Morti sul lavoro: qual è lo stato delle cose?

Gli incidenti non accennano a diminuire. Anzi: dal 2008 ad oggi, si è registrata una tragica impennata di decessi

Gli ultimi casi trattati dai media nazionali hanno riacceso l’attenzione sulle morti sul lavoro. Il giovane operaio Giacomo Campo, intervenuto la mattina del 17 settembre all’Ilva di Taranto per riparare un nastro trasportatore rotto, è rimasto stritolato da un rullo; mentre il 54enne Antonio Alleori, esperto elettricista impiegato all’Atac di Roma, è stato folgorato lo stesso giorno da una potente scarica elettrica che gli ha attraversato il corpo. Tanto quanto basta a suscitare la reazione sdegnata e commossa di tutti (dal presidente della Repubblica all’avventore del bar) che però, come è sempre accaduto, andrà inevitabilmente spegnendosi col trascorrere del tempo. E con il vertiginoso avvicendarsi di nuovi accadimenti. A differenza degli incidenti mortali sul posto di lavoro (o in itinere) che non sembrano minimamente orientati a diminuire. Anzi. A tenere la tragica contabilità sono molti enti ed istituti; noi abbiamo scelto l’Osservatorio indipendente di Bologna, che si sforza di fornire una panoramica esaustiva e dettagliata della situazione, riferendo anche dei cosiddetti “lavoratori invisibili”. Quelli impiegati a nero, che non godono di alcuna tutela o garanzia.


lavoratori

Il quadro tracciato dall’Osservatorio ha contorni drammaticamente definiti. Dall’inizio dell’anno ad oggi, i morti sul lavoro hanno già raggiunto quota 960. Di questi, 466 hanno perso la vita sul posto di lavoro, mentre i rimanenti 494 mentre erano per strada. A detenere il triste primato nazionale sono la Campania e l’Emilia Romagna, con 48 vittime ciascuna, seguite dal Veneto (40 morti), dalla Toscana (37), dalla Lombardia (35), dalla Sicilia (34) e dal Piemonte e dal Lazio (30). L’agricoltura si conferma il settore con il maggior numero di incidenti mortali e il trattore il mezzo più fatalmente pericoloso (nel 2014, sono stati 152 gli agricoltori rimasti schiacciati da esso; l’anno scorso, 132 mentre quest’anno se ne sono già contati 100). E non va molto meglio nei settori dei servizi e dell’edilizia dove – come è noto a tutti – vengono spesso disattese le più elementari norme di sicurezza. Un tributo pesante, stando al monitoraggio dell’Osservatorio indipendente di Bologna, è anche quello pagato dai metalmeccanici (la maggior parte dei quali muore durante gli spostamenti effettuati per raggiungere il posto di lavoro) e dagli autotrasportatori sfiancati da ore di incessante guida al volante di un mezzo pesante.

E c’è di più: stando ai dati forniti da chi collabora con l’Osservatorio per tenere sempre aggiornata la tragica conta, il 28,2% delle morti registrate dall’inizio dell’anno ha interessato lavoratori anziani (over 70) che, per effetto della riforma Fornero, non erano potuti andare in pensione. Mentre il 10,3% ha riguardato stranieri, costretti spesso a lavorare in condizioni inumane (si pensi ai braccianti sfruttati nei campi ed alloggiati in capannoni fatiscenti). Il quadro emerso non incoraggia a farsi troppe illusioni. Soprattutto se si pensa che, col trascorrere del tempo, il numero dei morti sul lavoro ha continuato a crescere vertiginosamente. Se nel 2008 (anno in cui l’Osservatorio è stato fondato per rendere omaggio ai 7 giovani operai che persero la vita alla ThyssenKrupp di Torino), gli incidenti mortali rilevati si erano fermati a 637, nel 2014 hanno invece raggiunto le 661 unità. E nell’anno in corso (che non si è ancora concluso), ben 960 persone hanno già perso la vita mentre svolgevano le loro mansioni. O si apprestavano a farlo.

Porre un argine a questa piaga è un impegno che ogni Governo che si insedia si assume, senza mai onorarlo appieno. Trovare una soluzione non è certo facile, ma una maggiore attenzione al tema della sicurezza nel posto di lavoro (dove i controlli dovrebbero essere più serrati e scrupolosi) potrebbe già aiutare a cambiare verso. Solo la diffusione di una cultura imperniata sul rispetto del lavoro e del lavoratore potrà spingere le nuove generazioni a pretendere un impiego sicuro e garantito. E far sì che i vari osservatori impegnati a registrare le morti sul lavoro ne contino – finalmente – sempre meno.

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