
Il Bonus per i neonati previsto dalla nuova Legge di Stabilità sarà erogato, a partire dal 2015, mese per mese, per le famiglie con reddito familiare inferiore ai 90.000 euro. Oggetto di diverse discussioni, ravvedimenti e correzioni, questa versione della misura simbolo della manovra finanziaria dovrebbe essere quella definitiva. Il testo della Legge definitiva è stato infatti inviato al Quirinale dopo il via libera della Ragioneria dello Stato. Dopo le verifiche il testo passerà in Parlamento per essere discusso. In una prima bozza della legge, il Bonus bebè per le neo mamme veniva erogato, una tantum e non con cadenza mensile. Si parlava infatti di un incentivo alla natalità di 900 euro, per le famiglie con reddito Isee inferiore ai 30.000 euro.


Cosa significa lavorare come Assistente sociale privato? Cosa comporta per questo professionista, tipicamente impiegato in strutture pubbliche, ritagliarsi uno spazio in un mercato ancora quasi del tutto inedito? In che modo ci si fa conoscere? Qual è la retribuzione standard e quali sono le prospettive di carriera? Fino a pochi anni fa, la professione dell’Assistente sociale era perlopiù legata ad enti pubblici; negli ultimi tempi invece, in continuità con quanto accade in Europa, comincia anch’essa ad affacciarsi sul libero mercato, strizzando sempre più l’occhio alla libera professione. Promuovere il benessere della famiglia e del singolo, ma anche assistere la persona all’interno del proprio nucleo di appartenenza. Sono questi gli obiettivi principali perseguiti dall’Assistente sociale privato, chiamato a coordinare non più solo i diversi aspetti del servizio sociale, bensì, all’occorrenza anche figure professionali complementari, all’interno di un mercato sempre più libero ed esigente. Abbiamo provato a chiarire i punti salienti di questa professione attraverso la consulenza della dott.ssa Elena Giudice, Assistente sociale con più di dodici anni di esperienza con le famiglie, ma anche Formatrice e Family Coach. Il suo obiettivo? Fornire soluzioni pratiche a situazioni complesse.
A tempo determinato, co.co.co, co.co.pro o con una partita IVA “fasulla”. Sono tante le tipologie di lavoro precario. Soprattutto in questo periodo di crisi i contratti danno sempre meno garanzie al lavoratore. A parte le ovvie conseguenze pratiche, come l’incertezza di un’entrata economica e l’impossibilità di poter fare un qualsiasi tipo di progetto almeno di medio termine, esistono anche importanti conseguenze psicologiche dovute ad una situazione di lavoro precario. Oggi proviamo a vederci un po’ più chiaro, cercando di capire quali sono quelle più importanti.



Il tema non è nuovo, ma è di quelli che ogni volta fa discutere animatamente.


Secondo una ricerca compiuta da Jon Messenger, responsabile del gruppo che si occupa delle condizioni di lavoro all’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro dell’Onu, si dovrebbe lavorare solo quattro giorni a settimana e non cinque o più. Questo per diversi motivi che coinvolgono in primis la salute psico-fisica del lavoratore. E’ poi una questione di restare al passo con i tempi, seguendo così il pensiero di Ricard Branson, fondatore della Virgin e di tanti altri imprenditori e manager considerati all’avanguardia, che puntano cioè più sulla qualità del lavoro che sulla quantità.

In una Società come la nostra che pubblicizza e si specchia nella crisi quotidianamente, quasi come se provasse un’insolita felicità a manifestarla continuamente, è giusto dare spazio invece ai settori di produzione che la modernità ha reso prosperi.
