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Cambiare lavoro: gli italiani ci pensano sempre meno

Lavorare all’estero rappresenta una ghiotta opportunità, ma a farne le spese è la vita privata. E se c’è ancora chi sogna di cambiare lavoro, la maggior parte pensa sia meglio non sfidare troppo la sorte

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Cosa pensano i lavoratori di tutto il mondo? Quali sono i loro progetti e le loro aspettative per il futuro? Pensano mai di cambiare lavoro o di andare all’estero? E quanto sono soddisfatti della mansione che svolgono? A queste e altre domande ha tentato di dare una risposta il Randstad Workmonitor 2016, che ha interpellato un campione rappresentativo di lavoratori provenienti da 34 Paesi diversi. Ai quali ha tra l’altro chiesto di esprimersi intorno alla tecnologia che ha messo piede in azienda. Stando a quanto verificato dalla ricerca, gli italiani sarebbero abbastanza propensi a fare le valigie per andare a lavorare all’estero e continuano a guardarsi intorno, nella speranza di ottenere un incarico più soddisfacente. Anche se lo fanno meno dell’anno scorso.

Cambiare sì, ma con prudenza

Partiamo dal dato che riguarda la possibilità di lavorare all’estero: sarebbe interessato a farlo il 61% dei lavoratori italiani (una percentuale più alta della media internazionale che si ferma al 53%) e un altrettanto 61% non avrebbe problemi a fare le valigie, se gli venisse offerta un’allettante proposta di lavoro. La differenza tra gli orientamenti e i reali accadimenti non è, però, di poco conto: stando a quanto rilevato dalla Randstad, infatti, solo il 32% dei lavoratori italiani intervistati ha una professione che gli consente di girare il mondo. E che suscita in loro reazioni contrastanti: se da una parte, infatti, quasi tutti riconoscono che si tratta di una ghiotta opportunità per la loro crescita professionale; dall’altra però, non negano che rappresenta anche un serio problema per la loro vita privata.

cambiare lavoro

Quanto alla possibilità di cambiare lavoro: lo studio ha certificato che il 34% degli italiani ci starebbe pensando seriamente. Nello specifico: il 4% sta già inoltrando candidature, il 5% è fortemente orientato a farlo e il 25% si sta guardando intorno (magari chiedendo ad amici e parenti o passando in rassegna le offerte pubblicate sul Web). Ma attenzione: il dato del 2016 segnerebbe una flessione rispetto a quello rilevato nel 2015. Cosa vuol dire? Che gli italiani progettano sempre meno di cambiare lavoro, probabilmente per paura di fare un salto nel buio che potrebbe lasciarli con un pugno di mosche in mano. La crisi e l’incertezza economica spingerebbero, insomma, sempre più lavoratori a tenersi stretto il proprio impiego. Anche se non è esattamente quello dei loro sogni o quello che procura loro i guadagni che avevano sperato.

Soddisfatti e tecnologizzati con riserva

Posti al cospetto della domanda che riguarda il loro grado di soddisfazione al lavoro, il 67% degli italiani intervistati ha risposto di essere soddisfatto, mentre il 13% insoddisfatto. Il restante 19% ha espresso una posizione neutrale dichiarando, in sostanza, di non essere né particolarmente felice né eccessivamente depresso quando si appresta ad entrare in azienda. La quota di soddisfatti potrebbe spingere a pensare che i lavoratori italiani siano abbastanza fortunati, ma il confronto con gli altri Paesi ci aiuta a mettere le cose in prospettiva. In India, per dire, ad essere soddisfatto è l‘84% dei lavoratori e in Messico l’83%. E anche Paesi come l’Austria, la Norvegia e la Danimarca vantano un campione di lavoratori soddisfatti che supera l’80%. A conti fatti, insomma, la quota italiana (che non è comunque irrilevante) è tra le più basse della classifica internazionale. Peggio di tutti stanno i lavoratori di Hong Kong che, stando a quanto certificato dalla Randstad, sono soddisfatti  solo nel 46% dei casi.

E chiudiamo con i dati che riguardano l’impatto che la tecnologia e la digitalizzazione hanno prodotto nei posti di lavoro. Il 90% degli italiani intervistati ha dichiarato di considerare l’ingresso della tecnologia in azienda un’importante opportunità, ma l’88% ha confessato di sentirsi poco preparato. E di avvertire la necessità di intensificare il training sull’utilizzo e lo sviluppo dei nuovi mezzi digitali presenti al lavoro. Quanto alla possibilità che la tecnologia renda la società meno umana, l’Italia è il Paese che ha dimostrato minore propensione a crederlo: solo il 44% degli intervistati del Bel Paese si è, infatti, espresso in questo modo. Per quanto non manchi un 47% di “critici”, che pensa che la tecnologia faccia sentire i colleghi meno connessi tra loro. E un 42% che riconosce apertamente che – da quando la tecnologia ha messo piede in azienda – ha avuto meno occasione di interagire con i propri colleghi.

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