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Vuoi diventare un professionista nell’attività di Recruiting? Prima regola: impara ad ascoltare


Nel mondo del lavoro, tutto scorre rapido come il corso di un fiume, portandosi via tecniche, strumenti, certezze che, fino a pochi anni prima, avevamo utilizzato in maniera efficace. Il mondo HR non è immune a questo processo ed è in piena fase di sviluppo ed innovazione; esistono tuttavia requisiti che in questo mestiere non tramonteranno mai: uno di questi è la preziosa capacità d’ascolto attivo, che ogni recruiter dovrebbe possedere.

Perché è importante per un recruiter saper ascoltare?

Nella nostra epoca, lo spazio per la riflessione, il tempo per l’ascolto, lo scambio di opinioni e soprattutto per l’attenzione agli altri è sempre più ridotto; tutti ci illudiamo di saper ascoltare, allo stesso modo in cui crediamo d’aver in dono buon senso e saggezza, ma in realtà spesso ignoriamo anche il reale significato di questi termini. Non è un caso se negli ultimi anni, la capacità di ascolto sia al centro di dibattiti e corsi di formazione, ancor più della stessa capacità di esprimersi e comunicare; del resto una persona abile nella comunicazione, è prima di tutto abile nell’arte di ascoltare.

saper ascoltare

Generalmente, siamo portati a prestare attenzione agli altri in maniera passiva, con la mente che divaga; pensiamo alle domande successive da porre al nostro interlocutore, oppure abbiamo un orecchio rivolto a lui e l’ altro ai nostri problemi, o peggio ancora rifiutiamo la concentrazione quando non condividiamo l’opinione di chi ci sta di fronte. Quando parlo di capacità di ascolto, mi riferisco quindi, alla capacità di ascolto attivo, un requisito fondamentale per un recruiter.

L’intero processo di ricerca e selezione di personale si fonda sulla comunicazione; il colloquio di lavoro, ad esempio, è uno scambio bidirezionale di informazioni ed emozioni e richiede una elevata capacità di ascolto attivo. Durante le fasi di un colloquio, siamo infatti chiamati ad abbandonarci completamente, a concentrarci ed osservare il nostro candidato, poiché solo così possiamo leggere il non detto, ricevere informazioni, emozioni, rielaborarle e trasformarle in percezioni corrette, che ci permetteranno di formulare la nostra valutazione e comprendere se quella è la persona che stiamo cercando.

Cos’è l’ascolto attivo?

Ascoltare in maniera attiva qualcuno che sta comunicando con noi, non è un gesto così consueto come si potrebbe erroneamente ipotizzare; ascoltare una persona, nulla ha in comune con il sentire quella persona.

Se durante un colloquio, mentre il candidato mi parla, porgo un orecchio al suo discorso, l’altro lo rivolgo alla collega nell’altra stanza e penso anche al lavoro da fare oggi, non sto ascoltando ma semplicemente sentendo; se interrompo costantemente il candidato impedendogli di completare l’esposizione di un concetto, soltanto perché non lo condivido, non sto ascoltando; se non sono capace di immedesimarmi nelle situazioni delle quali mi sta parlando, non sto ascoltando.

L’ascolto attivo è la capacità di concentrarsi sulla comunicazione verbale, non verbale e paraverbale del candidato, con empatia ed atteggiamento non giudicante, calandoci nei suoi panni allo scopo di comprendere la sua posizione e le sue aspettative. E’ un processo che richiede notevole impegno, soprattutto a causa della mancanza di allenamento ed abitudine. Io sto ascoltando attivamente, quando sono in grado di stare in silenzio, concentrato, se osservo non solo le parole ma anche la mimica, la prossemica e tengo a bada il mio pensiero giudicante, che mi porterebbe a distogliere l’attenzione, ed interrompere il mio interlocutore.

Se voglio ascoltare, devo abbandonarmi completamente all’altro, immedesimarmi nelle situazioni delle quali mi sta parlando e mettermi nei suoi panni, cercando di comprendere fino in fondo il suo punto di vista anche se non lo condivido.

L’ascolto attivo prevede anche una seconda fase, che rappresenta ciò che lo distingue in maniera ancor più netta dall’ascolto passivo: mi riferisco alla interazione con chi ci sta di fronte. L’ascolto va infatti accompagnato sia con l’interazione verbale, formulando ad esempio domande, in modo che io possa assicurarmi di aver compreso correttamente il messaggio e raccogliere maggiori dettagli, sia con il linguaggio non verbale e paraverbale, per invitare la persona che ho di fronte a continuare, dargli fiducia e favorire il flusso di informazioni ed emozioni; quando l’ interlocutore sorride, io sorriderò con lui, se il suo volto esprimerà tristezza raccontandomi una vicenda difficile della sua carriera professionale, anche il mio avrà un’espressione seria, non per assecondare in maniera falsa chi mi sta di fronte ma perché sono entrato realmente in sintonia con lui.

Cos’è l’empatia

Non potremmo parlare di ascolto attivo senza occuparci dell’empatia. L’empatia è una competenza sociale di fondamentale importanza; è definita sovente come la condizione base per sviluppare l’arte della comunicazione, della negoziazione e della capacità di leadership. Essa rappresenta il primo passo per una comunicazione efficace e di conseguenza dell’ascolto attivo. E’ la chiave che ci permette di entrare nella sfera personale dell’altro ed avere accesso ai suoi più profondi stati d’ animo.

En-Pathos in greco significa sentire dentro, vuol dire riuscire a calarsi completamente nei panni dell’altro, al punto di sentire le sue emozioni come se fossimo noi stessi a provarle, ma senza confonderci con lui; una persona empatica riesce a comprendere cosa pensa realmente chi ha di fronte, cosa prova, quali emozioni nascono dentro di lui. Grazie all’empatia siamo in grado di allontanarci dai nostri interessi e prestare attenzione a quelli dell’altro, anche se ciò non implica l’approvazione delle sue emozioni o del suo comportamento.

L’empatia richiede la capacità di comprendere chi ci sta di fronte mettendo da parte simpatia, antipatia e la formulazione di giudizi, sintonizzandoci sulla stessa lunghezza d’onda del nostro interlocutore. In ambito lavorativo diventa tanto più importante, quanto più si sale nella scala delle responsabilità e si hanno persone da coordinare e gestire.

Per un recruiter ha valore poiché, non solo ci farà entrare nella sfera personale dell’altro, ma ci permetterà di dare un significato anche ai veri messaggi espressi, spesso nascosti dietro al linguaggio non verbale e paraverbale, comprensibili soltanto grazie ad un approccio empatico.

Cos’è l’intelligenza emotiva

Una capacità d’ascolto attivo per essere efficace, deve essere supportata da un buon livello di intelligenza emotiva.

L’intelligenza emotiva è la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie e le altrui emozioni con lo scopo di raggiungere determinati obiettivi. Molti esperti sostengono che sia più importante avere un elevato livello di intelligenza emotiva che avere un elevato quoziente intellettivo.

Molto rara e di difficile misurazione, in quanto spesso sovrastimata, l’intelligenza emotiva è un concetto relativamente giovane che si è diffuso in ogni ambiente, soltanto dopo la pubblicazione del libro ”Intelligenza emotiva” di Daniel Goleman. Con la pubblicazione del testo, questo concetto è divenuto oggetto di studio in ambito organizzativo ed aziendale.

Esistono diverse concezioni e modelli teorici, ma indipendentemente dai diversi modelli esistenti è un dato di fatto che, avere un livello di intelligenza emotiva elevato, conduca ad un miglioramento nelle interazioni sociali e nei rapporti lavorativi, consenta di arrivare a prendere decisioni in maniera consapevole, tenendo conto sia delle proprie e mozioni che della logica e favorisca l’equilibrio psicologico, donando anche maggiore autostima.

Goleman sostiene che l’intelligenza emotiva consta di due componenti: Componente personale e competenza sociale.

Competenza personale

La competenza personale riguarda l’abilità di controllo di noi stessi ed è caratterizzata da:

  • Consapevolezza di sé: è fondamentale per un recruiter conoscere se stesso ed essere in equilibrio con le le proprie emozioni, avere la capacità di dare un significato ai propri stati d’animo e razionalizzarli; la consapevolezza di sé incarna anche la lucida capacità di valutare il proprio valore, i punti di forza e gli aspetti sui quali occorre migliorare.
  • Padronanza di sé: prevede la capacità di autocontrollo, il potere di gestire le proprie emozioni; nell’attività di recruiting ci permette di essere affidabili, coscienziosi ed obiettivi nei nostri giudizi.
  • Motivazione: la capacità di perseverare, anche quando i risultati tardano ad arrivare e la strada si trasforma in una dura salita.

Competenza sociale

La competenza sociale attiene invece al modo in cui gestiamo il rapporto con gli altri e si fonda su:

  • Empatia: ne abbiamo parlato a lungo sopra
  • Abilità sociali: riguarda la capacità di gestire i rapporti interpersonali e soprattutto l’abilità di controllare le emozioni altrui per raggiungere i nostri obiettivi.

Conclusioni

Un buon recruiter deve amare l’ascolto e la sana interazione con il prossimo, deve conoscere se stesso ed imparare a controllare le sue emozioni, affinare la sua capacità di ascolto attivo costantemente e riuscire a favorire il flusso di informazioni ed emozioni, perché solo in questo modo riuscirà ad essere l’anello di congiunzione tra la domanda e l’offerta di lavoro.

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