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Salario minimo: pro e contro



In Italia dopo aver affrontato il nodo Reddito di cittadinanza che ora ha cambiato nome ed alcuni parametri, si sta parando da un po’ di tempo di un’altra questione fondamentale per i lavoratori, quella del salario minimo. Per identificare in modo inequivocabile il panorama entro il quale ci si muove, sostanzialmente la maggioranza di centro-destra è tendenzialmente contraria alla misura, mentre le opposizioni, praticamente tutte, si dicono da sempre favorevoli alla sua introduzione. E’ infatti notizia di oggi che proprio queste ultime abbiano presentato ben sei proposte sul salario minimo, indicanti una cifra oscillante tra i 9 ed i 10 euro l’ora, lordi. Ma quali sono esattamente le ragioni di questo scontro? Quali sono i pro ed i contro del salario minimo secondo chi lo sostiene e chi lo osteggia?

Cosa dice chi è a favore

Chi sostiene il salario minimo, ovvero tutti i partiti di opposizione, pur essendo separati da varie sensibilità, hanno tutti un unico denominatore: ci vuole il salario minimo perché alcuni stipendi, pur disciplinati da contratti nazionali, sono troppo bassi per garantire una sussistenza dignitosa a chi lavora. E’ fondamentalmente la storia del cosiddetto “lavoro povero”, ovvero quel fenomeno per il quale c’è chi ha un posto di lavoro, magari anche stabile, ma che prevede uno stipendio che non gli permette di raggiungere degli standard economici soddisfacenti. A volte queste persone, pur lavorando in modo fisso, sono vicine alla soglia di povertà. C’è infatti chi, ad esempio, guadagna 5 euro l’ora, lordi. Chi è a favore del salario minimo fa abbastanza presto a fare i conti: se si porta il salario a 10 euro, o anche a 9, quei 5 euro lordi l’ora nei fatti raddoppiano, eliminando letteralmente il problema alla radice. Detta così è in effetti una teoria ben poco contestabile. Se prima guadagni 5 e poi guadagni 10, prendi il doppio ed il problema di essere povero non ce l’hai più. L’attuale problema principale di chi sostiene il salario minimo infatti è solo quello di trovare una proposta comune per poter essere più forti nella battaglia, contro chi è contrario, che attualmente tra l’altro è chi governa. Ma allora viene da chiedersi perché se la questione è così semplice, c’è chi non è d’accordo su una proposta che appare di assoluta civiltà. Quale mai potrebbero essere i motivi di un rifiuto verso il salario minimo? Vediamoli.

Cosa dice chi è contro

Detto che la proposta sul salario minimo è chiaramente una proposta di civiltà e solo in questo senso può essere intesa, non è però così vero che non esistano nodi fondamentali da sciogliere. La premier in carica, Giorgia Meloni, ha infatti fatto notare un problema non certo da poco: se si introducesse un salario minimo legale, questo sarebbe “aggiuntivo” o “sostitutivo”? Detto in parole povere, un salario minimo a 10 euro l’ora andrebbe semplicemente ad integrare quei contratti al di sotto di quella soglia, o interagirebbe anche con quelli superiori ad essa? Cioè? Spieghiamoci: se si verificasse la seconda ipotesi, è vero che chi ora prende 5 poi prenderebbe 10, ma è altrettanto vero che chi prende 12 poi rischierebbe di prendere 10 anche lui. Questo a causa della forte diversificazione della contrattazione collettiva nazionale vigente in Italia. Cosa fare quindi?

Un altro punto, che appare ancora più complicato, è questo: Il lavoro povero in Italia è abbastanza diffuso. E’ un fenomeno che letteralmente non dovrebbe esistere e che però esiste e paradossalmente dà uno stipendio, anche se basso, ad una moltitudine di persone, che comunque con esso più o meno sopravvivono. Obbligare un’azienda a magari raddoppiare lo stipendio è però impossibile. Per meglio dire, quella tal azienda potrebbe sì accettare tale condizione, ma anche non farlo, semplicemente chiudendo. Se ciò dovesse avvenire, chi ci lavora al posto di avere uno stipendio basso, non avrebbe più neanche quello. Questo dilemma è stato tirato fuori a più riprese. E’ meglio uno stipendio basso, o non averlo proprio? E’ vero che ci sono i sussidi, ma non sono eterni e ritrovare lavoro in un panorama nel quale molte aziende chiudono perché non vogliono pagare il salario minimo potrebbe essere ancora più difficile di quello che è ora. Quale sarebbe quindi nel medio periodo la sorte di quei lavoratori? Si finirebbe per migliorare la vita a molte persone, ma anche, forse, di peggiorarla a molte altre. Ed è impossibile sapere a priori le percentuali di questi due fenomeni. In ogni caso, chi è contro il salario minimo preferisce sostanzialmente agire sul cuneo fiscale, abbassando le tasse, soprattutto dal lato lavoratore, così che anche se il salario resta ad esempio di 5 euro lordi perché la contrattazione collettiva non riesce ad alzarlo, al posto di entrare 3,50 euro netti (cifra ipotetica), ne entrerebbero 4. Certo è che uno stipendio di 5 euro lordi l’ora è veramente basso a prescindere e che anche un taglio del cuneo fiscale non risolverebbe, in questo caso, il problema del lavoro povero. Fin qui siamo tutti d’accordo, però si ritorna al problema di cui sopra: è meglio un lavoro povero o non avere proprio un lavoro?

Esiste una soluzione?

La risposta tecnicamente è “ni”. Perché se sul primo punto si può, con una certa maestria, intervenire legislativamente inserendo appositi articoli nell’eventuale legge che vietino a chi paga secondo un contratto nazionale che preveda una retribuzione superiore a quella minima di scendere appunto al minimo, per quanto riguarda il secondo punto non può letteralmente esistere una legge che imponga di pagare per forza un determinato salario garantendo in ogni caso lo stesso livello di occupazione. Ovvero, una legge sul salario minimo può ben dire: se prendi 5 da ora prendi 10, ma se prendi 12 devi continuare a prendere 12, fin qui è effettivamente tutto chiaro. Però nessuna legge può dire “sei hai 50 dipendenti che paghi troppo poco, dopo li devi pagare di più e devi tenere quei 50 dipendenti”. Le aziende in questo caso potrebbero reagire in vari modi, sfruttando diritti che effettivamente hanno e che devono avere: potrebbero come detto molto banalmente sospendere o fermare del tutto l’attività, potrebbero operare riduzioni di personale e via dicendo, fino a soluzioni anche meno ortodosse di queste due.

Il dilemma “ti pago poco ma ti pago, o smetto di pagarti perché ti licenzio” è annoso e difficilmente potrà avere una soluzione legislativa. Qualcuno potrebbe vedere questo sistema come una specie di ricatto, ma in realtà, se usato in contesti perfettamente legali è un diritto delle aziende che non possono certo essere obbligate, ad esempio, ad andare in perdita. Il problema è più che altro che dovrebbe cambiare il contesto culturale entro il quale ci si muove, a livello strutturale. Ma a parte questo, nella pratica vi sono imprese che sopravvivono lavorando con appalti a basso costo, che chiaramente si riflettono anche sulle paghe dei loro dipendenti, che però non è detto siano irregolari. Come spiegato esistono contratti nazionali che prevedono importi veramente molto bassi, e che però sono perfettamente regolari. Dal punto di vista legislativo c’è forse uno spiraglio che però sembra comunque essere parziale. Se si volesse introdurre il salario minimo, ad esempio a 10 euro, i contratti troppo bassi, per capirci quelli a 5 euro, potrebbero per così dire aumentare a rate. Ovvero prima sei, poi dopo uno o due anni sette, poi otto e così via. Ciò anche se non risolverebbe completamente il problema darebbe almeno il tempo alle aziende di ricontrattare i propri appalti e contratti per spuntare una cifra maggiore, parte della quale da destinare all’aumento degli stipendi. La questione in questo caso è fino a che punto riuscirebbero a farlo.

Il fenomeno dei contratti irregolari è qualcosa di completamente diverso e che riguarda solo in parte il salario minimo, nel senso che chi non vuole pagare regolarmente non lo farà a prescindere dall’esistenza di una soglia minima legale. Chiaramente anche questo è un problema enorme da risolvere, ma è distinto dall’introduzione o meno di un eventuale salario minimo. Il problema quindi è molto politico, nel senso che riguarda un’impostazione mentale (e qui ce ne sono due che si scontrano), però non è solamente quello. Esistono come abbiamo visto almeno due questioni fondamentali, una delle quali è abbastanza risolvibile con una buona legge. L’altra invece è molto più problematica e se si dovesse arrivare alle votazioni in aula sarà veramente complicato capire da che parte stare. Bisognerebbe riuscire a stabilire abbastanza esattamente non tanto quali (perché è piuttosto chiaro), ma quanti siano in benefici, e quanti siano invece gli svantaggi a livello occupazionale che sarebbero direttamente causati dall’introduzione del salario minimo.

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