Dan Price: l’ad che si taglia lo stipendio per alzarlo ai dipendenti

Dan Price

Arriva dalla lontana America la storia di un amministratore delegato che sceglie di ridursi considerevolmente lo stipendio per permettere ai suoi dipendenti di guadagnare di più. Il trentunenne Dan Price, a capo della “Gravity Payment” (società che offre servizi alle imprese consentendo loro di risparmiare quando usano la carta di credito), è salito agli onori delle cronache mondiali, imponendosi come nuovo modello di capitalismo buono e altruista. Ma non tutti hanno condiviso la sua scelta.

Dan Price
image by Maryna Pleshkun

La felicità è 70 mila dollari all’anno

Questi i fatti: lo scorso mese di aprile, Price decide di tagliarsi del 90% lo stipendio da un milione di dollari intascato ogni anno per alzare il salario minimo dei suoi dipendenti a 70 mila dollari (circa 64 mila euro). Non solo: per portare a termine la missione, il giovane imprenditore vende tutti i suoi titoli in Borsa e ipoteca due proprietà. A ispirarlo è la disuguaglianza che sperimenta quotidianamente sul posto di lavoro e uno studio condotto da due economisti di Princeton che certifica come un salario da 75 mila dollari all’anno rappresenti il traguardo ideale per una vita felice e serena. Quella che Price vuole garantire ai suoi 120 dipendenti. La sua scelta finisce per spaccare in due l’America (e non solo) tra supporter entusiasti e incalliti detrattori. “La sua società diventerà un caso di studio nelle università per dimostrare che il socialismo non funziona. Sarà sicuramente un flop“, profetizzano i più scettici. E a storcere il naso sono (imprevedibilmente) anche alcuni dipendenti della “Gravity Payment” secondo i quali non è giusto equiparare il compenso di un neoassunto a quello di chi ha già dato molto all’azienda. Né tanto meno consigliabile garantire a tutti un salario minimo che potrebbe spingere i più sfaticati a lavorare poco e niente. 

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Maria Saporito

Giornalista pubblicista, mi muovo con interesse nel poliedrico mondo della comunicazione cercando di trarre insegnamento e ispirazione da ogni singolo incontro. Insegnante nella scuola pubblica, ho perfezionato la mia formazione nella didattica dell’italiano agli stranieri.
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Giovani: tutti pessimisti sul lavoro

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A nutrire più speranze sono i giovani del Nord-Africa e del Medio-Oriente. Mentre in Italia la mancanza di opportunità e la scarsa qualità del lavoro spingono il 55% dei 15-24enni a dirsi pronto ad emigrare

Risparmi: il 41% delle famiglie non riesce a farli

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Gli indicatori economici delineano un quadro in lieve miglioramento, ma cosa accade concretamente nella vita degli italiani? Riescono finalmente a mettere qualcosa da parte o continuano ad arrivare a stento a fine mese? A fornirci le risposte è una recente indagine che l’Acri (Associazione di fondazioni e di casse di risparmio) ha commissionato all’Ipsos dalla quale emerge che la crisi non è del tutto passata perché continua a colpire il 25% delle famiglie italiane (una su quattro).

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image by Jakub Krechowicz

Più soddisfatti che insoddisfatti

Ma i segnali positivi non mancano: per la prima volta dopo 4 anni, infatti, il numero degli intervistati che si sono definiti soddisfatti della loro situazione economica ha superato quello degli insoddisfatti e in leggero aumento (dal 4% del 2014 al 5% del 2015) è risultata anche la quota degli italiani che hanno detto di considerare migliorato il loro tenore di vita. Ancora: il 26% degli interpellati pensa che la propria situazione personale migliorerà mentre il 13% è convinto del contrario. Il 36% vede rosa per l’Italia mentre il 27% vede nero. Quanto alla situazione europea, il 32% del campione è convinto che le cose andranno meglio mentre il 24% scommette su un peggioramento. E proprio sull’Europa. l’Italia appare spaccata in due perché al 51% degli intervistati che ha dichiarato di avere molta o abbastanza fiducia nell’Ue ha fatto da contraltare il 49% che ha invece detto di averne poca o di non averne affatto. Mentre abbastanza diffusa è risultata l’insofferenza nei confronti dell’euro bocciato dal 71% degli italiani interpellati dall’Ipsos. 

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Maria Saporito

Giornalista pubblicista, mi muovo con interesse nel poliedrico mondo della comunicazione cercando di trarre insegnamento e ispirazione da ogni singolo incontro. Insegnante nella scuola pubblica, ho perfezionato la mia formazione nella didattica dell’italiano agli stranieri.
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Dopo Expo? C’è lo psicologo per i lavoratori

Expo

“Expo è stato come un Grande Fratello e tornare alla vita normale potrebbe non essere facile”: a dichiararlo il patron di Eurochocolate, Eugenio Guarducci, che ha chiesto a uno specialista di accompagnare i lavoratori nel tratto di strada che li condurrà all’uscita dall’esposizione

Garanzia Giovani: adesioni in aumento

Garanzia Giovani

A più di 196 mila disoccupati under 30 è stata offerta almeno una delle misure contemplate nel piano europeo. E in aumento sono anche le registrazioni al progetto “Crescere in Digitale” avviato dal ministero del Lavoro, Google e Unioncamere

Immigrati: l’8,6% del Pil viene dal loro lavoro

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Del prezioso contributo che i lavoratori stranieri danno al sistema previdenziale italiano, abbiamo parlato qualche giorno fa. Ma il Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione che la Fondazione Leone Moressa ha presentato ieri a Roma aiuterà a capire, fino in fondo, come gli immigrati rappresentino, numeri alla mano, una leva importante dell’economia nazionale. Con buona pace di chi considera sconveniente accoglierli nel nostro Paese.

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image by Richard Thornton

Stando ai dati raccolti dai ricercatori della Fondazione, nel 2014, i 2,3 milioni di stranieri occupati in Italia hanno prodotto, col loro lavoro, 125 miliardi di euro pari all’8,6% del Pil. Non solo: nello stesso anno, hanno dichiarato redditi per più di 45 miliardi di euro e versato 6,8 miliardi di Irpef netta. “Dal Rapporto emerge una fotografia dell’immigrazione che non è fatta solo di sbarchi e accoglienza profughi – hanno sottolineato gli studiosi della Leone Moressa – ma anche, e soprattutto, di lavoratori integrati nel tessuto nazionale”. Gli stranieri presenti in Italia, nel 2015, hanno superato i 5 milioni e rappresentano l’8,2% dell’intera popolazione residente nel Bel Paese. Una fetta importante che, tra le altre cose, fornisce forza lavoro particolarmente “fresca”, visto che solo 1 su 100 ha più di 75 anni. Da qui il contributo importante dato alle pensioni degli italiani, grazie al regolare versamento dei contributi di cui molti di loro non potranno beneficiare. Quasi il 10% dei lavoratori immigrati dà un contributo notevole, come flussi di cassa, all’Inps – ha spiegato il direttore scientifico della Fondazione, Stefano Solari – ma dall’altra parte, non riceve molto perché il 98% di queste persone non ha maturato alcun diritto. Tante persone lavorano in Italia per 5-10 anni, poi si spostano e perdono i diritti alla pensione”.

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Maria Saporito

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