Come gestire la chiusura di un’attività? E chiudere significa sempre buttare via tutto? Evidentemente no. Non molti anni fa ci occupammo di un e-commerce di prodotti cosmetici bio, La Cimpinessa, che attirò la nostra attenzione grazie al particolare modo di gestire il rapporto con i clienti della titolare, Arianna Orrù. Avendo l’abitudine di seguire periodicamente un buon numero dei casi che trattiamo per vederne le evoluzioni, positive o negative che siano, ci siamo accorti dell’annunciata chiusura dell’e-commerce di Arianna. Avendolo sempre percepito in salute, ci siamo incuriositi e le abbiamo chiesto il perché di una simile decisione. Quel che ne è venuto fuori potrebbe tranquillamente stare in un manuale di organizzazione del lavoro, o in uno dedicato al fare impresa. O ancora, in un terzo, su come gestire un’attività su internet.
Quanto ti costa, umanamente parlando, chiudere La Cimpinessa? Direi zero. Mi spiego meglio: fare i conti con il fallimento di un progetto è sempre difficile, in primis perché ci mettiamo tanto di noi, del nostro tempo, delle nostre ambizioni e aspettative e poi perché l’essere umano vede ancora il fallimento come qualcosa di negativo. Ma io non penso sia davvero così. Cadere è nell’ordine normale delle cose, bisogna metterlo in preventivo da subito. Ma non una, anche dieci volte. E’ nella capacità di rialzarsi, reagire e riprendere il focus che ci si differenzia. La Cimpinessa era un e-commerce che ha sospeso l’attività, oggi è un gruppo affiatato, è un blog in divenire, è una linea di cosmesi alla quale sto pensando da tempo. La Cimpinessa è viva e vegeta, insomma!

Seguendo la pagina facebook ho notato che nonostante l’annunciata chiusura, stai aprendo diversi gruppi tematici, mantenendo uno stretto contatto con le tue clienti: che tipo di operazione è? Qual è lo scopo di questa frammentazione? E perché rinsaldare un legame che sta necessariamente per finire, perlomeno così come è esistito fino ad ora? Non la chiamerei “operazione” perché questa parola di solito fa rima con “strategia” e qui di strategia ce n’è ben poca, anzi niente. Si tratta di non abbandonare di punto in bianco delle persone che hanno creduto in te e ti hanno visto come un punto di riferimento, si tratta di dare valore al rapporto umano, si tratta di lasciare che qualcosa di bello si trasformi seguendo un continuum naturale. La pagina ha perso iscrizioni, è ovvio, ma un nuovo gruppo si è affiancato ai precedenti che gestivo ed è nato un blog. Si interagisce, si cresce. Le persone che prima erano clienti ora sono amiche. Forse ho la sindrome della “chioccia”, ma ho sempre pensato che le clienti andassero tutelate, protette… e in qualche modo continuo ad esserci per loro.

E’ un’esperienza replicabile? In parole povere, potresti riaprire un giorno o l’altro? Non aprirò più un e-commerce di prodotti bio, ma semplicemente perché se vedi che la chiave non entra nella toppa, se sei un tantino furbo, la chiave (o la porta) la cambi. Ho tenuto aperta la partita iva proprio perché la mia idea è quella di continuare in proprio: solo con questo tipo di scelta mi sento davvero libera e gratificata. Non so se un giorno potrò vivere solo di questo, ma non ho mai smesso un solo secondo di crederci e di provarci. Ripeto: la vita è un meraviglioso contenitore, come dice la mia amica Simona Sparaco nel suo ultimo libro, è una scatola magica nella quale puoi far stare tante cose belle, ma devi avere il coraggio di aprirla e di scegliere cosa metterci dentro.