skill e capire cosa significa praticamente; letteralmente la traduzione è “risoluzione di problemi”: il termine, in realtà, abbraccia tutte le metodologie per elaborare la migliore e più efficace risposta possibile ad una situazione di criticità, molto spesso nuova e mai affrontata prima. Tutto ciò diventa strategico nel mondo del lavoro, specie se analizziamo la fase complessa che stiamo vivendo, segnata da una decisa transizione verso la trasformazione digitale, che, quando sarà definitivamente compiuta, nella maggioranza dei contesti economici aziendali, produrrà una rivoluzione delle competenze umane, dove quelle più ripetitive e semplici saranno sostituite da sistemi di intelligenza artificiale e di robotica, nell’ottica dell’industria 4.0.

Questa situazione porterà senza dubbio ad una maggior valorizzazione di competenze umane, connesse con la creatività e l’intuito personale: in più gli strascichi della pandemia imporranno cambiamenti continui nelle politiche aziendali, a fronte di un contesto incerto e pieno di difficoltà. Insomma siamo di fronte ad una situazione in cui, chi ha competenze di problem solving, disporrà di una marcia in più per governare il cambiamento e riprogrammare, in certi casi, anche la missione della propria azienda.

Come acquisire competenze di problem solving

Per molte persone il concetto di soluzione di problemi fa parte del proprio DNA, una sorta di inclinazione naturale, ma non per tutti è così; esistono diversi metodi per acquisire tale competenza, fra cui il più diffuso si sviluppa in quattro passaggi:

  1. Definire quale è problema: è una fase fondamentale, in quanto l’analisi approfondita di una determinata situazione critica è la base per giungere ad una soluzione efficace. E’ necessario individuare la radice del vero problema e, per farlo, può essere utile utilizzare il metodo dei “5 Perché”, che si sostanzia in uno studio della situazione partendo dal problema più evidente e giungengo a problemi successivi, ponendosi domande (i “Perché”) per 5 volte per giungere ad una risposta sensata, e, quindi, ad un approfondimento completo.
  2. Ideare le alternative: è la fase più creativa, quella in cui si studiano soluzioni al problema che è stato evidenziato, tramite una puntuale organizzazione delle informazioni e l’individuazione delle risorse disponibili per giungere ad un piano di attuazione. Può essere strategico avvalersi di metodologie di design thinking,  modello progettuale volto alla soluzione di problemi complessi, promosso circa 20 anni fa presso l’Università di Standford (California), attraverso l’integrazione di capacità analitiche e creative.
  3. Analizzare e selezionare le alternative: è fondamentale l’analisi di più soluzioni alternative al problema, prima di scegliere quella che appare più consona al raggiungimento dell’obiettivo. In questa fase risulta particolarmente efficace il ‘decision making’ , ovvero quel processo che è il risultato di una sinergia fra aspetti cognitivi ed ed emozionale, dai quali può scaturire la scelta finale.
  4. Attuare le soluzioni: definita la soluzione e studiato un piano per attuarlo, è necessario, ovviamente, giungere alla fase esecutiva, in cui il processo di problem solving trova compimento. E’ indispensabile fare in modo che ogni parte del piano sia realizzata al meglio e che avvenga un monitoraggio continuo sull’impatto che genera e sul possibile successo finale.

Le abilità chiave del problem solver

L’efficienza nella soluzioni di problemi è anche frutto di alcune abilità personali, che possono essere innate nelle persone, ma sulle quali è possibile lavorare per svilupparle. Il primo concetto chiave è certamente quello del pensiero laterale, ovvero la capacità di affrontare una questione da diverse angolazioni, combinando un approccio logico, basato su dati concreti con l’intuizione e la creatività personale.

Di rilievo anche il cosiddetto team working, inteso come capacità di confrontarsi e di analizzare punti di vista diversi, in un gruppo dove sono ben evidenti capacità e competenze complementari. Un buon risolutore di problemi, poi, deve essere dotato di intelligenza emotiva, un’abilità molto preziosa, grazie alla quale è possibile gestire con consapevolezza le emozioni ed affrontare ogni situazione con lucidità ed empatia. Da non dimenticare gli aspetti legati alla gestione del rischio, che è strettamente connessa ad ogni decisione che si andrà a prendere: nel contesto del problem solving è fondamentale analizzare i possibili pericoli e le percentuali degli stessi legate alla strada che si intende intraprendere. Infine strategica è la capacità di decision maker: prendere una decisione definitiva di fronte a più ipotesi possibili è fondamentale in ogni processo di problem solving.

Olimpiadi di Problem Solving: educare i ragazzi a una competenza chiave per il loro futuro

Il MIUR (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca), tramite la propria Direzione Generale da anni organizza le Olimpiadi di Problem Solving, un’iniziativa rivolta agli alunni delle Scuole Elementari e agli studenti delle Medie e del biennio delle Superiori. Si tratta di un’iniziativa che persegue diverse finalità, tra cui lo sviluppo del pensiero computazionale, un sistema di ragionamento che consente di dividere un problema in sotto-problemi, di analizzarne i dati tramite particolari modelli e simulazioni e di sviluppare capacità di comprendere fenomeni e risolvere problemi anche in ambiti disciplinari diversi da quelli prettamente informatici. Tutto ciò parte da un concetto basilare, ovvero il fatto che il problem solving rappresenta un’abilità di base, che completa e mette in relazione il pensiero matematico con il pensiero creativo, una modalità preziosa che, una volta acquisita, sarà di grande aiuto per i ragazzi sia nell’ambito dello studio, che nelle future occupazioni lavorative.

Le Olimpiadi di Problem Solving si sviluppano con prove individuali e di gruppo, prima a livello territoriale per poi giungere alle finali nazionali, svoltesi negli ultimi anni (2017/2018 e 2018/2019) a Cesena, presso la sede del Campus Universitario, dove, a seguito delle competizioni, vengono decretati i vincitori per le diverse categorie, in una cornice festosa composta da circa 600/700 persone, fra alunni, insegnanti e genitori. Le successive edizioni, causa Covid 19, si sono svolte online.

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