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Presidente, fermi il degrado della magistratura!

In un sondaggio di qualche giorno fa, è risultato che quasi il 90% degli intervistati non si fidano più della magistratura.

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I cittadini non ne possono più di tutti gli scandali a cui giornalmente assistono, delle lotte fratricide tra toghe, oltre che, soprattutto, della lentezza dei processi cui devono essere sottoposti: a maggior ragione quando gli stessi si risolvono in un nulla di fatto, così che un innocente si trova impigliato nelle maglie della giustizia per anni.

La configurazione della Giustizia

Va fatto un ragionamento, quando si parla di giustizia, chiarendo innanzitutto la differenza tra magistrati inquirenti e giudicanti. In particolare, gli organi giudicanti sono chiamati a studiare attentamente le cause, analizzare le prove, le rispettive posizioni della parti, per poi procedere all’assunzione di una decisione e alla stesura di una sentenza motivata, saggia e (auspicabilmente) inattaccabile. Diverso è il ruolo di chi funge da inquirente, figura che, paradossalmente, incute “timore” anche agli stessi colleghi.

magistratura

L’attuale configurazione della Giustizia, infatti, è concepita in maniera tale cha basta un errore commesso da un PM, assolutamente non con dolo, ma del resto errare humanum est, per cui una persona possa essere inquisita e rimanere per anni schiava del sistema giudiziario, con effetti devastanti che prescindono dalla colpevolezza o dall’innocenza: accade sovente che la vita delle persone venga irrimediabilmente rovinata, e non conta se alla fine dei giochi  ci sia un’assoluzione o una condanna, rimettendo al vaglio degli organi giudicanti l’ulteriore compito di moderare, magari, un eccessivo zelo (o semplicemente un’errata valutazione/percezione) avutasi nella fase precedente.

La vicenda Bobo Moroni

E’ di questi giorni la notizia che Bobo Maroni, assolto da tutte le accuse rivoltegli, per le quali ha dovuto di fatto abbandonare un’avviata carriera politica, ha scoperto di avere un cancro: la sorte beffarda si è accanita ulteriormente su di lui, dopo aver pagato il prezzo dell’attuale funzionamento del sistema giudiziario. Ma questo non è stato ne il primo, né tantomeno saràl’ultimo dei casi.

Proprio sotto tale profilo, la lunghezza dei processi rappresenta quell’aspetto che non soltanto crea effetti devastanti sulla vita delle persone, ma del pari mina la credibilità stessa della magistratura in Italia e all’estero. Sarebbe ora di fissare, con delle norme ad hoc, tempi determinati e termini perentori per il deposito di una sentenza, stabilendo, perché no, delle sanzioni anche pecuniarie a chi non ottemperi a tali prescrizioni.

Come se non bastasse, non va dimenticato che ogni anno Bruxelles condanna a centinaia milioni di euro l’Italia, per ritardata e/o denegata giustizia. E non vedo perché a pagare debbano essere sempre i cittadini.

A ognuno il proprio ruolo

Altro fenomeno particolarmente diffuso nel nostro Paese, quello per cui ognuno vuole fare un mestiere diverso da quello per cui si è formato, e per il quale viene retribuito, invadendo campi altrui. Ciò avviene anche nell’ambito della magistratura, ove non è affatto inusuale vedere alcuni magistrati che, con le interviste (e talvolta anche con le sentenze) estendono pubblicamente i propri giudizi su materie proprie del Parlamento, esautorando dalle proprie competenze stabilite dalla Legge. Ritengo giusto che il Parlamento, ormai troppo debole e diviso, si riappropri delle proprie prerogative, non accusando quella sorta di status di inferiorità rispetto ad altre categorie, tornando a fare ciò che gli compete: le leggi. Mentre, chi è chiamato ad applicarle quelle leggi, lo faccia, possibilmente nel modo più veloce possibile, concentrandosi sul proprio.

Mi ritorna in mente la profezia di Bettino Craxi, al tempo di Tangentopoli, un periodo “nero” per la democrazia in Italia: o forse un periodo che va rivisto e rivisitato alla luce dei fatti odierni. Ebbene Craxi diceva che: “i magistrati finiranno per arrestarsi tra di loro”. Mai profezia fu più azzeccata ed è quello che sta accadendo in questo periodo. Sembra una contraddizione, ma da quando, circa 2 anni fa è uscito fuori lo scandalo Palamara, il degrado e il declino della magistratura ha raggiunto degli standard inaccettabili. È saltato il tappo. E forse il tappo metaforico era proprio Palamara, che nonostante le proprie responsabilità e colpe,  rappresentava nella magistratura quell’equilibrio che ora è venuto meno.

La riforma del CSM

In tutto questo contesto, il colpo da k.o. è il silenzio (assordante) del Presidente della Repubblica.

Non può sfuggire che il Presidente Mattarella abbia il compito, sancito dalla Costituzione, di presiedere e controllare il Consiglio Superiore della Magistratura, avendo la possibilità (anzi il dovere) di sciogliere l’organo in casi del genere. Mi voglio spingere un po’ con la fantasia, immaginando cosa avrebbe fatto un Presidente tipo Cossiga: secondo me, avrebbe agito immediatamente e duramente, di fronte a tali episodi.

La riforma del CSM non può più attendere, non può più essere rinviata ulteriormente. Sarebbe compromessa l’immagine dell’Italia stessa. E che ci vengano risparmiate, in questa fase, baggianate, quali sorteggiare i membri del CSM. Nel CSM, i membri devono essere eletti da e tra i magistrati togati e quelli onorari (che sono circa 6 mila a fronte di 9 mila togati).

E poi il CSM deve essere vigilato da un organo indipendente (dal Governo?), non potendo esistere questo sistema di autocontrollo e auto vigilanza che ha fallito. Così come va monitorato e controllato il comportamento “produttivo” della magistratura, improntando gli avanzamenti di carriera su criteri meritocratici e non per anzianità.

Non sfugga, infine, il fallimento completo dell’attuale sistema, testimoniato dai numeri: su 544 cause depositate contro lo Stato per responsabilità civile dei magistrati dal 2010 al 2021, sono state depositate 129 sentenze emesse finora, di cui solo otto condanne.

In termini percentuali, parliamo dell’1,4% per cento. Non ci vuole un genio per capire, da questi numeri, che qualcosa non va. I numeri testimonierebbero una sorta di “infallibilità” del sistema giustizia. O, più propriamente, un’incapacità del sistema di controllo.

L’auspicio è che le riforme che ci attendono, obbligatoriamente in seno alla ricezione delle risorse del famoso recoveryplan (oggi PNRR), prendano spunto dall’attuale paradigma e non siano cieche rispetto agli enormi buchi.

Quale consulente migliore dello stesso Palamara?

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