Niente soldi ai giovani disoccupati: “fallisce il Piano Giovani in Sicilia”

Piano Giovani

Mala tempora currunt per i giovani disoccupati siciliani. Con una delibera approvata lo scorso 28 dicembre, la giunta regionale ha disposto il trasferimento delle risorse destinate al Piano Giovani alla formazione professionale. Cosa significa concretamente? Che gli oltre 22 milioni di euro che dovevano essere investiti per attivare i tirocini professionali degli under 35 o per aiutarli ad aprire una loro azienda verranno utilizzati in altro modo. Nello specifico: per fronteggiare le spese legate ai contenziosi con gli enti di formazione dell’isola per i quali – con ogni probabilità – la Regione dovrà predisporre lauti risarcimenti utilizzando le risorse inizialmente stanziate per il Piano Giovani come bancomat.

Piano Giovani
image by aslysun

A farne le spese saranno i 1.600 giovani siciliani che, dal 14 agosto del 2014, attendono pazientemente che la Regione Sicilia agevoli il loro ingresso nel mondo del lavoro. Un’attesa destinata a prolungarsi a data da destinarsi. La delibera approvata lo scorso 28 dicembre annuncia, infatti, che i tirocini professionalizzanti e retribuiti destinati agli under 35 verranno finanziati con altri contributi, ma non fa il minimo accenno ai tempi e alle modalità che dovrebbero rendere possibile il reperimento di queste nuove risorse. Una completa assenza di indicazioni che ha indotto i più “disincantati” a pensare che la misura a sostegno dei giovani siciliani (il cui tasso di disoccupazione, sia detto per inciso, non ha rivali in tutta Italia) sia destinata a rimanere carta straccia. 

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Maria Saporito

Giornalista pubblicista, mi muovo con interesse nel poliedrico mondo della comunicazione cercando di trarre insegnamento e ispirazione da ogni singolo incontro. Insegnante nella scuola pubblica, ho perfezionato la mia formazione nella didattica dell’italiano agli stranieri.
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Saldi: inizio col botto o in sordina?

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La stagione dei saldi si è appena aperta e gli osservatori più solerti si sono già affrettati a consegnare le prime letture che, ca va sans dire, delineano scenari differenti. Se per il Codacons, gli inizi non sono stati dei più entusiasmanti; per Confesercenti, invece, le previsioni appaiono rosee. Di certo le piogge che si sono abbattute nelle ultime ore in alcune tra le principali città italiane (nella Capitale il cielo è grigio da diversi giorni) non hanno incoraggiato i consumatori a uscire di casa per mettersi in fila agli ingressi dei negozi che – lo ricordiamo – continueranno a praticare i saldi fino a febbraio/marzo.

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Il resoconto del Codacons, basato sul monitoraggio di veri e propri ispettori, non concede spazio a troppo ottimismo.“Già dalle prime ore di oggi (ieri per chi legge, ndr) – ha spiegato il presidente Carlo Rienzi – si sono formate file di clienti davanti le boutique d’alta moda delle principali città e, in generale, la presenza di cittadini in cerca di occasioni è buonaTuttavia i consumatori sono orientati alla massima prudenza: si gira per negozi, si osservano i capi in vetrina e si monitorano i prezzi, ma ancora non si compra. In base ai dati raccolti dal Codacons – ha rimarcato Rienzi – non si è verificato, al momento, alcun incremento delle vendite rispetto allo scorso anno e il giro d’affari rimane sostanzialmente stabile”. Secondo l’associazione, inoltre, sarebbero le boutique di alta moda e gli outlet gli esercizi destinati a fare gli affari migliori, grazie soprattutto al contributo degli stranieri orientati a portarsi a casa capi italiani griffati a prezzo ridotto.  

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Maria Saporito

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Lavoro agile: a che punto siamo?

lavoro agile

Corre voce che il disegno di legge messo a punto dal consulente del Governo, il professor Maurizio Del Conte, per regolarizzare il cosiddetto “lavoro agile” stia per approdare in Consiglio dei ministri. I beninformati riferiscono che il testo – che dovrebbe comporsi di circa 10 articoli – passerà molto presto al vaglio dell’Esecutivo per trasferirsi nelle Aule parlamentari entro la fine del mese di gennaio. Della norma – che, detta in soldoni, mira a incentivare il lavoro da casa o da una postazione diversa dall’ufficio – si parla già da qualche mese. Per questo, i più scettici faticano a credere che si giungerà, entro tempi stretti, a una condivisa approvazione.

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image by leungchopan

In attesa di scoprire che ritmi avrà l’iter parlamentare del ddl, rinfreschiamo la memoria a quanti hanno dimenticato cosa si intenda esattamente per lavoro agile. Si tratta della possibilità, per il lavoratore dipendente, di svolgere le sue mansioni da una postazione differente da quella canonica dell’ufficio. In pratica: il subordinato può chiedere al suo “capo” di lavorare da casa o da una sede più facilmente raggiungibile, in modo da risparmiare tempo, denaro e fatica. Ma ci sono delle precisazioni da fare: l’accordo tra le due parti (lavoratore e datore) dovrà essere completo e dettagliato in ogni sua forma. Ciò significa che, in una sorta di contratto scritto, si dovranno mettere nere su bianco tutte le condizioni del lavoro agile specificando, per esempio, se il dipendente intende lavorare “da remoto” (fuori dall’azienda) sempre o solo in determinati giorni della settimana e menzionando tutti gli strumenti tecnologici di cui il lavoratore si avvarrà per portare a termine gli incarichi assegnati.

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Maria Saporito

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Esodati: a Cortenuova, luminarie spente per finanziare borse lavoro

esodati

Ai cittadini di Cortenuova, piccolo paese in provincia di Bergamo, hanno chiesto di scegliere tra le luminarie di Natale e la possibilità di aiutare qualche disoccupato un po’ in là con gli anni. E hanno optato per la seconda possibilità. Da qui lo slogan del Comune – “Spegniamo le luci di Natale e accendiamo le luci della solidarietà” – che rende bene l’idea di come la comunità di Cortenuova non abbia esitato a dare un aiuto concreto a sostegno degli esodati del posto.

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image by Bikeworldtravel

I soldi che l’amministrazione comunale ha risparmiato rinunciando alle luci che, in periodo natalizio, avrebbero reso più festoso il clima per le vie del centro verranno impiegati per qualcosa di più pratico. Destinato a incidere positivamente sulla vita di alcuni concittadini rimasti senza la protezione degli ammortizzatori sociali, a pochi anni di distanza dal conseguimento della pensione. I circa 5 mila euro che verranno raccolti serviranno, infatti, ad attivare tre borse lavoro a favore di altrettanti esodati. “Questa iniziativa rappresenta solo una piccola goccia che non basta certo a soddisfare la sete di lavoro che, a causa della crisi economica, c’è nel nostro territorio – ha commentato il sindaco, Gianmario Gatta – ma è comunque qualcosa”. E il fatto che l’iniziativa si ripeta ormai da tre anni (è stata inaugurata nel 2013) testimonia come i cittadini siano perfettamente in grado di comprendere quali siano le reali priorità e quanto possa essere “salutare” coinvolgerli in decisioni che riguardano la gestione delle risorse pubbliche.

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Maria Saporito

Giornalista pubblicista, mi muovo con interesse nel poliedrico mondo della comunicazione cercando di trarre insegnamento e ispirazione da ogni singolo incontro. Insegnante nella scuola pubblica, ho perfezionato la mia formazione nella didattica dell’italiano agli stranieri.
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Genitori separati: arriva l’app che fa per loro

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Quando la coppia “scoppia”, la difficoltà più grande è sicuramente quella di comunicarlo ai figli. E in seguito, di gestire nella maniera più serena e civile possibile, la custodia degli stessi figli, evitando di litigare per gli impegni e le spese che bisogna continuare ad affrontare insieme, pur abitando in case diverse. La percentuale di genitori separati e divorziati è sfortunatamente in continua crescita e a “fiutare il vento” è stato, sin dal 2011, il belga Gill Ruidant che ha deciso di dedicare loro un sito e un’app mobile. Si chiama 2houses.com e da qualche giorno è attivo anche in Italia.

genitori separati
image by VectorLifestylepic

Si tratta di uno strumento che, come viene pubblicizzato sull’home page del sito, si prefigge di aiutare i genitori separati nella comunicazione e nell’organizzazione della famiglia, per il benessere dei propri figli. “Io e la mia ex moglie – ha spiegato Ruidant – cercavamo un mezzo efficace che ci aiutasse a organizzarci per offrire il meglio a nostro figlio, ma non abbiamo trovato nulla. Allora ho creato 2houses.com. I numeri e i finanziamenti che hanno aiutato la mia start up a partire e a crescere, mi confermano che ce n’era bisogno”. E già perché nel giro di pochi anni, il progetto dell’imprenditore belga è decollato coinvolgendo 58.530 famiglie di 117 Paesi diversi. A facilitare il suo approdo in Italia è stato Gengle.it, il social dei genitori single che, ca va sans dire, potrebbero trarre grande beneficio da uno strumento del genere.

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Quando i pensionati fanno la differenza in famiglia

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Il focus sulle condizioni di vita dei pensionati realizzato dall’Istat fornisce importanti informazioni sul nostro tessuto sociale. E conferma quanto più volte sottolineato da esperti e osservatori: la presenza di pensionati all’interno delle famiglie può fare la differenza. Ma non solo: la fotografia scattata dall’Istat, che fa riferimento agli anni 2013-2014, certifica che le pensioni intascate dagli italiani (che non sono mediamente da capogiro) segnano un gap importante tra uomini e donne. A tutto svantaggio delle pensionate.

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image by Photographee.eu

I dati consegnati dall’istituto di statistica nazionale riferiscono che, nel 2014, i pensionati italiani sono stati 16,3 milioni (134 mila in meno rispetto all’anno precedente) e che il loro reddito medio lordo ha superato di poco i 17 mila euro annui. Ancora: la maggior parte degli assegni pensionistici, pari al 52,9%, è stata staccata a favore delle donne che, però, hanno intascato in media 6 mila euro all’anno in meno rispetto agli uomini. A pareggiare i conti ci ha pensato, però, la loro longevità: le ex lavoratrici vivono, infatti, mediamente più a lungo degli ex lavoratori. Secondo l’Istat, la quota delle pensionate over 80 ha sfiorato il 30% (contro il 19,2% degli uomini), mentre quella delle ultranovantenni si è attestata al 6% (2,4% per gli uomini). E c’è di più: se a cumulare più pensioni di vecchiaia è stato solo il 27,1% del campione analizzato dall’istituto, a ricevere più assegni perché sopravvissuto al coniuge è stato il 67,6% del totale, con prevalenza schiacciante (87%) delle donne.

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Lo smog fa crescere le assenze dal lavoro

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E’ allo smog che, ormai da settimane, gli organi nazionali di informazione destinano l’attenzione principale. Preferendolo a questioni di portata planetaria come il terrorismo o l’immigrazione. Solo le piogge cadute nelle ultime ore hanno concesso un po’ di respiro alle nostre città che, come è noto, hanno fatto registrare livelli di inquinamento atmosferico allarmanti. Con conseguenze dirette su ogni aspetto della nostra quotidianità, visto che – come certificato da Legambiente – l’aria malsana che inaliamo ha fatto aumentare (tra le altre cose) anche le assenze dal lavoro.

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image by Hung Chung Chih

Secondo l’associazione, infatti, lo smog ha fatto salire del 10% la quota di lavoratori costretti a rimanere a casa per malattia. E ha fatto aumentare del 5% gli attacchi di asma e dell’1% la mortalità giornaliera causata da complicanze cardiache o respiratorie. L’inquinamento ha, insomma, un impatto deleterio non solo sulla salute, ma anche sul lavoro e i dati registrati negli ultimi tempi – secondo Legambiente, il 2015 è stato il peggiore degli ultimi 9 anni, per presenza di sostanze nocive nell’aria – non incoraggiano ad essere ottimisti. 

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La Befana accende la voglia di vacanza degli italiani

Befana

A fare le valigie per trascorrere il giorno della Befana fuori casa sarà il 51% di italiani in più rispetto all’anno scorso. Un boom di partenze che, secondo Federalberghi, certifica la ripresa del settore turistico. Ma è davvero così? Staremo a vedere. Di certo le previsioni diffuse dall’associazione (che si basano su alcune interviste telefoniche realizzate nello scorso mese di dicembre) raccontano di una crescente voglia di vacanza degli italiani. Soprattutto nel giorno dell’Epifania che – come è noto – segna la conclusione delle feste natalizie.

Befana
image by Riccardofe

Tornando ai numeri: secondo l’indagine previsionale di Federalberghi, quest’anno trascorreranno il 6 gennaio fuori casa 2,4 milioni di italiani (l’anno scorso erano 1,56 milioni) che preferiranno l’Italia (scelta dal 94% degli intervistati) all’estero. E se la maggior parte di loro – pari a 1,2 milioni di unità – si metterà in viaggio in prossimità dell’Epifania; 544 mila sono, invece, i vacanzieri italiani che hanno spento il gas a casa già alla vigilia di Natale e 609 mila coloro che hanno dato la doppia mandata alla porta per Capodanno. In pratica: più di 1,1 milione di connazionali si è concesso quest’anno una vacanza di medio-lungo termine, con l’auspicio di dare un calcio alla crisi sofferta negli ultimi anni che, secondo i più ottimisti, volge ormai al termine.

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Cenone di Capodanno: come evitare gli sprechi

cenone di Capodanno

Secondo i sondaggi realizzati negli ultimi giorni, l’Italia ha ritrovato la voglia di concedersi qualcosa in più durante le feste. L’analisi confezionata dal Codacons ha rilevato, ad esempio, che per il tradizionale cenone di Capodanno, spenderemo quest’anno il 5% in più arrivando a sborsare 42 euro pro-capite. Sarà vero? Difficile dirlo con fermezza. Di certo le tavole degli italiani saranno questa sera (quasi ovunque) più ricche del solito e il rischio di sprecare potrebbe risultare particolarmente alto. Cosa fare per evitarlo?

cenone di Capodanno
image by nw10photography

Il Codacons ha scelto di diffondere una breve guida per far risparmiare fino al 30% sull’acquisto dei prodotti alimentari. Si tratta – a conti fatti – di un elenco di semplici consigli di buon senso (che qualsiasi buona massaia potrebbe consegnarci agevolmente), ma che l’associazione ha voluto mettere nero su bianco (sul proprio sito) per indicare la “retta via” agli acquirenti meno oculati. Si parte dalla più ovvia delle raccomandazioni: quella di evitare di comprare troppo facendo attenzione, ad esempio, agli etti di affettati che il salumiere tenta spesso di propinarci in eccedenza. Per passare poi al consiglio di arrivare al punto vendita di fiducia con una lista della spesa ben dettagliata alla quale dovremmo attenerci scrupolosamente, evitando di farci “sedurre” da prodotti che non avevamo inserito.

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Maria Saporito

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Ribassi e rincari dell’anno: la sintesi della Cgia di Mestre

ribassi e rincari

Forse non tutti se ne sono accorti, ma nel corso del 2015 il costo delle arance e della verdura fresca è salito di molto, mentre il prezzo del gasolio e del metano è risultato meno salato. A fare il punto della situazione è stata la Cgia di Mestre, che ha fornito una panoramica dettagliata dei ribassi e rincari dell’anno che volge ormai al termine. Informandoci su quello che abbiamo pagato di più (rispetto al 2014) e quello che abbiamo, invece, pagato di meno.

ribassi e rincari
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Partiamo dalle riduzioni: le flessioni più significative hanno interessato il Gpl e il metano (il cui prezzo è calato in un anno del 17,8%), seguiti dal gasolio per i mezzi di trasporto (-12,3%) e dal gasolio per il riscaldamento (-11,8%). E abbiamo speso di meno anche per comprare computer portatili, palmari e tablet (-11,7%), apparecchi per la telefonia mobile (-10,1%) e per fare la benzina (-9,8%). “Il calo dei prezzi dei prodotti energetici è avvenuto a seguito della  forte contrazione registrata quest’anno dal costo del gas e, in particolar modo, del petrolio – ha commentato il coordinatore dell’ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo – La media del Brent nell’intero 2015, ad esempio, è stata pari a 53 dollari/barile rispetto ai 99 del 2014. Si pensi che l’andamento delle quotazioni internazionali delle fonti di energia ha consentito un calo del 22% della nostra fattura energetica nazionale, passata dai 44,6 miliardi di euro del 2014 ai 34,7 miliardi del 2015”

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Maria Saporito

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Negozi chiusi: Confesercenti lancia l’allarme

negozi chiusi

Il numero di negozi chiusi resta alto in Italia: a lanciare l’allarme Confesercenti che ha reso noti i dati dell’ultimo osservatorio relativo al 2015. Il bilancio tra le aperture e le chiusure delle attività commerciali si è confermato negativo per il quinto anno consecutivo, con ripercussioni particolarmente pesanti per i negozi che continuano a soffrire più dei bar e dei ristoranti.

negozi chiusi
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Andando ai numeri: gli esercizi che nel 2015 hanno aperto i battenti sono stati 36.757, mentre quelli costretti ad abbassare la saracinesca 65.824. Il saldo negativo di 29 mila unità, in leggera flessione rispetto all’anno precedente (-34 mila), ha segnato il quinto calo annuale consecutivo. In pratica: dal 2011 ad oggi, il numero dei negozi, dei bar e dei ristoranti chiusi ha sempre superato quello delle attività aperte, delineando un quadro fortemente compromesso. Per dare un’idea della situazione, basti pensare che, in media, ogni giorno, hanno dovuto gettare la spugna ben 76 attività commerciali. E se la crisi ha coinvolto un po’ tutto il territorio nazionale, è in Sicilia (con un saldo aperture/chiusure pari a -16.432), in Lombardia (-14.347) e in Campania (-13.922) che si sono registrati i dati più preoccupanti. Mentre Roma è stata la città italiana con il maggior numero di esercizi commerciali chiusi, seguita da Torino e Napoli.  

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Biglietti aerei più cari a partire da gennaio

biglietti aerei

Tra i rincari che bussano alla porta, ce n’è uno che rischia di compromettere ulteriormente la crescita del settore turistico. Dal primo gennaio, infatti, l’addizionale sui diritti di imbarco dei passeggeri aumenterà di 2,5 euro rendendo i biglietti aerei più cari. L’aumento, che riguarderà solo i voli internazionali, farà levitare la tassa (introdotta da più di 10 anni) fino a 9 euro, fatta eccezione per gli scali romani di Ciampino e Fiumicino dove arriverà a costare 10 euro. Con buona pace delle associazioni di categoria e di quelle a tutela dei consumatori.

biglietti aerei
image by Casper1774 Studio

A dare il via libera alla norma è stato un decreto interministeriale promosso dai dicasteri del Lavoro, dell’Economia e dei Trasporti. E per quanto il fine sia condivisibile – coi soldi ricavati dal “balzello” si andrà a rimpinguare un fondo speciale per gli ammortizzatori sociali destinati ai lavoratori del comparto aereo – a pagarne le spese saranno, come sempre, i viaggiatori. La tassa che grava su tutte le compagnie aeree si tradurrà, infatti, in un ulteriore rincaro dei biglietti.  

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Se il bail- in ce lo spiegano l’Abi e le associazioni dei consumatori

crisi bancarie

Di solito non vanno molto d’accordo, ma in tempi difficili come questi l’Abi e alcune associazioni a tutela dei consumatori hanno deciso di unire le loro forze. Con l’imminente avvio delle nuove regole europee sulle crisi bancarie, l’associazione dei banchieri – con il conforto della Fondazione per l’educazione finanziaria e al risparmio e della Federazione delle banche, delle assicurazioni e della finanza – ha pensato, infatti, di interpellare Confconsumatori, Codacons, Adiconsum e Cittadinanzattiva (solo per citarne alcuni). Perché? Per stilare un efficace vademecum sull’ormai famigerato “bail-in” entrato di prepotenza nel “lessico familiare” degli italiani.

crisi bancarie
image by Aromant

La guida – consultabile online – prende le mosse dall’entrata in vigore, dal prossimo 1 gennaio 2016, del nuovo pacchetto di regole europee concepite per gestire le crisi delle banche. E si compone di 10 domande e risposte semplici e puntuali. Uno strumento agile – significativamente intitolato “In altre parole…tu e il bail-in” – che gli italiani potranno consultare per ottenere quelle chiarificazioni che non hanno trovato altrove. Spesso neanche nei mezzi d’informazione che continuano a ricorrere a formule poco comprensibili. Il primo punto spiegato nel vademecum riguarda la decisione – maturata a Bruxelles – di far pagare il conto di un’eventuale crisi alla banca stessa. E di ricorrere a una serie di strumenti tesi a evitare che risparmiatori e correntisti possano rimetterci i loro soldi. Si parte dal rafforzamento delle misure preventive a cui ogni banca europea dovrà attenersi fornendo, per esempio, un dettagliato piano di risanamento in cui dovrà spiegare cosa intende fare in caso di crisi.

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Part time per over 60: la proposta di Poletti per svecchiare le aziende

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L’Italia, si sa, è un Paese per vecchi. Anche al lavoro. Per abbassare l’età media dei dipendenti in azienda e dare un impulso al ricambio generazionale, il ministro Giuliano Poletti ha proposto di inserire nella legge di Stabilità una norma che prevede il part-time per gli ultrasessantenni. In pratica: il dipendente over 60 che si trova a 3 anni dalla pensione potrà negoziare con l’azienda la possibilità di lavorare metà tempo percependo il 65% dello stipendio. E senza “contraccolpi al ribasso” sull’assegno pensionistico, visto che lo Stato provvederà al pagamento dei contributi figurativi che garantiranno la riscossione del 100% dell’importo maturato a fine carriera.

part time per over 60
image by PathDoc

La ricetta del ministro del Lavoro (illustrata in un’intervista concessa al quotidiano La Stampa) dispone, per il momento, di risorse limitate, ma se le cose andranno per il verso giusto – come si augura Poletti e non solo lui – potrebbe presto essere “rinforzata”. E agli imprenditori che hanno già puntato l’indice contro la sospetta onerosità della misura, il ministro ha replicato affermando che conviene soprattutto a loro incoraggiare una norma che mira a “svecchiare” la forza lavoro all’interno delle loro aziende. E precisando che “si deve paragonare il costo di un lavoratore alla fine della propria carriera a quello del suo sostituto: giovane, senza i costi dell’anzianità e con competenze più aggiornate”. A conti fatti, insomma, secondo il ragionamento del responsabile del Lavoro, il part-time per gli ultrasessantenni converrebbe in pimis proprio ai capi azienda invitati a corrispondere ai loro dipendenti più agée il 65% dello stipendio per mezza giornata di lavoro.

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Maria Saporito

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Cresce la disoccupazione anche tra gli stranieri: lo dice l’Istat

stranieri

Cosa ci dicono i dati dell’Istat che certificano un aumento del tasso di disoccupazione tra gli stranieri residenti in Italia? Che il lavoro scarseggia per tutti, coinvolgendo anche le fasce sociali più deboli costituite da individui disposti a svolgere impieghi umili e spesso mal pagati. L’ultimo report dell’Istat, relativo al terzo trimestre del 2014, rileva infatti che il tasso di occupazione tra gli stranieri che vivono in Italia ha perso per strada punti percentuale importanti infoltendo inevitabilmente le fila dei disoccupati.

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Rispetto al tasso di occupazione degli italiani sceso del 3,3%, quello degli stranieri è calato, infatti, dal 2008 al 2014, del 6,3%. Di più: il tasso di disoccupazione che, nel caso degli italiani, ha fatto registrare un incremento del 5,2%, tra gli stranieri è cresciuto del 7,1%. Il quadro non è insomma dei più confortanti, per quanto – è bene precisarlo sin da ora – le cose non sono andate male per tutti. In linea generale: il 57% degli stranieri arrivati in Italia lo ha fatto per cercare un lavoro e il 59,5% ci è riuscito grazie all’aiuto fornito da parenti, amici e conoscenti. Già, ma che tipo di lavoro? Il 29,9% del campione interpellato dall’Istat ha dichiarato di svolgere un impiego poco qualificato rispetto alle competenze di cui è in possesso e al titolo di studio conseguito nel Paese d’origine. Gli stranieri residenti nel Bel Paese si sono, insomma, dovuti accontentare e lo hanno fatto soprattutto le donne (4 su 10) polacche, ucraine, filippine, moldave e rumene.

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Pensione: per ottenerla, le donne dovranno lavorare 22 mesi in più

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Quello che sta per arrivare non si preannuncia un anno facile per le lavoratrici italiane ingolosite dall’idea di andare in pensione. Il combinato di più fattori minaccia, infatti, di rimandare non di poco (almeno in alcuni casi) la data del loro agognato pensionamento. Nel 2016 scatterà il gradino previsto dalla Legge Fornero per la pensione di vecchiaia delle donne e slitterà per tutti (anche per gli uomini) di 4 mesi l’età pensionabile per via dell’aumento della speranza di vita. In pratica: visto che viviamo più a lungo, è fisiologico che si lavori anche di più, per mettere in tasca un assegno che rischia, però, di diventare sempre meno rotondo. Ma procediamo con ordine.

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Lo scatto previsto dalla Legge Fornero interessa, come già detto, solo le donne per le quali si prospettano 22 mesi di lavoro in più prima di andare in pensione. Le lavoratrici dipendenti del settore privato non potranno, infatti, più smettere di lavorare a 63 anni e 9 mesi (come accaduto fino ad oggi), ma a 65 anni e 7 mesi. E ancor peggio andrà alle lavoratrici autonome che non potranno godere della pensione di vecchiaia prima di aver compiuto 66 anni e 1 mese. Secondo gli esperti della materia, le più penalizzate saranno le nate nel 1953: coloro che nel 2016 spegneranno la 63esina candelina. Perché? Perché nel 2018, quando avranno raggiunto l’età di 65 anni e 7 mesi che consentirebbe loro di smettere di lavorare, scatterà un nuovo “scalino” che allontanerà nuovamente la data del loro pensionamento. E come se non bastasse, nel 2019, dovranno fare i conti con un nuovo adeguamento legato al presunto allungamento della vita. In pratica, queste “sventurate” lavoratrici rischiano di rincorrere la pensione fino al 2010 quando di anni ne avranno già più di 67.

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Le donne lavorano di più ma guadagnano di meno

gap di genere

Che tra i lavoratori e le lavoratrici intercorrano distanze importanti, è cosa nota a tutti. Ma a rimarcare il concetto è stato l’ultimo studio condotto dall’Agenzia delle Nazioni Unite che ha confermato l’entità della differenza salariale tra gli uomini e le donne del globo, dimostrando che il lavoro equo e dignitoso per tutti resta, almeno per il momento, una mera utopia.

gap di genere
image by lculig

La fotografia scattata dall’Agenzia ha messo a fuoco dettagli preoccupanti. Secondo i dati forniti dagli analisti, infatti, 830 milioni di persone in tutto il mondo intascano meno di due dollari al giorno per il lavoro svolto e più di 200 milioni (di cui 74 milioni giovani) sono disoccupate. Per non parlare del gap di genere. A parità di mansioni, le donne percepiscono il 24% in meno dei loro colleghi uomini. E faticano tanto (il 52% del lavoro globale deve essere riferito a loro) per essere retribuite poco: mediamente su quattro ore di lavoro, solo una viene loro regolarmente pagata. La “discriminazione” delle lavoratrici passa, insomma, anche attraverso il divario salariale che in Europa si attesta al 16,3%. Con punte particolarmente alte in Paesi come l’Austria (23%), la Germania (21,6%), il Regno Unito (19,7%), la Spagna (18,3%) e la Finlandia (18,7%). Mentre l’Italia, almeno in questo caso, tradisce un atteggiamento più equo, con una differenza retributiva uomo-donna ferma al 7,3%

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Maria Saporito

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Prezzi e tariffe su: per Codacons e Federconsumatori, sarà un 2016 da stangata

prezzi e tariffe

Cosa porterà il 2016 agli italiani? Prezzi e tariffe più alti, secondo le associazioni a tutela dei consumatori. A lanciare l’allarme è stato ieri il Codacons, che ha vaticinato una “stangata” di 551 euro a famiglia, mentre per Federconsumatori, gli aumenti raggiungeranno (nello scenario più ottimistico) i 725 euro.

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image by Stokkete

Nello specifico, secondo il Codacons, le famiglie del Bel Paese spenderanno 289 euro in più (rispetto al 2015) per acquistare beni al dettaglio. E sborseranno 189 euro in più per la sola spesa alimentare. Mangiare costerà insomma di più, sia quando si consumerà il pasto a casa che fuori casa: andare al ristorante comporterà, infatti, un esborso di 26 euro in più. E non siamo che all’inizio: le previsioni del Codacons per il 2016 parlano di tariffe della raccolta rifiuti e dei servizi idrici “maggiorate” di 137 euro annui e di aumenti di 44 euro per i trasporti (dagli aerei ai treni, passando per i traghetti e gli autobus). Per non parlare dei pedaggi autostradali che costeranno 27 euro in più e dei servizi bancari e postali che saliranno rispettivamente di 18 e 9 euro. 

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Maria Saporito

Giornalista pubblicista, mi muovo con interesse nel poliedrico mondo della comunicazione cercando di trarre insegnamento e ispirazione da ogni singolo incontro. Insegnante nella scuola pubblica, ho perfezionato la mia formazione nella didattica dell’italiano agli stranieri.
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Se il vescovo intasca i soldi della Diocesi: avviso di garanzia a Domenico Magovero

appropriazione indebita

La Procura di Marsala ha recapitato un avviso di garanzia al vescovo di Mazara del Vallo (in provincia di Trapani), Domenico Mogavero. Al quale viene contestato di essersi appropriato di 180 mila euro destinati alla sua Diocesi. Mogavero è stato sottosegretario della Cei ed è commissario della Conferenza Episcopale Italiana per le migrazioni. Il suo impegno a sostegno dei profughi che sbarcano nelle coste della Sicilia potrebbe, però, essere “macchiato” dall’accusa di appropriazione indebita su cui gli inquirenti hanno avviato gli accertamenti.

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Il sospetto è che una somma ingente di denaro, quantificabile in circa 180 mila euro, sia finita nei conti correnti di Mogavero, attraverso una serie di bonifici e assegni intestati alla sua Diocesi. Un quadro che non coincide con quello delineato dal legale dell’alto prelato secondo cui il vescovo avrebbe, invece, denunciato le anomalie dei conti gestiti dall’ex economo don Franco Caruso, manifestando la disponibilità a collaborare con gli inquirenti. “Il vescovo – ha spiegato l’avvocato Stefano Pellegrino – al primo sospetto di irregolarità gestionale ha nominato due consulenti per verificare e fare chiarezza e, dopo aver ricevuto la relazione, l’ha trasmessa alla Procura manifestando sia la propria volontà querelatoria sia chiedendo, allo stesso tempo, di essere sentito dal procuratore”.

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Maria Saporito

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