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Taglio cuneo fiscale: in busta paga 30 euro in più



Il Governo ha approvato il Def (Documento di economia e finanza) all’interno del quale è stata prevista una cifra corrispondente a 3 miliardi di euro per il taglio del cuneo fiscale. L’idea è quella di alleggerire gli oneri a carico dei lavoratori e far risultare qualche euro in più in busta paga a questi ultimi. In questo senso è noto il problema tutto italiano degli stipendi che non aumentano mai. Saranno i redditi sotto i 35 mila euro a beneficiare del taglio del cuneo fiscale voluto dall’esecutivo, ovvero i redditi così definiti medi o medio-bassi. In specifico, l’esenzione del 3% dai contributi sociali sarà per chi guadagna fino a 25 mila euro. Scende al 2% per i redditi restanti, ovvero quelli fino a 35 mila.

I redditi fino a 25 mila euro lordi risparmieranno 41,15 ogni mese, quindi poco meno di 500 euro l’anno. Per gli altri il risparmio sarà minore, tra i 360 ed i 390, sempre lordi, all’anno. Tradotto in soldoni si tratta di una misura che garantirà circa 25-30 euro netti in più in busta paga per tutto il 2023. Certamente non una cifra in grado di risolvere il problema degli stipendi bassi ma pur sempre un piccolo aiuto, che va ad aggiungersi al piccolo taglio operato ad inizio anno ed a quello fatto nel 2022 dall’esecutivo precedente a quello attuale.

La perdita del potere d’acquisto

Come è noto in Italia c’è un problema di stipendi che faticano enormemente ad aumentare anche di pochissimo. Una questione che esiste letteralmente da decenni (almeno due, ma più probabilmente tre). Non solo, la stessa cosa si può dire delle pensioni con i vari blocchi delle rivalutazioni operati soprattutto negli ultimi anni, i mancati adeguamenti e via dicendo. Ciò ha generato una progressiva e molto significativa perdita del potere d’acquisto. Ovvero, siccome i prezzi aumentano e gli stipendi no, ed anzi a volte diminuiscono pure, la maggioranza della popolazione si trova con gli stessi soldi in mano ad esempio rispetto a dieci anni fa, ma sono soldi che valgono molto meno. Questo ovviamente influisce sull’economia generale del Paese, perché una perdita del potere d’acquisto significa meno gente che spende e che, quando lo fa, lo fa comunque meno di prima.

Che siano persone stipendiate o pensionate in realtà poco importa rispetto a questo discorso. A parte alcuni fortunati, in gran parte le persone non hanno la possibilità di comprare ciò che compravano qualche anno fa. E quindi rinunciano, talvolta addirittura a curarsi, quindi a fare spese che pur vengono ritenute necessarie. Ovviamente la pandemia da Covid19 prima e la guerra in Ucraina dopo, avendo creato disoccupazione e generato un ulteriore aumento fuori scala dei prezzi, hanno aggravato una situazione già abbastanza precaria.

L’estremizzazione del dibattito

Va detto che spesso il problema della perdita del potere d’acquisto in Italia viene affrontato in modo fortemente politicizzato. Se da una parte c’è chi sostiene che, soprattutto se si è giovani, bisogna andare a lavorare per forza (perché comunque la gavetta va fatta), a prescindere dallo stipendio, dall’altra si fa presente che prestare la propria opera per pochi spiccioli è immorale e danneggia il mercato. Ed è quindi per così dire “giusto”, al limite, preferire sussidi come il Reddito di cittadinanza, che eroga una cifra a volte addirittura superiore allo stipendio percepito da più di qualcuno. In questo si inserisce anche la questione molto attuale del salario minimo. Ma tralasciando chi possa aver ragione e chi torto, la cosa fondamentale è che le due posizioni sono inconciliabili ed un loro incontro è decisamente improbabile. La conseguenza di queste due estremizzazioni politiche è però molto pratica, ovvero il problema degli stipendi bassi non viene mai risolto. Se da una parte si accetta che all’inizio questi possano anche essere non molto cospicui perché l’importante è lavorare e poi qualcosa di meglio si troverà (intanto si fa esperienza), dall’altra non viene concepita l’idea di lavorare per una cifra che non permetta di sopravvivere decentemente in nessun caso.

Dove stia la ragione è difficile dirlo, ognuna delle due parti ha vantaggi e problemi. Fare esperienza ad esempio è ovvio che sia utile ad acquisire posizioni migliori in futuro. Ma dato che in Italia abbiamo anche un problema non indifferente con la meritocrazia, l’esperienza di per se stessa non garantisce un posto al sole. Il salario minimo invece sarebbe certamente una gran bella cosa, ma alcuni mestieri, a determinate condizioni, rischierebbero letteralmente di sparire o comunque di ridursi significativamente perché fondati sull’erogazione di cifre molto basse come corrispettivo. Si potrebbe obiettare che “allora in effetti non dovrebbero esistere”. Sì ok, ma alla fine anche loro danno da mangiare a qualcuno che potrebbe non trovare nient’altro di sostitutivo, quindi è meglio tenerli o fare in modo che scompaiano?

L’incontro di queste due posizioni, almeno per il lavoro per così dire adulto, potrebbe essere una sorta di Reddito di cittadinanza (o Mia, come dovrebbe chiamarsi la nuova versione) iper-controllato in modo da ridurre il più possibile le (molte) malversazioni che lo attanagliano e che preveda percorsi di inserimento lavorativo straordinariamente concreti. Tale Reddito non dovrebbe essere in concorrenza con stipendi che non garantiscano una dignitosa sussistenza. Nello stesso tempo quindi, una volta trovato lavoro, questo dovrebbe essere decentemente retribuito, cosa che si potrebbe controllare anche attraverso lo strumento del salario minimo.

Per quanto riguarda il problema del lavoro giovanile invece si potrebbe fare un discorso un po’ più articolato: è vero infatti che si possono prevedere stipendi da gavetta (nel solo caso di persone non formate) verso i quali si potrebbe spingere i giovani attraverso un recupero della cultura del lavoro (fare quindi in modo che i giovani scelgano comunque di lavorare anche con stipendi bassi). Ma questi posti con i suddetti stipendi da gavetta dovrebbero poi obbligatoriamente garantire impieghi migliori con i quali potersi costruire un solido futuro. Perché in effetti solo in quel caso il sacrificio avrebbe pieno senso di essere affrontato.

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