Lavoratori che vanno via: ecco perché lo fanno

Un dipendente che si annoia, non si sente gratificato e fatica a relazionarsi coi colleghi difficilmente resterà al suo posto. Se vogliono trattenere i talenti migliori, i capi farebbero meglio a correre ai ripari

Scrivere un articolo sui lavoratori che scelgono di rassegnare le dimissioni potrà sembrare strano. Se non altro perché risulta più abituale che avvenga esattamente il contrario: ovvero che, per colpa della crisi, molti datori di lavoro si vedano costretti a licenziare alcuni dei loro collaboratori. Eppure può capitare che sia il dipendente a maturare, in autonomia, questa dolorosa decisione. E che, sopraffatto dai pensieri e dalle ansie quotidiane, scelga di ufficializzare il suo allontanamento dall’azienda. Si tratta, in ogni caso, di un fallimento: chi interrompe il rapporto professionale, per motivi che esulano dalla stretta contingenza (c’è chi lo fa perché deve trasferirsi in un’altra città) o dalla personale convenienza (succede a chi riceve un’offerta di lavoro migliore) manda un segnale inequivocabile al suo capo. Che può adoperarsi per far sì che la lista dei lavoratori che vanno via dalla sua azienda non continui ad allungarsi.


Lasciare il lavoro: i 3 motivi più ricorrenti

Ma quali sono i motivi che spingono, più frequentemente, i dipendenti ad andare via? Partiamo col dire che rinunciare alla sicurezza di uno stipendio mensile (per quanto contenuto possa essere) non fa piacere a nessuno. Se un lavoratore arriva a rassegnare le dimissioni è perché, quasi sicuramente, vive in maniera negativa la sua permanenza in ufficio. E realizza che lo stress, la tensione, la frustrazione e l’insoddisfazione accumulate non gli concedono tregua neanche quando torna a casa.

dimissioni

Come si può evitare tutto questo? Ogni singolo caso andrebbe analizzato nello specifico, ma in termini generali è possibile affermare (senza timore di essere smentiti platealmente) che buona parte della responsabilità deve essere attribuita al capo. Che dovrebbe sforzarsi di rimanere “in contatto” coi suoi dipendenti e impegnarsi a capire cosa pensano e come vivono la loro condizione lavorativa. E non ultimo, dovrebbe informarsi sulle loro aspirazioni e ambizioni personali e tentare di soddisfarle il più possibile. A meno che non voglia incappare in un “esodo” di massa che potrebbe costringerlo a rimettere quasi tutto in discussione. I lavoratori che lasciano autonomamente il lavoro lo fanno solitamente per tre motivi.

Rapporti difficili col capo e/o coi colleghi

Trascorrere otto ore al giorno con persone che si sopportano appena può diventare un vero e proprio supplizio. Al quale molti dipendenti scelgono di sottrarsi. Sia ben chiaro: nessuno pretende di trovare in ufficio l’amico del cuore (anche se a volte capita) né di imbattersi in un capo che dice sempre di sì e si mostra quanto mai affabile; ma se i dirigenti e gli addetti alle Risorse Umane non si industriano per far sì che il clima in azienda risulti per lo meno collaborativo, i dipendenti non potranno che darsela a gambe levate. La percentuale di persone che riescono a lavorare serenamente, nonostante i rapporti tesi coi colleghi o con i capi, è veramente bassa.

Si annoiano e non si sentono gratificati

E cosa dire di tutti quei dipendenti che ritardano, il più possibile, il momento in cui devono sedersi alla scrivania per paura della noia che rimarrà accanto a loro fino alla fine della giornata? Sono quelli che, a lungo andare, possono arrivare ad annunciare il loro allontanamento. Svolgere mansioni poco stimolanti e non ricevere gratificazioni da parte dei superiori può innescare un meccanismo ingovernabile di frustrazione e insoddisfazione. I capi dovrebbero evitare che i loro dipendenti si annoino in ufficio e dovrebbero adoperarsi per fa sì che gli incarichi che vengono loro affidati riescano a valorizzare le loro competenze e abilità, il più delle volte. Una pacca sulla schiena, a conclusione di un lavoro ben fatto, può inoltre fare la differenza.

Non si sentono coinvolti

Un dipendente che non ha piena consapevolezza di quello che avviene quotidianamente intorno a sé tende a considerarsi un corpo estraneo, un “indesiderato”, e può cedere all’impulso di andare via. Svolgere diligentemente il proprio lavoro non basta, i dipendenti più soddisfatti e “fidelizzati” sono quelli che riescono a cogliere i tratti salienti del quadro generale e si sentono sufficientemente coinvolti nel processo di crescita dell’azienda. Di contro, chi non viene invitato a dire la sua su determinate questioni e resta all’oscuro di ciò che avviene al di fuori del suo dipartimento fatica a sentirsi parte integrante di una squadra affiatata. Per questo, i capi dovrebbero sforzarsi di coinvolgere di più i loro collaboratori e ricordarsi di evidenziare l’importanza del contributo di ogni singola risorsa. I lavoratori con un buon grado di autostima e di consapevolezza procureranno successi importanti all’azienda. E non prenderanno mai in considerazione l’ipotesi di andare via.

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