Come gestire il gap generazionale al lavoro

L’essenziale è comprendere che dalla diversità può derivare un miglioramento generale. Ma a fare la differenza è, di solito, il capo

Gli ambienti di lavoro sono microcosmi incardinati su dinamiche – professionali ed umane – delicate. Dove è possibile trovare di tutto: dal collega collaborativo a quello invidioso; dal capo generoso a quello tirannico. Ma cosa succede quando, in azienda, si ritrovano a lavorare, a stretto gomito, risorse di età differenti? La questione è stata approfondita da studiosi e addetti ai lavori che hanno considerato i vantaggi e gli svantaggi che possono derivare dalla co-abitazione di persone anagraficamente distanti. Che, sulla carta, sembrano avere ben poco in comune. Concludendo che, in definitiva, se il leader dell’azienda riesce e gestire bene la cosa, il gap generazionale può solo rappresentare un “punto di forza” per l’intera organizzazione.


giovani e anziani

La base da cui partire è che la diversità stimola sempre il confronto. E che il confronto può generare importanti cambiamenti e miglioramenti. Un ragionamento che – a nostro avviso – può essere tranquillamente applicato anche all’ambiente di lavoro dove la presenza di risorse con caratteristiche, tratti e abilità differenti può spianare la strada a stimoli interessanti per tutti. Prendiamo il caso di una qualsiasi azienda in cui si trovino a collaborare persone che hanno alle spalle una certa esperienza (i “veterani”) e giovani alle prime armi. La differenza di età potrebbe rappresentare un problema. E determinare la formazione di “gruppetti” distinti (i giovani da una parte, gli anziani dall’altra) che non favorisce certo la coesione del team di lavoro. Come evitarlo? L’essenziale è guardare alle differenze come a un’opportunità di crescita e non come ad un possibile elemento divisivo. E focalizzare l’attenzione sul fatto che la presenza di risorse con esperienze e formazioni così differenti può, anzi, determinare il successo dell’azienda.

L’importanza di aiutarsi a vicenda

La vulgata racconta (senza sbagliare troppo, di solito) che i collaboratori più agée fanno fatica a rapportarsi, in maniera serena, con la tecnologia. E che l’idea di affidare ad un computer l’archiviazione di tutti i dati che elaborano viene salutata con diffusa ritrosia. Non di meno, quando arriva il “pivellino” in ufficio, la tendenza è quella di ricordargli (ad ogni pie’ sospinto) la sua completa inesperienza. E di caricare il primo periodo di prova di un’ansia che spinge i meno sicuri a pensare che non riusciranno mai a mettersi al passo con gli altri. Le cose andrebbero viste, invece, in tutt’altro modo. Ogni risorsa presente in azienda ha un  “talento” che può mettere a disposizione degli altri. I “veterani” potranno offrire ai nuovi arrivati il loro bagaglio esperienziale, mentre le new entries potranno aiutare i dipendenti più maturi ad aprirsi a nuove idee e possibilità, sfruttando al meglio (per esempio) i mezzi tecnologici di cui dispongono. In quest’ottica, il gap generazionale diventa strumento di crescita e miglioramento, attraverso cui è possibile colmare le reciproche lacune. La possibilità di aiutarsi a vicenda renderà, inoltre, più armonioso il clima al lavoro. Perché tutti i dipendenti si sentiranno utili, valorizzati, gratificati e direttamente coinvolti nel processo di sviluppo aziendale.

Il ruolo del leader

Fin qui la lettura ottimistica della questione, ma diciamoci la verità: la differenza di età può rappresentare anche un grosso problema. Si prenda il caso di una riunione nel corso della quale occorre trovare una soluzione tempestiva ad un problema impellente. I punti di vista diversi potrebbero creare un “corto circuito” insidioso tra chi propone di optare per un approccio più cauto (gli agée) e chi suggerisce, invece, di percorrere una via più accidentata (i giovani). Come venirne fuori? A fare la differenza potrà essere solo il capo, che dovrà saper trovare la sintesi tra le diverse posizioni. Sfruttando, ancora una volta a favore dell’azienda, la compresenza di risorse con esperienze, abilità e caratteristiche differenti e reciprocamente stimolanti. Il gap generazionale al lavoro può, insomma, rappresentare una grande opportunità così come un serio ostacolo. Solo l’abilità di un buon leader (capace di andare oltre le apparenze e di valutare i dipendenti per quello che sono e non per l’età che hanno) potrà neutralizzare le insidie e indicare la rotta da seguire. Quella che porterà ogni singolo collaboratore a fare e dare il meglio di sé.

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