Come spiegare il motivo per il quale si è lasciato il lavoro

L'importante è non stare mai sulla difensiva. E dimostrare di non essersi pentito di nulla

Dopo tanti tentennamenti, abbiamo deciso di lasciare il lavoro. Il peggio sembra essere passato, ma è davvero così? Non proprio: chi si congeda dall’azienda nella quale ha lavorato per tanti anni compie un passo importante. Che segna l’inizio di un nuovo percorso irto di ostacoli. Bisogna vincere le riserve di chi giudicherà la nostra scelta avventata (a farlo sono, molto spesso, le persone che ci stanno più vicine) e convincerci della bontà della nostra decisione.


Come rimettersi in gioco

lasciare il lavoro

E non è che l’inizio: rimettersi in gioco significa (in questo caso) tornare sui passi percorsi all’inizio della nostra carriera. Quelli che – si spera  – ci porteranno a trovare un nuovo impiego. Affrontare un colloquio di lavoro, dopo tanto tempo, può rivelarsi particolarmente faticoso. Per questo, è fondamentale prepararsi per bene e non trascurare alcun passaggio. Specie quello in cui il reclutatore ci chiederà – inevitabilmente – di spiegargli il motivo per cui abbiamo scelto di lasciare il precedente lavoro. Siamo pronti a dargli la risposta giusta? Quella che potrebbe portarci a firmare il nuovo contratto?

Motivare la scelta delle dimissioni

Partiamo col dire che nessuna spiegazione può risultare plausibile, se non è sostenuta da una ferma convinzione. Prima di spiegare agli altri il motivo che ci ha spinto a lasciare il lavoro che abbiamo svolto per anni, occorre dare una risposta a noi stessi. E sciogliere tutti i nodi che ci hanno tenuti svegli per intere nottate. E’ inutile nasconderlo: lasciare il lavoro è una delle scelte più rischiose che si possa fare, specie in tempi come questi. Quello che sta per profilarsi è un periodo gravido di incertezze e instabilità. Siamo pronti ad affrontarlo? Abbiamo valutato ogni cosa e preso le necessarie precauzioni? Senza queste risposte, è inutile andare oltre; sfidare i nostri limiti potrebbe rivelarsi un esercizio spossante e avvilente. Solo dopo aver fugato ogni dubbio ed essersi convinti di aver fatto la scelta giusta, potremo consegnare agli altri le risposte che cercano.

Cosa rispondere a chi ci chiede perché abbiamo lasciato il lavoro

Qualsiasi sia il motivo che spinga a rassegnare le dimissioni (molti lo fanno perché si sentono sopraffatti dalla noia e dalla frustrazione o perché non riescono più a tollerare la vista dei capi e dei colleghi), occorre prepararsi bene. E farsi trovare pronti quando il selezionatore ci chiederà: “Perché ha lasciato il precedente lavoro?”. La prima cosa da tenere a mente è che bisogna essere cauti e professionali.

Mai parlare male del capo

Puntare il dito contro il capo ingiusto, che non ci valorizzava abbastanza, o contro l’azienda guidata da un management incapace è quanto di più sbagliato si possa fare. Il reclutatore si convincerà di trovarsi al cospetto di una persona infedele e inaffidabile, che non fatica a parlare male dei suoi superiori. Tanto gli basterà ad avviare la conversazione verso la conclusione e a metterci cortesemente alla porta. Per evitarlo, occorre usare la testa. Non dobbiamo spiegare ogni cosa nei minimi dettagli perché al selezionatore interessa semplicemente testare il nostro livello di affidabilità. E valutare come ce la caviamo in una situazione di stress e difficoltà. Per questo, evitiamo di dilungarci troppo e selezioniamo con cura le parole da usare.

Non stare sulla difensiva

E’ importante non assumere un atteggiamento difensivo che potrebbe far credere al nostro interlocutore che ci vergogniamo – o peggio ancora ci pentiamo – di quello che abbiamo fatto. Se abbiamo scelto di lasciare il lavoro è perché avremo avuto le nostre valide ragioni. Non dobbiamo illustrargliele tutte, ma dimostrargli che non abbiamo alcuna intenzione di tornare sui nostri passi. Perché la decisione maturata ci ha restituito entusiasmo e un pizzico di serenità.

Concentrarsi su se stessi

Bisogna concentrarsi su se stessi e spiegare che si è sentito il bisogno di “scendere nuovamente in pista” perché si avvertiva l’impossibilità di andare avanti. Parlare di promozioni non ottenute non è elegante; evitiamo di monetizzare il discorso e concentriamoci sull’aspetto meramente professionale. Affermare che, nel precedente lavoro, risultava difficile dare prova delle proprie accresciute abilità è un modo diplomatico per dire che non ci sentivamo più gratificati. E che avevamo perso l’entusiasmo per quello che ci chiedevano di fare. Se si aggiunge, poi, che l’azienda alla quale ci si candida sembra essere il posto ideale per crescere e maturare professionalmente, le cose potrebbero risolversi nel migliore dei modi.

Non si tratta di fingere, ma di mostrare il lato più costruttivo e positivo di noi. I candidati che non tentennano di fronte alla spinosa domanda hanno buone chance di superare la selezione. Perché – se giocano bene le loro carte – tradiscono un entusiasmo e una sicurezza destinati a “fare colpo” sui reclutatori.

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