Smart Working, riferimenti legislativi e testimonianza di un’insegnate al tempo del Coronavirus

Il tema del lavoro agile al tempo del Coronavirus, le direttive in materia e la testimonianza di una docente di scuola primaria su vantaggi e problematiche

A disciplinare il lavoro agile o smart working in Italia sono la legge 22 maggio n. 81/2017 entrata in vigore nel giugno 2017 e il Disegno di legge AC. N. 2233B del 10 maggio 2017. Vediamo di seguito le Direttive, come viene percepita questa modalità di lavoro nella pubblica Amministrazione e la testimonianza di una docente.


Smart working al tempo del Coronavirus

smart working

Il quadro normativo di riferimento affronta il tema dello smart working dal punto di vista dei luoghi e degli spazi di lavoro, ma è indubbia l’evoluzione di questo nuovo quadro verso aspetti che riguardano anche la gestione dei dipendenti, i flussi di lavoro e le  comunicazioni tra filiere. Il lavoro agile ha scardinato consuetudini e metodi tradizionali del mondo del lavoro subordinato (sia pubblico che privato). Si è trattato di una vera e propria rivoluzione culturale con conseguenti vantaggi sia nel mondo delle aziende che in quello della Pubblica Amministrazione: una cultura orientata ai risultati e una valutazione legata alle performance reali del dipendente che sposa così una nuova  filosofia manageriale, basata su  flessibilità e autonomia negli orari e nella scelta degli  strumenti e su una maggiore responsabilità legata al risultato raggiunto. 

Differenze tra Smart working e telelavoro

Quando parliamo di lavoro agile è bene chiarire, da subito, la sostanziale differenza tra questo e il telelavoro già introdotto, come modalità opzionale di gestione del rapporto lavorativo nella Pubblica Amministrazione, con la Legge n.191/1998 e il successivo accordo quadro Nazionale del 23 marzo del 2000. Il telelavoro, infatti, prevede sì uno spostamento della sede di lavoro dal locale aziendale ad altro locale (solitamente l’abitazione del dipendente), ma vincola il lavoratore allo svolgimento della prestazione presso una postazione fissa e prestabilita, al rispetto degli orari e dei carichi di lavoro e ai medesimi tempi di attuazione come se si fosse rimasti sul luogo di lavoro. 

Il lavoro agile nella Pubblica Amministrazione

La stagione del lavoro agile si avvia definitivamente, per la Pubblica Amministrazione, con la Direttiva n. 3 del 2017 a firma del Presidente del Consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni e della Ministra per la semplificazione e l’amministrazione pubblica Marianna Madia, che stabilisce l’obiettivo, in tre anni,  per il 10% dei dipendenti, che ne abbiano fatto richiesta, di attivazione del lavoro agile. I dati, ad oggi disponibili, evidenziano una crescita lenta nell’utilizzo del lavoro agile da parte delle Pubbliche Amministrazioni, dove l’impiego di personale dipendente ha, rispetto a quello nelle aziende private, una percentuale più bassa. Basti pensare che, nel 2018, si parlava del 56% per le aziende e dell’ 8% per la Pubblica Amministrazione. Esiste, all’interno della struttura pubblica, una frizione fisiologica al cambiamento che ha radici culturali. Il lavoro facile, concentrandosi più sul risultato che sugli aspetti formali, induce il lavoratore dipendente a migliorare le proprie performance, lo responsabilizza e rafforza il rapporto di fiducia tra datore di lavoro e lavoratore.

Con l’avvento dell’epidemia da Covid-19 e la conseguente emanazione da parte del Governo di Decreti Legge che ne hanno semplificato l’accesso, lo smart working, specie nel pubblico impiego, ha avuto un incremento notevole. Alcuni Istituti Scolastici avevano già in sperimentazione piattaforme di condivisione, ma la chiusura totale delle scuole ha obbligato tutti a accelerare in questa direzione e usufruire dei nuovi strumenti dell’era digitale.

L’esperienza di una docente di una scuola primaria

Cristina, docente di una scuola primaria romagnola, ci racconta la sua esperienza: “Avevamo già da tempo preso confidenza – afferma – con piattaforme on-line gratuite, come We School, per cui è stata solo una difficoltà organizzativa che la situazione presente imponeva l’utilizzo di questi strumenti non più come un’opzione, ma come un’esigenza prioritaria per garantire la continuità didattica.  Inizialmente qualche docente, meno tecnologico, ha provato a mantenersi in contatto con i propri alunni a mezzo e-mail e whatsapp, ma le difficoltà operative e la mancanza di una condivisione di gruppo hanno ben presto spinto tutti ad avvalersi delle piattaforme online, grazie anche a precise direttive d’indirizzo degli Istituti stessi”. 

Dopo l’emanazione del DPCM del 08 marzo 2020, grazie a dei protocolli siglati dal Ministero competente – continua Cristinaci siamo avvalsi di piattaforme totalmente gratuite per la didattica a distanza. La mia scuola utilizza G-SUITE for education che, grazie ai due applicativi Hangouts Meet e Classroom, consente la didattica a distanza, ricreando l’ambiente scolastico con aule virtuali d’interazione reciproca tra alunni e docenti e permette anche a noi docenti di svolgere il nostro lavoro con riunioni e tanto altro. Se dovessi evidenziare i limiti di questa nuova esperienza, li individuerei  nella difficoltà dei docenti di correggere gli elaborati non più su carta, ma su dispositivo e la mancanza di supporti informatici adeguati (PC o Tablet) per tutti gli studenti. Il Ministero ha messo da poco a disposizione delle  famiglie meno abbienti dei PC portatili, in comodato d’uso, proprio a garanzia del rispetto di uno dei diritti fondamentali della nostra Costituzione che è quello dell’Istruzione. La strada è ancora lunga, il lavoro agile e da casa ci consente di organizzare meglio il nostro tempo, ma c’è un’altra difficoltà non di poco conto, specie nelle famiglie numerose, dove spesso non ci sono spazi adeguati per tali attività e la necessità di usufruire contemporaneamente da parte di più membri del nucleo famigliare della rete e di supporti per accedervi”.

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