Lavorare coi malati di Alzheimer: l’infermiera caposala, una figura di grande responsabilità

Cosetta Sangiovanni è infermiera caposala al Ferb di Gazzaniga. “Ama” lavorare coi malati di Alzheimer e ne pianifica l’assistenza a tutto tondo. Un consiglio a chi vuol fare questo lavoro? Provarci.

L’infermiera caposala è quella figura professionale che, subito dopo il medico, coordina e dirige il reparto di degenza. Quello in cui vengono ospitati i malati di Alzheimer è chiaramente tra i più strutturati e complessi. Dietro a quello gestito dal Ferb a Gazzaniga (BG) c’è Cosetta Sangiovanni che “ama” questo lavoro, ci si dedica anima e corpo e lo racconta, con dovizia di particolari, come se fosse la migliore professione del mondo. Probabilmente, per lei, è proprio così. L’excursus parte dall’immancabile formazione, per arrivare alla spiegazione di come vengono gestiti i problemi relativi ai compiti diretti, assegnati o svolti in prima persona nel lavorare coi malati di Alzheimer, compresi quelli burocratico-amministrativi. Enormi sforzi a fronte di piccole (ma “grandi”) soddisfazioni sono il pane quotidiano di persone come la Sangiovanni, perché: “la loro serenità è sicuramente il nostro obiettivo principale”.


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Avete una formazione particolare?

Si, noi ci aggiorniamo costantemente, facciamo formazione prevalentemente qui, anche per i nuovi operatori che vengono assunti. I medici, io, poi se c’è la possibilità li mandiamo anche in giro, ma prevalentemente la formazione la facciamo noi, che siamo stati formati a nostra volta.

E come viene formata un’infermiera che lavora in un reparto Alzheimer, rispetto ad un’infermiera che lavora in un reparto, per così dire, meno “complesso”?

Non è formata, perché il tutto avviene sul campo. Purtroppo a livello scolastico-universitario non c’è una grande formazione per quanto riguarda la malattia di Alzheimer. T’insegnano cos’è, ma è un tipo di formazione generale. Noi siamo stati fortunati perché abbiamo avuto la possibilità di essere formati in modo specifico. I medici, io in primis, abbiamo fatto dei corsi, dei piccoli master, però la maggior parte del lavoro s’impara qui in reparto.

C’è anche un tipo di “formazione” psicologica?

Noi in reparto abbiamo uno psicologo, sia per noi che per i familiari, anche lui è uno di quelli che fa formazione al personale. E poi è una figura di supporto, chiunque abbia dei problemi, di qualunque tipo, può rivolgersi a lui.

Che tipo di problemi possono sorgere?

Il paziente affetto da malattia di Alzheimer è un paziente che a lungo andare ti logora, sotto molti punti di vista, perché è ripetitivo, perché ti segue sempre, perché il più delle volte è un paziente con cui tu non riesci a dialogare. Tutte queste cose possono portare l’operatore ad andare in una sorta di burnout. A volte ci sono anche dei casi di violenza, non perché il paziente in sé sia violento, ma perché magari l’approccio non è stato corretto, lui non capisce cosa sta succedendo e di conseguenza si difende. Tutte queste cose possono essere motivo di stress per l’operatore.

Avete anche una formazione psicologica rispetto all’approccio col paziente?

Assolutamente, il gentle care, piuttosto che la cura incentrata sulla persona. Noi lavoriamo all’interno di modelli assistenziali, nei quali c’è tutto quello che riguarda l’assistenza specifica a questo tipo di pazienti. Qual è l’approccio che bisogna avere, come dev’essere strutturato l’ambiente e via dicendo. Facciamo sicuramente riferimento a modelli assistenziali precisi.

Andando più sul tecnico: come si affronta la somministrazione dei farmaci che, posso dire per testimonianza diretta, è una cosa difficilissima?

Allora, noi il più delle volte li nascondiamo nel cibo, diversamente il paziente non li assumerebbe. Trituriamo le compresse e le mettiamo nel cibo. Po invece alcuni pazienti assumono farmaci tranquillamente. Devo anche dire però, come lei saprà, che per noi la somministrazione di farmaci non è la parte più importante, cerchiamo infatti di darne il meno possibile.

Che cosa può fare e che cosa non può fare un’infermiera caposala?

Innanzitutto dipende dal medico, ci sono dei medici che sono più elastici e dei medici che non lo sono. Io come caposala sono responsabile di tutta la parte che riguarda l’assistenza, oltre alla gestione del personale. Il medico fa la parte clinica. Decide la terapia e il trattamento clinico, tutto il resto è competenza mia, che può essere non so, anche il fare il bagno a un paziente. Poi c’è tutta la parte burocratica dei turni.

Quali sono i rischi? Ha accennato al fatto che un paziente può diventare violento, senza esserne cosciente ovviamente, però può succedere…

La struttura aiuta parecchio, perché il reparto è tutto chiuso e quindi il paziente può girare tranquillamente ovunque. E’ chiaro che l’operatore deve stare attentissimo a mettere il paziente in sicurezza. Se lascio una finestra aperta e la vede può affacciarsi e buttarsi giù, non perché ne abbia l’intento, ma perché non sa quello che sta facendo. Così vale per tutto l’habitat del reparto, il personale deve stare attento a qualsiasi cosa che per lui possa essere pericolosa. Non so, in un momento di delirio, mi stacca l’estintore e diventa pericoloso. Per cui, l’attenzione è la cosa primaria.

Ma capitano questo cose? E se sì, con quale frequenza?

Dipende dai periodi. Ci sono periodi in cui il paziente è più agitato e si fa più fatica a gestirlo e periodi in cui lo è meno e quindi la cosa è più tranquilla. Però capita, ad esempio che lui sia “affaccendato”, che è un disturbo comportamentale, e quindi maneggia, stacca gli interruttori, cerca di aprire la porta insistentemente e può rompere qualcosa…

E verso il personale?

No guardi, io parto dal presupposto che quando il paziente è aggressivo nei confronti di un membro del personale, è perché quest’ultimo ha avuto un approccio sbagliato. Poi per l’amor del cielo, può capitare, però è sempre una difesa quella del paziente. Non è mai un comportamento aggressivo perché uno è cattivo e vuole farti del male, quando succede è perché probabilmente non è un paziente demente ma un paziente psichiatrico. Difficilmente ne ricoveriamo, però può capitare anche questo, perché magari un paziente che per tutta la sua vita è stato psichiatrico ad un certo punto diventa demente, c’è insomma una sovrapposizione di diagnosi. E’ successo che un paziente abbia rotto una finestra e abbia preso un vetro. Lì può farti del male, però si può prevenire.

Che genere di richiesta c’è per questo tipo di personale? Si trovano infermiere/i che lavorano o vogliono lavorare con questi pazienti?

Questo tipo di pazienti si trovano perlopiù nelle case di riposo, dove ci sono i nuclei Alzheimer, centri come il nostro non ne esistono. La figura infermieristica è più orientata verso una realtà ospedaliera. Io però devo dire che con l’apertura del nuovo centro ho assunto una cosa come 10-12 persone e non ho fatto fatica a trovarle.

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image by Barabasa

Come funziona il coordinamento con gli operatori socio-sanitari?

Qui devo dire che c’è veramente molta collaborazione. Tutte le figure collaborano e l’obiettivo principale è sicuramente in benessere del paziente. Per cui anche io che sono caposala posso ritrovarmi a fare una doccia perché a quel paziente sto simpatica. Solitamente l’OSS collabora con l’infermiera professionale per quanto riguarda la parte assistenziale e igienico-sanitaria, ad esempio somministra il pasto. L’infermiera invece, come vuole il suo profilo, è la figura che pianifica l’assistenza. In ogni caso l’OSS è tenuto assolutamente in considerazione anche sulle problematiche che riscontra nel suo lavoro con i pazienti.

Per lavorare con i malati di Alzheimer come infermieri ci vuole una predisposizione?

Assolutamente, è l’unica cosa che serve.

Non possono farlo tutti quindi… e che caratteristiche ci vogliono?

Io dico sempre che uno deve amarlo questo lavoro, ma soprattutto deve amare questa tipologia di pazienti perché davvero ti possono esasperare, quindi se già tu vieni al lavoro dicendo “mio Dio devo andare a lavorare” non otterrai niente. Ci vuole molta pazienza, dev’essere un operatore pronto e molto flessibile, perché qui non c’è nulla di standardizzato. Oggi le cose possono andare in un modo, domani in un altro. E tra un’ora può essere tutto diverso. Anche la stessa giornata lavorativa è molto difficile da pianificare: io non ho degli orari fissi; il paziente si alza alle 8, farà l’igiene alle 8, mangerà alle 9. Quello che si alza alle 10 e non vuole fare il bagno oggi.. non lo fa. Un’operatrice che invece è abituata a lavorare in un determinato modo, ad essere inquadrata, non ce la può fare.

Che tipo di soddisfazioni si possono avere lavorando con e per pazienti che non potranno mai guarire (almeno allo stato attuale del progresso scientifico) e che sono destinati a peggiorare?

Il criterio per cui i pazienti vengono qui sono i disturbi del comportamento, che possono essere l’agitazione, l’aggressività, il delirio, le allucinazioni, il wandering, che è questo vagabondare insistentemente. Per cui se alla fine del percorso ospedaliero questi disturbi, o una parte di essi, non ci sono più, per noi è un’enorme soddisfazione. Poi dipende dall’obiettivo: possono essere anche cose molto banali. Ad esempio al domicilio il paziente non si fa lavare e quindi è in condizioni igieniche precarie. Tu arrivi, instauri con lui un certo tipo di rapporto, cerchi di convincerlo e ottieni anche queste piccole grandi cose. La soddisfazione più grande è vedere loro ( i pazienti, Nda) che stanno tra virgolette bene, sono sereni. La loro serenità è sicuramente il nostro obiettivo principale.

Consiglierebbe questo lavoro? E che suggerimenti darebbe?

Assolutamente sì, ma non saprei che suggerimenti dare. Penso che l’unico modo sia provare. Noi non siamo un reparto supertecnologico, l’infermiera qui non impara chissà che cosa, non impara la supertecnologia che ormai sta alla base dell’assistenza. Però io sono cresciuta con una formazione dove probabilmente l’infermiere era questo. Forse l’unico suggerimento che darei, è quello di provare.